Viterbo STORIA
Mauro Galeotti

 

                                 1857 L'arco trionfale all'inizio di Via Principessa Margherita
                                 (Foto Michele Zanetti)

Via Matteotti era già detta Via Principessa Margherita in onore della regina d’Italia Margherita di Savoia (1851-1926), e ancora prima Strada Corriera, perché vi transitava la diligenza per il trasporto della posta e delle persone, che entrando da Porta Romana, percorreva Via Saffi, già Via del Melandolo, il Corso Italia, già Corso Vittorio Emanuele, La Svolta, Via Matteotti e Porta Fiorentina, già Porta santa Lucia.

Pio IX venne nella nostra città il 3 Settembre 1857 e fu accolto solennemente a Porta Fiorentina dove gli furono consegnate, da Oreste Macchi, le chiavi della città, una dorata e l’altra argentata, legate da fili dei medesimi colori.

In suo onore, inoltre, furono innalzati archi trionfali realizzati, con legno e carta pesta, su disegno dell’architetto Virginio Vespignani, eletto, per l’occasione, patrizio viterbese.

L’arco addossato all’interno di Porta Fiorentina era a tre fornici, con colonne, capitelli corinzi e quattro statue raffiguranti: la Clemenza, la Liberalità, la Sapienza e la Fortezza. Furono eseguite dallo scultore Stefano Galletti di Cento; la scritta, sulla sommità dell’arco, fu dettata da don Luca Ceccotti, «Pio IX pont(ifici) max(imo) / civitatem sacri Patrimonii principem / ingressu optatissimo ineunti / S.P.Q.V. III non. sept(embris) A. MDCCCLVII».

Su una fotografia, eseguita all’arco, è scritto: Decorazione a foggia di porta onoraria / fatta erigere dal Comune della Città di Viterbo / nella fronte interna della porta Fiorentina / pel fausto ingresso e permanenza in detta città / del sommo pontefice Pio Papa IX / nei giorni 3 al 5 settembre 1857.

L’altro arco, innalzato a Piazza della Rocca, all’inizio dell’attuale Via Matteotti, presso il Palazzo Polidori, il primo a destra scendendo, era costituito da un solo fornice arricchito da quattro colonne che sostenevano altrettante statue.

Queste raffiguravano: la Concordia, la Prosperità, il Trionfo della Religione e la Gloria.

Sulla sommità era l’epigrafe, sempre ad opera del Ceccotti, «Pio IX pont. max. / optimo principi / Romam ab Aemilia repetenti / omnium ordinum votis / fausta omnia».

Dalla parte che guarda l’attuale Via Matteotti era l’iscrizione: «Coelitibus propitiis / salvo D.N. / Pio IX pont. maximo / salva Civitas / et Provincia Viterbiensis».

L’esecuzione delle varie decorazioni degli archi furono dirette dagli architetti viterbesi Crispino Bonagente e Enrico Calandrelli ed eseguite dagli artisti Bazzani, Ceccato, Oglietti.

In una fotografia, scattata in quei giorni, è scritto: Decorazione a foggia di arco onorario / fatta eseguire dal Comune della Città di Viterbo / al termine della Via della Svolta / in corrispondenza dell’altra decorazione addossata alla Porta Fiorentina / in occasione del fausto ingresso e permanenza in detta città / del sommo pontefice Pio Papa IX / nei giorni 3 al 5 Settembre 1857.

Si conoscono due foto degli archi predetti e furono eseguite, per conto della Comunità, da Michele Zanetti «abilissimo allievo dei Sigg. Lusvergh Romani», come riferito dalla Relazione della venuta e permanenza in Viterbo del sommo pontefice Pio IX, edita nel 1857.

Queste costarono cinque scudi e, fino ad ora, risultano essere le prime fotografie eseguite a Viterbo.

La sera dello stesso 3 Settembre il papa assistette al trasporto della Macchina di santa Rosa e partì il 5 successivo, dopo essere stato ospite del vescovo Gaspare Bernardo Pianetti nel Palazzo papale.

Sulla destra, di chi scende Via Matteotti, è un palazzo che ha sostituito quello distrutto dai bombardamenti del 1944, nel quale, alla fine del secolo XVIII, era l’Albergo dello Stufato gestito da Vincenzo Marcucci, soprannominato, appunto, lo Stufato.

