Viterbo STORIA
Mauro Galeotti
Dedico a don Angelo Gargiuli, mio caro amico, ormai in cielo, la storia della sua chiesa, quella che tanto amò.

 

                               La Chiesa di santa Maria Nuova nel 1910 (Archivio Mauro Galeotti)

Chiesa di santa Maria Nova o Nuova (dal libro L'illustrissima Città di Viterbo, Viterbo, 2002)

Sulla parte posteriore della Chiesa di santa Maria Nova è l’abside maggiore del secolo XI unica che conservi lo stile romanico, con decorazioni a ruota dentata e con piccole arcate pensili le cui mensole presentano decorazioni a foglie, figure umane, teste di animali, volute e simboli degli evangelisti.

Il cancello, con la sfera recante le lettere F.A.V.L., e la cancellata superiore provengono dalla Fonte di Piazza delle Erbe. La cancellata, infatti, era collocata intorno a quella fontana e fu tolta nel 1911 sistemandone una parte a Prato Giardino a destra dell’ingresso. Oltre il cancello è il chiostro medioevale, impropriamente detto longobardo, si può visitare con il permesso del parroco. 

La parte più antica è quella addossata alla chiesa con gruppi di cinque arcatelle a sesto rialzato, in laterizi poggianti su capitelli a stampella e colonnine con entasi ben marcata, il tutto saldato su un muretto a pieno. Sul lato opposto all’ingresso sono tre ampi archi romanici a tutto sesto, costruiti in pietra assieme ai pilastri poggianti su un muro.

Il restauro del chiostro è stato iniziato nel 1972 e terminato nel 1979.

Le lapidi sepolcrali, fissate sui muri alla sinistra dell’ingresso, a seguito dei restauri della chiesa vi furono collocate tra il 1912 e il 1918 ad opera della Società per la conservazione dei monumenti.

Questi sono i nomi dei defunti riportati sulle epigrafi: Orsola Ferrari del 1854; Pietro Paolo Lucchesi del 1860; Teresa Marescotti del 1791; Bartolomeo Bonanni del 1849; Angelae Matris del 1848; Francesco Guerra del 1861; Filippo Pinto del 1855; Alfredo Marzetti del 1859; Marianna Carnevalini del 1825; Pietro Marzetti del 1827; Antonio Ruggeri del 1842; Giacomo Lorenzo F. Piervitali del 1861; Crispino Narducci del 1856; Orazio Carnevalini del 1823.

Il campanile a vela non è visibile perché si innalza sull’altro lato della chiesa e si svolge in senso longitudinale. Nel 1375 fu data una somma per fare il campanile, lo stesso anno, Monaldo Monaldeschi lasciò l’eredità alla chiesa, per la fabbrica del campanile, già iniziato.

Nel 1521, fra il Capitolo di santa Maria Nova e Camillo di Lucantonio, si ha una intesa per la campana fusa senza corona, poi una delle campane, nel 1729, fu benedetta. Un’altra campana fu battezzata nel 1756 presso il Duomo dandole il nome di Scolastica. Il campanile ha oggi due campane.

In una nota del 1941, scritta dal parroco, si conferma la presenza di due campane su una delle quali è scritto: «† A.M. (scudo triangolare con entro la figura di una campana)... (altro scudo c.s.) Et B.F.V.E. (altro scudo c. s.) IC.D.C. […]. E’ di proprietà della Chiesa ed è del XIII sec.».

Sull’angolo della chiesa è l’esile pulpito in peperino ove, nel 1267, ha predicato san Tommaso d’Aquino, per accordare il popolo viterbese con gli Orvietani. Sul lato del parapetto, volto verso la facciata della chiesa, è inciso An(no) D(omini) MCCLXVII / D(ominus) Thomas Aq(uinas); ossia Nell’anno del Signore 1267 [qui predicò] padre Tommaso d’Aquino, a ricordo della venuta del santo aquinate. Giuseppe Signorelli dimostra che san Tommaso venne a Viterbo nel 1266, ma l’epigrafe riporta un anno dopo. Sembra sia stata scolpita più tardi, forse nella seconda metà secolo XV, quando il Santo ormai era assai conosciuto.

