Viterbo STORIA
Mauro Galeotti

                             Santa Rosa, affresco nel refettorio del Monastero di santa Rosa a Viterbo 

Leggi pure Un racconto poco noto sulla ricognizione del corpo di santa Rosa nel 1921

Nel capitolo "La vita dopo la morte" nel libro edito nel 1927 da Luigi Buffetti, scritto da padre Massimo Cecconi, parroco della Chiesa di santa Maria in Poggio, ci sono numerose informazioni sulla Macchina di santa Rosa di allora, su santa Rosa, la casa ove nacque e la Chiesa a lei dedicata.

Cecconi ha tradotto dal francese il libro di Léon De Kerval (1852-1911) del 1896 "Sainte Rose de Viterbe, sa vie et son temps" e vi ha aggiunto sue ricerche e riflessioni. 

Il libro è intitolato "Vita di Santa Rosa da Viterbo - Nuova edizione dall'originale francese riveduto ed ampliato dal P. Massimo Cecconi d.M.d.l. [ossia dei Ministri degli infermi] priore parroco di S. Maria in Poggio" .

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[...] se oggi i papi, gli imperatori, i re, i grandi e potenti della terra, non possono o non vogliono, od ignorano perfino il suo nome, il popolo ch’ella tanto amò e difese, quel popolo di poveri, di sofferenti, di oppressi, di piccoli e di semplici, quello le è rimasto fedele, ed i suoi concittadini la onorano sempre come la gloria più cara della loro città.

La sua festa, il 4 settembre, ha conservato tutto il carattere di sole bellissima festa Nazionale e cittadina.

Fin dalla vigilia, la folla riempie giuliva ed esultante le vie, dirigendosi al Tempio della Santa, a pregare innanzi all’urna in cui riposa il suo corpo in mezzo ad una selva di ceri, di luci e di fiori.

Ed in questa sera del giorno 3, dopo cantati in forma solenne i primi Vesperi, un’ora dopo l’Ave Maria, quando è scesa già la notte, si svolge per le vie della città una cerimonia pittoresca, caratteristica, fantasmagorica.

Al di dentro della Porta Romana, all’angolo verso l’antichissima Chiesa di S. Sisto viene innalzato un maestoso monumento di legno e gesso scolpito, dipinto e decorato con statue e motivi architettonici: un vero capolavoro d’arte in forma di torre, alta 19 metri, con metri 4,30 di lato, sormontato dalla statua della Santa e sfolgorante nella notte di migliaia di luci: è la macchina trionfale di Santa Rosa.

Ad un convenuto segnale, sessantadue uomini vigorosi e ben addestrati all’uopo, vestiti di bianco con una fascia rossa ai fianchi, chiamati i facchini della macchina di S. Rosa, si dispongono in bell’ordine sotto e all’intorno della macchina e poi al comando di chi dirige la manovra sollevano la pesante torre, e così portata, questa sopravanza lenta e maestosa per le vie della città, preceduta dalla banda musicale, fiancheggiata da una compagnia di soldati, scortata da guardie, vigili urbani e carabinieri in alta uniforme, seguita da una folla immensa di popolo compatta ed esultante in cui si scorgono tutte le classi sociali, mentre dalle finestre e dai balconi pavesati ed illuminati in varie foggie, tante altre persone, specie dell’elemento femminile, ne attendono con impazienza il passaggio.

Al giungere della macchina sulla Piazza del Comune, da ogni parte echeggia festoso il grido: Evviva S. Rosa, acclamando così, dopo sette secoli, con senso di devozione e di gratitudine questa Eroina del secolo XIII che né il tempo, né le vicende sociali e politiche hanno fatto obliare.

Dopo una breve sosta i facchini si mettono in ordine, sollevando di nuovo con una sincronicità meravigliosa la fulgida torre e, quasi fosse piantata su un perno, con incredibile agilità la girano attorno attorno a farne gustare le artistiche bellezze di tutti quattro i lati e quindi si incamminano per attraversare il non breve tratto di Via dell’Indipendenza [attuale Via Roma] e del Corso Vittorio Emanuele [attuale Corso Italia], alla fine del quale sostano di nuovo per riprendere poi con nuova lena e quasi di corsa la via in salita che conduce alla Chiesa di S. Rosa.