Via Principessa Margherita nel 1932 (Foto f.lli Sorrini)

Cesare Pinzi scrive che nel 1480 si chiamava Albergo della Corona; più tardi, verso gli anni ‘20 del secolo XIX, è sede dell’Albergo dell’Aigle Noire (dell’Aquila Nera), poi, dal 1910, è della famiglia Bernabei.

L’imperatore Nicola I, entrato da Porta Fiorentina, vi fu ospite il 18 Dicembre 1845, quando era proprietario dell’albergo Giacomo Agnesotti, il quale aveva anche l’appalto delle poste. A ricordo, murata sul pianerottolo della scala, si poteva leggere la seguente epigrafe, sormontata da un’aquila bicipide moscovita: Nicolas Ier / empereur de toutes les Russies / et roi de Pologne / venant de visiter / Palerme, Naples et Rome / le XVIII décembre MDCCCXLV au matin / se plut illustrer de sa présence impériale et royale / cet hôtel de l’Aigle Noir / ce que Jacques Agnesotti propriétaire / s’empressa de marquer / à perpetuelle mémoire de l’honneur / à témoignage de sa reconnaissance.

Mariana Starke nella sua opera Travels in Europe, del 1832, consiglia i viaggiatori, in visita a Viterbo, di pernottare alla «veramente eccellente, [locanda] dell’Aquila Nera».

Mentre George Dennis nell’opera Cities and Cemeteries of Etruria, del 1848, scrive: «soprattutto importante per i viaggiatori, alle comodità e civiltà sperimentate nel confortevole albergo dell’Aquila Nera, che dovrebbe essere elevato a rango di quartier generale durante le esplorazioni delle antichità del circondario».

Più avanti a destra era il Palazzo Pocci del quale tratto appresso, ma volevo ricordare che nel 1508 la moglie di Ulisse Orsini, Bernardina, acquistò le case dei Benintendi in Piazza della Rocca, confinanti con la proprietà Florenzuoli, ove si trasferì una parte della famiglia viterbese degli Orsini.

Nel 1534 appartenne ancora agli Orsini, poi passò agli Scerra, i quali avevano lo stemma di rosso alle mani al naturale, stringenti due tralci d’alloro, a corona, di verde. La loro tomba si può ancora oggi vedere nel Cimitero di san Lazzaro sotto il portico di sinistra, presso l’ingresso, vicino a quella dei Signorelli.

Palazzo Pocci

Scendendo la via, sulla destra, era uno spazio tra i palazzi ora occupato da un incredibile, improponibile palazzo moderno, con in cima addirittura una piramide con le pareti a vetrata e la facciata che non si allinea alle facciate degli altri palazzi, appesantendo ancora di più la sua inopportuna presenza.

Ivi si innalzava maestoso il Palazzo Pocci, che aveva l’ingresso da Via Matteotti. Prendeva tutta l’area fino a Via della Cava. 

I Pocci furono ascritti nel 1754 alla nobiltà viterbese con Francesco. Il palazzo fu fatto costruire su disegni di Filippo Prada e fu distrutto durante l’ultimo conflitto bellico (1944). Il Comune, con atto del 30 Agosto 1929, deliberò l’acquisto del Palazzo Pocci per lire 275.000.

La contessa Olimpia Gualterio, vedova del conte Pier Giovanni Pocci, il 30 Marzo 1819, vi ospitò il politico austriaco Klemens Metternich assieme alla figlia, contessa Maria Esterhazy.

La mezzaluna, che faceva parte dello stemma della famiglia, era stata realizzata sia nell’inferriata del portone d’ingresso, che in alto, sopra un giglio in peperino, posto sull’architrave della porta che si apriva sul balcone.

Lo vedo da una foto che possiedo e che raffigura il portone alla destra della facciata, mentre un altro ingresso simile era a sinistra della facciata stessa. Fu sede della Biblioteca comunale sin dal 1933 ed alcuni restauri furono eseguiti nel 1935.

I Pocci avevano lo stemma: di rosso col capo d’azzurro alla colonna d’argento attraversante e sostenente la mezzaluna montante dello stesso dalla quale escono tre spighe d’oro impugnate.

Volevo ricordare che nella sala di lettura della biblioteca era una lapide commemorativa del canonico don Luca Ceccotti del seguente tenore: A / Luca Ceccotti / erudito insigne / che i documenti / dei nostri archivi / ricercò e raccolse / con amore di cittadino / S.P.Q.V. / 1808-1878.