Giuseppe Cappelletti, Angelo Walz ed altri escludono il 1266 e posticipano la predica del Santo di uno anno. Il pulpito fu riparato nel 1974, perché urtato da un autocarro e gravemente danneggiato, poi nel Dicembre del 1976 è stato di nuovo restaurato. Sotto il pergolato della chiesa si radunava l’Arte dei Calzolai. La Chiesa di santa Maria Nova, di puro stile romanico, secondo il cronista Niccolò della Tuccia, risale al 380, essendo stata costruita per volere dei discendenti di Ercole. 

E’ ovvio che non ci sono documenti che provino ciò, ma è certo che fu eretta prima del 1080, quando i proprietari, i fratelli prete Biterbo, o Viterbo, e Leone, assieme a Sassa loro madre e Carabona moglie di Leone, il 13 Dicembre (Giontella dice 6 Dicembre) donarono la chiesa e l’annesso ospedale a Giselberto (…1059 - 1080…), vescovo di Toscanella, affinché vi ospitasse i pellegrini di passaggio e vi istituisse i canonici regolari. La chiesa era officiata da sei canonici della regola di sant’Agostino, i quali erano fuori della giurisdizione episcopale, secondo un privilegio confermato nella Bolla di papa Alessandro III, Bandinelli, del Giugno - Agosto 1181.

Nel 1192, da un documento del Liber censuum, Libro dei Censi, compilato dal cardinale Cencio, camerario della Chiesa Romana, si rileva la conferma alla canonica della Chiesa di santa Maria in Castiglione unitamente alle sue rendite.  Nel 1204 il priore del Monastero di Farfa conferì ai preposti di Viterbo e di Tarquinia, di contrattare in merito ad una vertenza per un terreno di proprietà di santa Maria Nova, posto presso la Chiesa di san Michele, ove erano altri orti e mulini di proprietà della chiesa stessa.

Anche se lo Statuto di Viterbo del 1237 riconosce l’esistenza delle Arti, dell’anno seguente è un atto su pergamena (Margherita vol. IV), redatto in santa Maria Nova, da cui si ha la prima notizia documentata delle Arti a Viterbo. Papa Niccolò IV nel 1289 concesse indulgenze alla chiesa ove si conservava, tra le reliquie, la testa di santa Candida. Nel 1310 venne donata una vigna dal vescovo Consilio Gatti e nel 1348 il canonico Ventura Iacobi, Ventura di Giacomo, lasciò una somma di danaro per la realizzazione di un reliquiario in argento, a forma di testa, per il capo di santa Candida.

Il reliquiario si trova ancora nominato in un elenco delle reliquie della chiesa redatto nei primi del XVI secolo, assieme all’altro reliquiario con la Testa di san Biagio. La sera del 13 Settembre 1459 Alessio Tignosini, essendo stato giudicato traditore per aver iniziato la rivolta contro i Gatti, fu decapitato in Piazza del Plebiscito e fu sepolto nella chiesa. Fu tumulato, scrive il Bussi, che riprende la notizia dal della Tuccia, nella «sepoltura de’ Monaldeschi, co’ quali egli passava strettissima parentela».

Lo Statuto di Viterbo del 1469 prescriveva che le quattro chiavi delle casse, che contenevano i documenti comunali, dovevano essere conservate nella chiesa da altrettanti quattro officiali eletti, uno per ogni rione della città, dai priori e dal gonfaloniere del popolo. Quindi, oltre alla Chiesa di san Sisto, che già poco prima della metà del XIII secolo assolveva a tale servizio, si aggiunse anche santa Maria Nova.

Voglio ricordare che i documenti del Comune, verso la metà del Duecento, vennero in parte copiati in tre esemplari, per essere destinati in tre differenti luoghi di conservazione. Il fine era quello di preservarli da possibili deterioramenti o dispersioni. I luoghi erano san Sisto, come visto, poi, assai probabilmente, la Cancelleria nella sede del Comune ed infine un’altra chiesa che Cristina Carbonetti Vendittelli individua in san Matteo in Sonsa.