Ivi su di un ripiano della piazzetta di fronte al Tempio la pesantissima macchina viene depositata dopo un percorso di oltre un Km., e rimane esposta all’ammirazione dei devoti per tutto il giorno seguente.

Il singolare spettacolo, che richiama ogni anno una enorme folla anche dai luoghi più lontani, si ripete da parecchi secoli; e sono assai interessanti le raccolte, che alcuni viterbesi conservano, dei disegni riproducenti le varie macchine succedutesi di tempo in tempo e rispecchianti gli stili e i gusti delle varie epoche.

Poiché la foggia della monumentale costruzione non è sempre la medesima, ma viene completamente mutata secondo il progetto che esce vincitore da un concorso che l’Amministrazione Comunale bandisce ogni cinque anni fra gli artisti cittadini.

Fin dal 1896 la creazione e la costruzione della macchina viene affidata con unanime consenso al cav.[aliere] prof.[essore] Virgilio Papini, il quale si può dire il rinnovatore contemporaneo di così antica tradizione artistica.

Si direbbe che al Papini, col sangue degli avi, sia stato trasmesso il segreto dell’imponente mole, la cui costruzione impone la soluzione di particolari difficoltà d’arte e di tecnica: infatti attraverso i secoli il casato dei Papini ricorre di frequente fare gli architetti costruttori della macchina.

Con una versatilità che fa ricordare gli artefici altrettanto grandi quanto modesti del Rinascimento, l’intera macchina esce prima dal cervello e poi dalle mani di questo geniale artista, compresi tutti i particolari di architettura, di scultura e di pittura quando nell’uno e quando nell’altro stile, con inesausta varietà di concezione e di mezzi.

Nella mattina del giorno 4 settembre si celebrano nel Tempio numerose Messe alle quali assistono in gran numero i fedeli ricevendo la santa comunione, mentre altri pellegrini sfilano in gran numero devoti ed oranti innanzi l’urna della Santa.

La messa solenne pontificale celebrata dal Vescovo o da altro insigne ecclesiastico, Vescovo o Cardinale, che sia per la circostanza in Viterbo, assistito dai Canonici della Cattedrale, i quali per un antico privilegio della Santa Sede portano la mitra, la tonaca violetta e l’anello come i Protonotari apostolici.

Nel pomeriggio dopo la funzione nel Tempio, con panegirico, sacri cantici e benedizione solenne eucaristica impartita dal Vescovo, la giornata si chiude con l’illuminazione di tutta la città, col suono festivo della banda cittadina e con una festa di fuochi artificiali al Piazzale Umberto I [oggi Piazzale Gramsci]fuori della Porta Fiorentina.

Viterbo per i suoi monumenti e per le ricchezze archeologiche medievali, è ancora e sarà sempre “la città di Rosa”.

Ed in verità, per quanto le guerre l’abbiano tante volte devastata, per quanto le passioni umane e gli sconvolgimenti politici abbiano accumulato nel suo seno gradi rovine, essa conserva quasi intatti la maggior parte dei luoghi sacri e dei santuari che la vergine francescana conobbe, amò e frequentò.

Tutto, le pietre stesse parlano di Rosa, ed il suo dolce spirito aleggia ancora propizio su la città.

Quando il pellegrino, venendo da Roma giunge a Viterbo, dalla via che scende lungo le pendici boscose dei Monti Cimini, si trova innanzi ad una porta monumentale; è questa la Porta Romana, ricostruita da Innocenzo X in cima alla quale si vede un’imponente statua della Santa, in abito di Terziaria Francescana, con in mano il Crocifisso nell’atto di predicare la crociata contro gli oppressori.

Sono legati a questa porta monumentale i ricordi più commoventi.

Infatti da quella porta, o almeno dalla prima che sorgeva in quello stesso luogo, Rosa uscì scacciata dalla sua nativa Viterbo e mandata in esilio; e da quella stessa porta, un anno e mezzo più tardi, il rientro trionfante, dopo la morte di Federico [II]. E mentre la sua figura si erge vittoriosa sull’ingresso della città quasi a proteggerla ancora e benedirla, del superbo palazzo imperiale che sorgeva lì a poca distanza non restano oggi che pochi miserabili avanzi a triste e deprecata memoria.