In Via Matteotti, era la Chiesa di san Luca, e nel secolo XII la via antistante la chiesa era detta "via publica".

Chiesa di san Luca

Risalente al 1158, la Chiesa di san Luca fu sede sin dal 1472 dell’Arte dei Sartori, che aveva per simbolo la forbice aperta con le punte rivolte verso l’alto. 

La Chiesa di san Luca distrutta dai bombardamenti del 1944 (Foto f.lli Sorrini)

Questa Arte gestiva, vicino alla chiesa, l’Ospedale di san Luca ed era dotata di proprio Statuto sin dal 1472. L’ospedale, che era ubicato dove oggi è il Palazzo Inps, è nominato nel 1159, di esso si trovano poche notizie storiche.

Si sa che possedeva un terreno sulla poco distante Piaggia di Sonza. Qui l’Arte dei Sartori vi ospitava, per una notte, i viandanti poveri. Ma alla bontà spesso si contrappone la cattiveria e per alcune violenze subite dal priore della Chiesa di san Luca, papa Onorio III (1216 - 1227) avvertì che avrebbe riservato severe pene agli autori di tali nefandezze.

Un chiostro è nominato nel 1220 quando è priore della chiesa, Nicola; altra citazione è nel 1366.

Lo Statuto di Viterbo del 1251 stabilisce che, presso la chiesa, dovevano lavorare i calderai. E’ del 1494 la decisione di pavimentare la cava e la piazzola avanti alla fonte di san Luca.

Nel 1562 venne riunita la Chiesa di san Pietro del Castello, presso Piazza della Rocca, alla Canonica di san Luca e di san Faustino. Interessante è ricordare come nel 1581, parte della Canonica, si dovette abbattere per porla in linea con l’Osteria o Albergo della Luna, già esistente nel 1466. 

Sempre nei pressi di Piazza della Rocca, verso la salita che porta alla Basilica di san Francesco, era già nel 1480 l’Albergo della Corona.

Fra le cappelle della Chiesa di san Luca, che era di modeste dimensioni e con una semplice facciata a capanna, ricordo: la Cappella di san Luca, nominata nel 1472 e 1640; la Cappella dell’Annunziata, che doveva erigersi entro cinque anni a decorrere dal 1472; la Cappella di santa Caterina e sant’Elena, nominata nel 1502; la Cappella di san Sebastiano ricordata nel 1524; la Cappella della Madonna, sotto il titolo di san Mattia o Matteo, che fu dotata da Lorenzo Paltonieri e che nel 1612, l’Arte dei Sartori, o Sarti, ne rifece l’altare ornandola e facendola dipingere, apponendovi il proprio stemma. 

L’Arte la pose sotto il titolo di sant’Omobono, e vi collocò l’immagine su tavola dello stesso santo, la trovo ancora nominata nel 1640; nel 1621 Lorenzo Paltonieri lasciò trecento scudi per la già citata Cappella di san Mattia che nel 1622 si dice ornata con quadro sull’altare raffigurante la Vergine, infatti, come visto, la cappella si chiamava anche della Madonna.

Nel 1644 è ancora una Cappella di san Mattia ed Omobono, posta a sinistra, nel 1659 si dice solo di san Mattia e nel 1702 ancora la stessa è messa sotto il beneficio della famiglia Ciofi.

La Cappella di san Carlo nel 1612 si trovava ubicata dinanzi a quella della Madonna, poi, nel 1622 è indicata a destra con un quadro sull’altare. Nel 1661 la cappella ricevette un lascito di beni dal priore Salvatore Fiorucci di Passignano, è ricordata ancora nel 1702.

Nella Visita vescovile del 5 Luglio 1702, sull’altare maggiore della chiesa è un quadro raffigurante san Luca. Nel 1622 è nominata la Cappella di san Luca e sant’Omobono dei Sartori. L’Altare del Soccorso, il 27 Agosto 1643, beneficia di un lascito di cinquanta scudi da parte di Tommaso Ciofi, essendo l’altare stesso già appartenuto a quella famiglia.

Nel 1645 si nomina la Cappella di san Domenico, dei Ciofi e nel 1647 si afferma che l’altare maggiore della Chiesa di san Luca, ha il titolo dei santi Luca e Domenico ed era di giuspatronato dei Ciofi sin dal 6 Luglio di quell’anno.