La studiosa scrive che ciò è attestato da «una nota apposta su uno dei fascicoli ancor oggi conservati (M4 [Margherita IV volume] fascicolo 10: “hic est liber communis Viterbii qui est in ecclesia Sancti Mathei de porta Sunse”)».

Fino all’8 Novembre 1574 la chiesa ebbe in custodia, assieme alla Chiesa di san Sisto, le predette casse ferree del Comune, contenenti appunto finanze, documenti, franchigie, diplomi, privilegi, bolle, statuti e confini. Dopo quella data i documenti furono rimossi e locati in una cassa da conservarsi nella Cancelleria del Palazzo del Comune.

Furono i priori a stabilire ciò constatato che la città non era in quel momento più soggetta a pericoli di attacchi nemici. Nelle Riforme è scritto: «Per li antichi tempi sospetti si sole a tenere la cassa grande del Comune nella Chiesa di Santa Maria Nova con tutte le sue antiche scritture di privilegi di confini et altre cose pertinenti alla Comunità di Viterbo».

Infatti, nei tempi passati (secolo XV), vi si svolgevano le votazioni per l’elezione degli officiali e dei magistrati cittadini, inoltre vi veniva conservato il bossolo per effettuare le votazioni. 

Questo era chiuso in una appropriata cassa di ferro, serrata con tre chiavi tenute una dai priori del Comune, una dal priore della chiesa e una dal podestà. Avvenuta la votazione, prima dello spoglio, il bossolo veniva trasportato, con grande seguito, dalla Chiesa di santa Maria Nova alla sala grande del Palazzo dei priori, dai banditori a cavallo seguiti dai priori, dal corteo dei giudici e dai famigli del Podestà.

Tutto ciò avveniva alla presenza del Consiglio e dei cittadini, poi si procedeva, finalmente, all’estrazione dei nomi. La sera del 14 Agosto veniva celebrata la festività della Madonna e vi partecipavano, in ordine di precedenza a seconda del loro ruolo, tutte le Arti con i rispettivi rettori. Per l’occasione i forestieri, che partecipavano alla festa, venivano esentati dal pagamento del pedagium.

Il 4 Novembre 1567, quando era priore Paolo Ciosi, la Collegiata di santa Maria Nova, con Bolla di papa Pio V, fu soppressa e aggregata alla Cattedrale di san Lorenzo.

Santa Maria Nuova negli anni '40 (Archivio Mauro Galeotti)

La chiesa nel 1591 fu quindi concessa ai frati Carmelitani, perché il rettore Giulio Tignosini aveva rimesso il suo ufficio nelle mani della Curia e parte delle rendite della chiesa furono acquisite dal Seminario.

Dal secolo XVII fino al XIX la chiesa subì trasformazioni che deturparono il suo originale stile romanico, infatti fu distrutta l’abside di sinistra, istituendovi la Cappella del ss. Salvatore (secolo XVII), restaurata e abbellita poi, nel 1663, dall’Arte dei Bifolchi che ivi aveva la propria sede e che vi costruì l’altare.

Il priore Bartolomeo Bonanni ricorda che «Nell’anno 1824 fu fatta restaurare e dipingere la Cappella e volta del SS. Salvatore e vi furono spesi ducati 12». Fu poi innalzata la Cappella dei santi Giuseppe e Donato, creata distruggendo l’abside destra, che nel 1638 risulta della famiglia Spadensi, passata poi in possesso della famiglia Zazzera.

Nel 1690 al titolo di san Donato si unì quello di san Carlo, inoltre, in quel tempo vi furono eseguiti dei lavori da Sebastiano Fani, il quale dovrebbe aver fatto fare una statua di san Carlo in marmo, essendo la cappella ritornata di proprietà agli Spadensi.

Nel 1675, nel seppellire il priore don Bartolomeo Neri, furono ritrovate nell’abside destra le ossa dei santi Eutizio e Dionisio di Ferento delle quali il 5 Dicembre 1676 fu eseguita solenne ricognizione, con conferma della stessa in data 13 Gennaio 1686.