Entriamo nella città.

A non molta distanza dalla Porta Romana, prendendo per la Via Vetulonia, indi per la Via Mazzini, già S. Giovanni in Zoccoli, girando poi per il Vicolo della Ficonaccia, una tradizione che non vedo ragione di porre in dubbio, ci indica il luogo ove trovavasi la povera casetta dei genitori di Rosa.

In vero misera casa!

Una lapide di marmo posta sul muro che circonda il Monastero delle Clarisse, a circa quattro metri d’altezza porta queste semplici parole: “Casa ove nacque, visse e morì la Vergine S. Rosa”.

Della casa propriamente detta non restano oggi che due stanzette o celle, trasformate in cappelle, e non vi si accede più da quella parte.

Fin dall’anno 1661 esse furono interamente incorporate e rinchiuse nel recinto del monastero, ove non si può entrare che in virtù di un indulto pontificio.

Sia tributato pertanto un sincero e dovuto plauso, alle ottime Religiose di S. Chiara, per la pia sollecitudine e le gelose cure con cui hanno sempre vegliato e vegliano, sia il sacro corpo della Santa, sia gli altri ricordi preziosi e venerandi.

Alla distanza di circa 80 metri di là, si trova il fabbricato principale del convento il quale occupa uno dei lati della piazza, il cui sfondo è formato dalla facciata della Chiesa della Santa.

Le alte muraglie, restaurate in diverse epoche, ed i finestroni, muniti tutti d’inferriate massiccie, gli conferiscono un aspetto grandioso ed austero.

Il Tempio che conserva il corpo della Santa e tutto moderno.

Fu eretto nel 1850 dalla munificenza e generosità del Cardinale Gaspare Pianetti, Vescovo di Viterbo, nonché dalla pietà del Monastero e di alcuni devoti Viterbesi. Ma bisogna pur confessare che esso non è degno né di Viterbo, né di Colei di cui deve perpetuare la gloria e conservare le insigne reliquie.

Il Tempio non ha ornamenti, decorazioni, marmi e stucchi.

Non vi sono che pochi quadri di qualche valore artistico, posti su le pareti semplicemente imbiancate di calce.

Fra i quadri, merita speciale attenzione una bella tela di Francesco Podesti, romano, posta su l’altar maggiore e raffigurante l’apoteosi di S. Rosa.

La Santa vi appare piena di leggiadria e di grazia, in abito francescano, ascendente al Cielo, contornata da un’aureola luminosa di graziosi angeli.

La Cappella dove è esposta l’urna della Santa giovanetta, dietro un’artistica cancellata in ferro gli conferisce tuttavia un riflesso di vita e di gioia.

L’urna attuale, che sostituì, nel 1699, un antico reliquario di legno, è un magnifico sarcofago in rame dorato, dello stile del rinascimento, munifico dono del Card. Urbano Sacchetti Vescovo di Viterbo.

Era necessario che vi si aggiungesse qualche opera nuova, la quale lo rendesse più bello e maestoso, ed insieme avesse un significato simbolico.

A tal fine il 2 settembre 1917 fu solennemente inaugurata la nuova Cupola nella Chiesa di S. Rosa.

V’intervennero in tale circostanza il Vescovo Diocesano Mons. E.[midio] Trenta, Mons. Enrico Salvadori, il quale lesse un discorso in cui, dopo un rapido e chiaro cenno storico del lavoro compiuto a traverso a non poche difficoltà di ordine tecnico e finanziario, illustrò le pitture che decorano la cupola, esponendone il concetto religioso.

Tuttavia la nostra Viterbo, con la costruzione della cupola non ha ancora assolto al dovere di rendere alla sua concittadina il dovuto onore.

E’ necessario provvedere al prolungamento del Tempio, alla nuova facciata, alla pavimentazione, alla sistemazione e decorazione interna del Tempio.

Viterbo cattolica non mancherà di farlo, poiché le sorgenti della cristiana carità sono inesauribili!

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Tratto da"Vita di Santa Rosa da Viterbo - Nuova edizione dall'originale francese riveduto ed ampliato dal P. Massimo Cecconi d.M.d.l. [ossia dei Ministri degli infermi] priore parroco di S. Maria in Poggio", Viterbo, 1927 da pag. 114 a 122