Nel 1702 vi erano: l’Altare della Madonna e san Domenico e l’Altare della Madonna e sant’Omobono dell’Arte dei Sartori.

Leggo sul giornale Il Rava, uscito a Viterbo il 10 Agosto 1901: «Restauri. Nella chiesa di S. Luca si sta facendo ex novo il piancito con mattoni della rinomata fabbrica [Guido] Vianini di Roma. I lavori sono diretti dall’Ingegnere Avv. Panatta».

Altri restauri furono eseguiti nel 1903. Per quanto riguarda il campanile, che era a vela e che fu distrutto ingiustificatamente, essendo l’unico superstite dopo i bombardamenti del 1944, posso dire che il 5 Luglio 1702 si nomina noviter constructum, poi nel 1850 si giudica da restaurare. Ma il lavoro di ripristino fu eseguito nel 1882 rifacendo altresì gli altari della chiesa per mano di Bartolomeo Bidei di Sant’Angelo in Vado.

La campana maggiore della chiesa, in situ ancora nel 1941 assieme ad un’altra, è oggi sul campanile della Chiesa del Sacro Cuore, nel Quartiere del Pilastro, e un calice d’oro è conservato nella Basilica di san Francesco alla Rocca.

Sulla campana benedetta nel 1640 dal vescovo Francesco Maria Brancaccio è la scritta: Ad Dei ac divi Lucae honorem eminent. Brancaccio ep. Ber. Carcarell. collectis iterum ex ae [aere?] prioris et canonicorum ac parochianorum tr. ucta a.D. MDCXXXX.

Il 18 Giugno 1937 per restaurare la chiesa furono stanziate 4.500 lire. La Chiesa di san Luca aveva anche un chiostro che si nomina nel 1220 e nel 1568 si dice «in claustro S. Lucae ante cisternam».

Scrive padre Pio Semeria (1767 - 1845) nelle sue Memorie la presenza nell’orto della chiesa di questa epigrafe: «M. / Q. Anchario puden. / mil coh III P.R. et ai / q. Ancharius restitu / tus pater fil. kariss / mo et pietiss / mo ben. merent. / vixit ann. XVI / men. VII / H.V.».

Aggiunge, poi, che era «sopra una lapide di travertino che stava fuor di posto nell’orto annesso alla Chiesa di S. Luca».

Sempre Semeria riporta l’epigrafe che era sulla facciata della chiesa che ricorda un restauro del 1702 eseguito per volontà di Benedetto Fedeli: Benedictus Fidelis prior restauravit anno Domini MDCCII.

Piazza della Vittoria

In Piazza della Vittoria, detta fino al 1920 Piazza dell’Oca, già citata in un processo del 1428, riportato da Viviana Izzo, come piaza dell’ocha, è una cripta con begli archi a costoloni.

E’ quella che si vede nel locale al n° civico 1, ove ha sede il Bar Vittoria, sulla piazza a destra di chi sale Via Matteotti, presso le piccole colonne di peperino, che hanno dato il nome popolare a quell’area, appunto detta le Colonnette.

Sulla piazza, sin dalla metà del secolo XIII, nominata dallo Statuto di Viterbo del 1251, era la Fontana di san Luca.

Francesco Cristofori, in una nota, riportata circa il 1890, nella rubrica delle Riforme del 1819 - 1820, la descrive: «Fontana di san Luca. In piazza de l’“oca”. A l’angolo de la Casa già Pompei ed hora de li signori Pheuli. L’acqua derivava da la sorgente de la Cantinaccia presso la Porta murata “Ferentana” e cioè a capo de la piaggia del Cunicchio. L’acqua venne incanalata a la fonte del Campo Bojo. La fonte di san Luca hora è diruta. E’ ricordata a’ la rubrica 65ª del libro 1° [dello Statuto di Viterbo del 1251] siccome all’hora e fin al secolo XVII esistente».

Palazzo Ciofi

Avanti alla Chiesa di san Luca era il Palazzo Ciofi nel quale il 1° Luglio 1843 fu aperto l’Ufficio di Dogana, la spesa dell’impianto fu accollata dal Comune che con una tassa speciale si rivalse sugli esercenti.

Fu acquistato, poi verso il 1880, dai conti Venturini di Bagnoregio, e rimase di loro proprietà sino al 1923.