Nel 1696 il priore fece istanza per ottenere un contributo per le spese di manutenzione della cappella. Le ossa di cui sopra erano in un’urna di peperino con una lapide di marmo con la scritta: «Hic requiescunt corpora sanctorum videlicet Dionysii episcopi et Euticii presbiteri ima tenet unum summa alterum est positum».

Il portale presenta, negli stipiti, semicolonne con capitelli a foglie arcaiche, la lunetta, un tempo affrescata, presenta sull’alto la testa marmorea raffigurante, secondo gli studiosi, Giove Cimino.

Su una colonna del portico esterno, del quale oggi ne vediamo pochi resti addossati alla casa parrocchiale, appresso alla chiesa, era la misura di lunghezza campione detta il passo, utilizzata al mercato esistente nelle prossimità, prevista dallo Statuto della città del 1251 alla sezione prima, rubrica 33.

All’interno la chiesa è divisa in tre navate con dodici colonne monoliti e quattro semicolonne addossate al muro, con bellissimi capitelli differenti l’uno dall’altro, che sorreggono archi a tutto sesto.

Il bel soffitto a capriate fu eseguito, probabilmente, nel 1460 da Paolo di Mattia e conserva travi e pianelle decorate a tempera, tra le quali ve ne era una raffigurante due buoi con aratro guidati dal bifolco, ora al Museo civico.

Forse la pianella era stata posta a ricordare che in chiesa ebbe sede l’Arte dei Bifolchi. Il soffitto fu restaurato nel 1489 - 1492. Le navate laterali hanno tre piccole monofore ciascuna, di maggiore dimensione sono invece quelle, tre per ogni lato, della navata centrale.

La Via Crucis in terracotta appesa alle pareti è opera del 1961 di Domenico Mastroianni. A destra e a sinistra dell’ingresso sono due colonnine, sostenenti le acquasantiere, di stile romanico del XII secolo, provenienti dalla Chiesa di sant’Omobono, già dedicata a san Salvatore, nella vicina Piazza san Carluccio.

Presso la porta della bussola, a destra sulla controfacciata, è la lapide marmorea ove è scritto:

In questa chiesa ebbero sepolcro e memoria / Teresa Marescotti marchesa Especo y Vera 1791 / Giovanni Petroso dei baroni Pullicarini 1795 / Orazio Carnevalini 1823 / Marianna Carnevalini in Mangani 1825 / Pietro Marzetti 1827 / Colomba Galloni in Lucchesi 1828 / Francesco Guerra 1841 [in realtà 1861]- Antonio Ruggeri 1842 / Angela Arnolfi 1844 / Giuseppe Arnolfi 1848 / Bartolomeo Bonanni 1849 / Orsola Ferrari in Lucchesi 1854 / Filippo Pinto 1855 / Crispino Narducci 1856 / Alfredo Marzetti 1859 / Francesco e Silvestro Calcagnini 1860 / Pietro Paolo Lucchesi 1860 / Vincenzo e Leopoldo Lucchesi / Giacomo Piervitali 1861 / Livia Galani in Giusti 1865 / Elisa Angelini Rota 1870.

Padre Pio Semeria (1767 - 1845) legge, dopo il 1827, l’epigrafe di Pietro Marzetti «Hic sita sunt ossa Petri Marzetti qui vixit annis XVI».

E’ poi un cippo con sovrastante capitello, vi è scolpito il riassunto dell’atto relativo alla fondazione della chiesa (13 Dicembre 1080) conservato nella pergamena n° 2 dell’Archivio comunale di Viterbo, nella Biblioteca degli Ardenti.

Fu scolpito in tempi posteriori, non essendo riportata dalla pergamena la scritta «imperante Henrico obsidente Romam». Si sa che Enrico IV assediò Roma nel Giugno 1081 e non nel 1080, comunque ecco cosa riporta il cippo:

(prima facciata)

A(nno) D(omini) MLXXX i(n)d(i)c(tione) III t(em)p(ori)b(us) G(re)g(orii) VII p(a)p(e) / imp(erante) Henrico obsidente Roma(m). / Hoc factum est imp(er)p(etuum) re / cordatione quod B(iterbus) v(e)n(e)r(abilis) / p(res)b(iter) et Leo g(ermani) f(rat)r(e)s fecerunt / canonicam ex propriis s(ui)s / facultatibus que d(icitu)r s(an)c(t)a / M(aria) Nova ad honorem Dei om / nipotentis et beate Mariae se(m) / p(er) Virginis et omnium s(an)c(t)or(um) at / q(ue) s(an)c(t)ar(um) Dei pro animabus suis / et omnium fidelium (christi)ano / rum in servis servor(um) Dei qui / ibide(m) commorantur et qui / regulariter vivunt et in u / sibus peregrino(rum) sicut / legitur in regula / s(an)c(t)oru(m) patrum in quarto / et in XLII cap(itu)lo in quib(us) / sunt comprehensa omni / a studia peregrinor(um). Itaq(ue)

(seconda facciata)

sagacissimus B(iterbus) sac(erdos) et / Leo g(ermanus) initoq(ue) consilio / una cu(m) Giselb(er)to e(pisco)po S(an)c(t)e / T(uscanensis) ecle(sie) volumus n(ost)ra dona / tione in tale videlicet ra / tione ut nullus e(pisco)p(u)s aut la / icus priorve ibi eligere / audeat nisi que(m) p(re)ordi / nati heligerint et ta / l(is) persona eligatur que bene valeat ad cultu(m) / canonice vel ad suscep / tione(m) peregrinor(um). Si q(ui)s / hoc statutu(m) frangere / voluerit aut de propri / etate huius eccle(sie) studi / ose defraudare et prior / eiusd(em) ecclesie non indul / serit t(un)c in primis om(ni)p(otent)is / D(e)i et beate M(arie) se(m)p(er) Virg(inis) et o(mn)ium / s(an)c(t)or(um) anathema sit sicut / Anna et Saphira et Iuda q(ui) / D(eu)m tradidit ante tribunal / Christi. Ego G(iselbertus) e(pisco)p(u)s T(uscanensis) ecclesie / c(on)firmo hunc p(ri)vilegium.

(terza facciata)

Nos vero q(ui) inchoavimus / hanc eccl(esi)a(m) ta(m) grata ope / ra designamus n(ost)ra no / mina B(iterbus) ven(erabilis) p(res)b(ite)r et Leo et Sas / sa mat(er) n(ost)ra et Carabona / uxor Leonis. Ideoq(ue) ob / nixe rogamus v(est)ram fra / ternitatem om(ni)b(us) q(ui) in hoc / loco sunt preordinati ut / n(ost)ru(m) hobitum memoriter te / neatis q(uia) dignu(m) est hii q(ui) tam / mirificu(m) opus inchoaverunt / ut se(m)p(er) memorialem hobitum / habeant in missis et psalmis / et in largis helemosinis q(uod) si / hoc dignius non esset anni / versariu(m) a S(an)c(t)is Patrib(us) con / stitutu(m) non fuisset D(eo) gra(tia)s / VIII Id(us) Nob[embris] obitu Sassa / XIIII K(alendas) Dec(embris) obitu Leonis / amatore huius canonicae plusquam phi / lios aut philias [et Nonis Ianuarii obitu Pretie filie eius].

Feliciano Bussi († 1741) riporta quest’ultima riga «V Nonas Januarias obitus Drietelli». Invece, Giuseppe Signorelli, in un manoscritto che possiedo, scrive:

«V Nonas Januarii obitus Pretie filie ejus». Tradotta: Nell’anno del Signore 1080, indizione III, al tempo di papa Gregorio VII, mentre l’imperatore Enrico assedia Roma.