Luca Ceccotti, nella Pianta di Viterbo a colori eseguita su seta, conservata nell’Archivio storico della Biblioteca degli Ardenti, colloca su quest’area la Casa degli Annibaldi o Paradiso.

La Direzione generale della Banca d’Italia, fin dagli inizi del 1907 deliberò l’apertura di una agenzia in Viterbo, tanto che questa iniziò ad operare dal 20 Febbraio di quell’anno. Poi nel 1923 la Banca d’Italia acquistò il Palazzo dei conti Venturini in Via Matteotti che ancora nel 1927 fu sede della Banca stessa.

I bombardamenti del 1944 danneggiarono gravemente il palazzo, oggi su quell’area si trova il moderno Palazzo dell’INPS.

Lo stemma dei Ciofi è: troncato d’azzurro e di onde increspate al naturale, con la fascia d’oro attraversante sulla partizione; l’azzurro caricato d’una cometa fra due stelle di otto raggi, il tutto d’argento.

Lo stemma dei Venturini è: d’azzurro all’aquila al naturale, dal volo abbassato, terrazzata di verde, fissante un sole d’oro, orizzontale destro.

Sulla Piazza della Vittoria era la casa di Bartolomeo di Juzzo Scricchi o Scricco, ove nel 1472 abitavano due monache francescane. Altra abitazione degli Scricchi era in Via santa Maria Elisabetta.

In Via Matteotti, tra i numeri civici 42 e 44 è murata una pietra miliare in peperino col numero 50, in romano L.

Al numero 36 è una bella mostra ottocentesca, in travertino, con decorazioni a conchiglia. Ai numeri 30-34 è la bella mostra in travertino, di quello che fu il negozio di calzature Giovanni Rossini, sulla quale sono state murate belle sculture in bronzo in bassorilievo. Vi sono raffigurante fanciulle con in mano le scarpe e alcune teste di capretto, a tutto tondo, opera di pregio dello scultore viterbese Carlo Jelmoni (1867 - 1933) che aveva lo studio al Corso Vittorio Emanuele n° 16. Oggi vi ha sede la Ditta Fontana.

Al n° civico 28, al di sopra dell’architrave, è una piccola pietra in peperino raffigurante il simbolo della Chiesa di san Luca, ossia la testa di un bue con sopra la Croce. Sta a ricordare che quel locale apparteneva alla chiesa stessa.

In alto sono le finestre del Palazzo della famiglia Architetti, con gli stemmi, posti anche su Via del Pavone, raffiguranti, in testa, un arco sostenuto da un pilastro poggiante su una fascia e, in punta, due chiodi a croce di sant’Andrea.

Oltre, sul lato opposto, al n° civico 13, è il portale bugnato del Palazzo Nini, con lo stemma della famiglia. Scrive Pio Semeria, verso il 1825, che qui «vi è la Torre di Nini sull’Alcionio [il torrente Urcionio] e sotto Campogoglio [Campoboio]». All’interno del palazzo, sulla parete del primo pianerottolo, è murato uno stemma con raffigurata una colomba, che poggia su una rupe, col ramo d’ulivo nel becco e tre piccole sfere.

Al secondo piano è murata sulla parete del pianerottolo l’epigrafe: Questa fu una delle case / dei Martucci della Spada / che alla Patria uomini d’arme e di toga / diedero numerosissimi / appartengono a questa famiglia / Edmondo gonfaloniere sotto papa Pio VI / Gabriele volontario garibaldino / codesto combattendo contro i Francesi / per la libertà di Roma / il 30 Aprile 1849 / S. Ecc. Emanuele primo presidente di Corte di cassazione / eletto da Viterbo italiana / presidente del governo provvisorio / decretò come tale / cessato in Viterbo e Provincia / il governo temporale dei papi / nel 1860 / Edmondo s. tenente del regg.to Cavalleggeri di Treviso / che lasciò la vita sul campo / combattendo contro gli Austriaci / a Telve di Valsugana Trentino / il 22 Giugno 1915.

Nella parte superiore della lapide è lo stemma dei Martucci della Spada interzato in fascia, al primo è un dardo affiancato dalla stella ad otto raggi, al secondo una volpe in fuga, al terzo un destrocherio armato di spada. Il tutto è sovrastato da un elmo con cimiero.