Questo atto fu scritto per ricordare in eterno che Biterbo, prete venerabile, e Leone, fratelli germani, a proprie spese costruirono questa canonica, detta di santa Maria Nuova, in onore di Dio onnipotente, della beata Maria sempre Vergine, e di tutti i santi e le sante di Dio, a vantaggio delle loro anime e di tutti i fedeli cristiani, per i servi di Dio che ivi si trovano e secondo le regole vivono, ad uso dei forestieri pellegrini, come si legge nella Regola dei Santi Padri, quarto e quarantaduesimo capitolo, nei quali sono raccolti i criteri per il trattamento dei pellegrini. 

E così, per maggiore precisione, io Biterbo prete e Leone, mio fratello, presi gli accordi con Giselberto, vescovo della santa chiesa di Tuscania, vogliamo che la nostra donazione abbia valore a questa condizione, che nessun vescovo, o priore, o laico, osi eleggere qualcuno, se non abbiano in precedenza eletto coloro che ne abbiano facoltà, e persona tale venga eletta che sia capace di bene amministrare la chiesa e ben disposto verso i pellegrini. 

Se qualcuno vorrà infrangere questa disposizione, o con frode asportare qualcosa dei beni di questa chiesa, e il priore della stessa chiesa non prenderà provvedimenti, allora egli cada principalmente sotto il castigo di Dio onnipotente, della beata Maria sempre Vergine e di tutti i santi, come Anania e Saffira e Giuda che tradì il Signore davanti al tribunale di Cristo.  Io, Giselberto, vescovo di Tuscania, confermo questo privilegio.

E noi, che abbiamo dato vita a questa chiesa, impresa tanto gradita, indichiamo qui sotto i nostri nomi: Biterbo, prete venerabile, Leone, Sassa, madre nostra, Carabona moglie di Leone.  Perciò con tutta la forza chiediamo riconoscenza fraterna a voi tutti addetti a questo, affinché teniate a mente il giorno della nostra morte, perché è cosa degna che coloro i quali dettero inizio a così meravigliosa opera, abbiano sempre ricordata la loro morte nelle messe, nei salmi, nelle abbondanti elemosine. 

Che se questo anniversario non dovesse essere trattato con dignità, certamente dai Santi Padri non sarebbe stato stabilito. Rendiamo grazie a Dio! 6 Novembre morte di Sassa; 18 Dicembre morte di Leone, che amò questa Canonica, più che i figli e le figlie [ed il 5 Gennaio morte di Prezia, sua figlia]». 

La traduzione è di Attilio Carosi.

Oltre l’acquasantiera sono poggiate e fermate sulla parete varie pietre tombali già poste sul pavimento.

La prima in peperino presenta uno stemma con una balena nell’atto di spruzzare acqua dall’alto, segue un’altra pietra con su scritto: D.O.M. / Liberato Liberati / antiquae probitatis viro / exemplis magis quam opibus / aucta familia / aetatis suae anno LXX[...]V / die XXII septembris / virtutibus et vita funct[o] / hoc familiae sepulcrum / moesti gratique haeredes / poni curarunt / eodem quo il[l]e obiit anno, poi, in un ovale che serviva da portello, è lo stemma e in basso è la data MDCCIX.

Lo stemma in araldica è: d’azzurro al monte di tre cime d’oro dal quale si eleva un olivo sormontato da una stella ad otto raggi argentei.

Viene appresso altra pietra tombale con su riportato lo stemma riproducente una capra con sovrastante crescente montante.

Più in alto è una scritta in caratteri gotici. Sulla controfacciata è anche, fissata sul muro con grappe, l’epigrafe: † Franciscus Monaldi cimator (de) / Viterbio struxit hanc cape / am pro se suorumq(ue) salute ad honore(m) / D[ei] et Virginis Marie MCCCCI.

Tradotta: Il viterbese cardatore di panni Francesco di Monaldo costruì per la salvezza sua e dei suoi questa cappella nell’anno 1401, in onore di Dio e di Maria Vergine. Fu ritrovata durante i restauri del 1906 - 1914 e posta sul muro vicino alla sacrestia con un una pietra riproducente le cesoie, le classiche forbici del cimatore.

Dal 1984 l’epigrafe è dove si vede oggi. Sulla parete è il busto marmoreo di Orazio Carnevalini (2 Dicembre1802 - 12 Novembre 1823), poeta e letterato, firmato e datato Pietro Tenerani faceva / MDCCCXXIII.

Lo scultore Tenerani (1789 - 1869), che era amico di Orazio, nel 1848 scolpì il busto in marmo di papa Pio IX, ora conservato al Museo civico. Il busto venne esposto in Comune nel 1857, nella Sala dell’Aurora, quando venne a Viterbo il pontefice.

Tale era l’apprezzamento per l’artista che, nel 1851, fu ammesso all’Albo della Nobiltà viterbese. Orazio scrisse alcune tragedie, Palmira, Pierluigi Farnese, Ippia, vari sonetti e una Canzone in onore di santa Rosa che la definisce tu d’ogni macchia intatta e pura.

Sopra è lo stemma in marmo dei Fani Spadensi: partito nel primo alla fascia accompagnata in capo da un giglio e in punta da una colonna troncata (Fani), nel secondo alla stella a otto raggi in capo, a tre spade a ventaglio in punta e il capo d’Angiò in corpo (Spadensi).

Mario Signorelli descrive così lo stemma Spadensi: d’azzurro, a due spade d’argento, guarnite d’oro, passate in croce di S. Andrea, sormontate da tre gigli d’oro, ordinati in fascia. Lo stemma dei Fani lo trovo descritto con due colorazioni diverse, per Vittorio Spreti è: d’azzurro alla fascia d’argento accompagnata in capo da un giglio ed in punta da una colonna troncata il tutto dello stesso.

Invece Giovanni Signorelli lo definisce: d’azzurro alla fascia di rosso accompagnata in capo da un giglio d’oro ed in punta da una colonna spezzata d’argento.

Segue una tavola a tempera, priva della parte inferiore, raffigurante la Madonna in trono che allatta il Bambino con a sinistra san Bartolomeo e a destra san Lorenzo, opera attribuita a Giovan Francesco d’Avanzarano del XV - XVI secolo, ma più propriamente di provenienza romana.

La prima cappellina, ornata nell’arco da un fregio in peperino a punta di diamante, è dedicata a sant’Ambrogio, protettore dell’Arte dei Pietrai che aveva un proprio Statuto sin dal 18 Gennaio 1461.

Vi sono affrescati Cristo in croce confortato da angeli in volo tra Maria, san Giovanni, sant’Ambrogio; quest’ultimo è a sinistra con la scritta S. Ambrogius doctor. Si distingue per il mantello rosso e la tunica bianca ed è nell’atto di presentare un ecclesiastico che sta in adorazione, il quale indossa un robone bianco con orlature in rosso, un altro santo è all’estrema destra.

L’Arte dei Pietrai comprendeva anche gli Architetti, gli Scalpellini, i Muratori, i Calciaiuoli o Calcinai e gli altri artigiani di simile mestiere, ma non è certo che questa cappella fosse di loro proprietà. Una Cappella a sant’Ambrogio è nominata nel l469, nel 1612 la cappella è data a Pacifico Zazzera, ultima menzione si ha nel 1639.

Sulle facciate interne dei pilastri laterali della cappellina in questione, sono le figure di santa Caterina della Rota, ricordo che una Cappella di santa Caterina è nominata nel 1484, e sant’Orsola, ma Antonio Muñoz e Domenico Sansoni invece ci vedono santa Caterina da Siena.

Nell’intradosso dell’arco si vedono sette tondi con al centro il Redentore benedicente, a sinistra sono i santi: Giovanni Battista (una cappella a tale santo si trova nominata nel 1639); Paolo e Lorenzo. A destra sono i santi: Michele arcangelo, Pietro e Stefano.

Questa opera in affresco rappresenta il vertice dell’arte pittorica del viterbese Francesco d’Antonio Zacchi detto il Balletta e si può far risalire alla seconda metà del XV secolo. 