Di fronte era il Palazzo Bussi, ove Domenico Bussi ospitò l’11 Aprile 1769, Giuseppe II imperatore d’Austria che vi incontrò il cardinale Pozzo Bonelli; il 4 Novembre 1769 nel palazzo vi alloggiò Carlo Odoardo Stuart, figlio di Giacomo III, re d’Inghilterra, al quale furono fatte grandi feste. Nel palazzo demolito circa il 1935, in Via Principessa Margherita n° 4, era la Tipografia di Giuseppe Agnesotti questi, tra l’altro, curava anche la produzione di Carte da gioco, che continuò fino al 1953.

Al termine di Via Matteotti, a sinistra, si apre Piazza Giuseppe Verdi, che dai Viterbesi è popolarmente detta Piazza del Teatro, per la presenza del Teatro dell’Unione. 

Era qui La Svolta, l’antica Strada della Svolta, infatti, la via presentava una stretta curva che immetteva al Corso Italia. Unito al Palazzo Nini, sempre sul fronte a sinistra di Via Matteotti, era il Palazzo Monarchi che fu demolito nel 1952 per consentire un migliore ingresso in Piazza Verdi a chi proviene da Via Marconi.

Perpendicolare a questo palazzo era la Casa Moscatelli, posta davanti alla salita che conduce alla Chiesa di santa Rosa. La casa, detta in quel momento la spina, perché era una vera e propria spina lì conficcata e fastidiosa, fu abbattuta a sua volta da opere di demolizione che terminarono il 25 Giugno 1926, per rendere più agevole l’accesso verso il Teatro dell’Unione.

Le case col fronte su Via Principessa Margherita, che formavano La Svolta, furono iniziate ad essere demolite verso il 1937 per aprire la nuova arteria detta nuova Via Littoria, poi dedicata a Guglielmo Marconi, la quale è a copertura del Torrente Urcionio.

Gli edifici all’imbocco della via sono opera dell’I.N.A. degli anni 1937 - 1938. Il torrente, nel frattempo, era stato coperto fino a raggiungere il Ponte Tremoli, infatti, i lavori erano stati terminati il 10 Maggio 1936.

Il 1° Febbraio 1934 era stato nominato, collaudatore dei lavori di copertura del torrente, Vincenzo Pizzuti, ingegnere presso l’ufficio del Genio civile.

Nel 1821 dalla Pianta della traversa postale, conservata nell’Archivio di Stato di Roma, si vede che la Posta cavalli, un servizio eseguito con le diligenze, era a destra di chi sale Via Matteotti, presso il citato Palazzo Nini, dove è l’attuale imbocco di Via Marconi.

Diligenze

Le diligenze, scrive Attilio Carosi, con coincidenze da Bologna e da Firenze erano in partenza ogni mercoledì e ogni domenica da Viterbo ed ogni giovedì e lunedì da Roma.

Lungo il tratto di strada che divide le due città erano dislocate ben sei Poste cavalli, appunto per il cambio dei cavalli. A Viterbo questa operazione avveniva all’Imposta, al decimo chilometro sulla Cassia, a Ronciglione, a Monterosi, a Baccano e a La Storta.

Il biglietto costava da due a tre scudi a passeggero, chi invece voleva usufruire di un calesse a due posti tirato da due cavalli, ne pagava sei.

La tariffa saliva a diciotto se la carrozza era dotata di quattro ruote, era trainata da sei cavalli e guidata da tre postiglioni. E non era finita, infatti, competevano ancora trentacinque baiocchi di mancia al cocchiere e cinque allo stalliere per il beveraggio di ogni coppia di cavalli attaccata alla carrozza.

Via san Francesco

Via san Francesco, che si collega con Via Matteotti, un tempo era detta Vicolo del Grottone. Noris Angeli afferma che lungo la via era una cantina posseduta da Teresa Mizzelli fu Enrico, moglie di Luigi Ciofi (1885), ciò potrebbe essere la prova che la zona era caratterizzata da più cavità naturali una delle quali assai ampia, da cui è derivato il nome della strada.

In Via Braccia di san Francesco, ai numeri 1 e 2 sono ancora oggi due grotte, ristrutturate, sopra l’arco del numero 1 è inciso sul concio che fa da chiave la lettera A.

Le foto sono dell’Archivio Mauro Galeotti
Il testo è tratto da: Mauro Galeotti, “L’illustrissima Città di Viterbo” Viterbo 2002

 

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