La cappellina è detta anche degli Ildibrandini perché il Sansoni, in un suo scritto del 1914, vuole individuare tale Nino Ildibrandini nella piccola figura inginocchiata davanti a sant’Ambrogio.

Nella cappellina successiva è un affresco di scuola toscana con la data 1293, vi sono rappresentati Cristo in croce tra Maria, san Giovanni, santa Barbara, san Niccolò vescovo e l’offerente genuflesso in preghiera. Giuseppe Signorelli avanza l’ipotesi che l’autore delle pitture possa essere Francesco di Bologna.

E’ la Cappella della beata Vergine e san Niccolò della quale si ha notizia nel 1396, cioè quando venne concesso un lascito da Nino di Pietro d’Ildibrandino di san Pietro dell’Olmo, per una cappella con quella dedica, presso l’immagine della beata Vergine.

La cappella nel 1536 era di giuspatronato della famiglia Tignosini. Nel 1557 si nomina col titolo della Madonna; nel 1622 è citata a destra dell’ingresso con l’immagine della beata Vergine nella parete e apparteneva alla Società della Concezione. Infine, nel 1661, ha il nome di santa Maria delle Grazie.

La figura di santa Barbara è stata aggiunta posteriormente, verso la fine del XIV secolo, in sostituzione dell’immagine di un altro santo, probabilmente andata in rovina. Ivi aveva la sepoltura la famiglia dei Forteguerra, di cui fece parte Monaldo.

Di quella famiglia è visibile lo stemma di rosso bandato d’azzurro, riportato due volte sulla fascia in basso all’affresco. Altri storici, come Antonio Muñoz, dicono di colore bianco al posto del rosso, Attilio Carosi scrive banda d’argento in campo rosso.

Sull’altro pilastro è rappresentato san Lorenzo. Sempre Muñoz scrive nel 1912, che è tra gli stemmi dei Forteguerra la scritta: Hic requiescit d.nus Monaldus Fortisguerra de Viterb. sub a. d. MCCLXXXXIII M. Ag. d. X.

I pilastri laterali riportano ancora, a sinistra, gli stemmi dei Forteguerra, e a destra l’immagine di santo Stefano. Nel sottarco, sulla sinistra, è affrescato un vaso di maiolica con fregi in stile arabo, con stelo di foglie che raggiunge la parte opposta.

Domenico Sansoni, in uno studio del 1914, vi pone la sepoltura dei Monaldeschi e attribuisce a loro lo stemma che vi è dipinto; ricorda, inoltre, che i Monaldeschi «avevano le loro case nella Parrocchia, di fronte alla chiesa e vicino a San Vito», presso Via cardinal La Fontaine.

Dopo la porta, che conduce in sacrestia, è un ciborio in marmo del XVI secolo, di influenza romana, già con sportello decorato da un angelo. In sacrestia era esposta, come ho già scritto, una pianella sulla quale è raffigurata una scena di aratura, già collocata nel soffitto della chiesa (secolo XV).

Trovo notizia della ricostruzione della sacrestia nel 1503. In un elenco di quadri redatto da anonimo nel 1875 leggo: «Trovasi nella Cappella a destra dell’altare maggiore il quadro rap(resentante) San Carlo opera del Marata (sic). Questo è uno dei buoni quadri che esistono nelle chiese; sia per il colorito, che per la composizione e pel disegno, merita di essere conservato, e trasportato altrove; perché è delitto lasciarlo dove si trova; tutti i giorni che passano son perduti, trovandosi già in uno stato di screpolazione».

Sull’altare dell’abside minore è una pregevole tavola del secolo XV, col fondo in oro, ove sono raffigurati la Madonna in trono col Bambino e angeli. Secondo il soprintendente alle Gallerie del Lazio, Federico Hermanin (1918), è opera da attribuire a Sano di Pietro, fu restaurata nel 1918 da Vittorio Franceschelli.

Ai lati dell’altare maggiore sono, sul pavimento, due inferriate che permettono di scendere nell’angusta cripta, la quale ha la stessa pianta dell’abside maggiore, con volta anulare poggiante su tre rozze colonne. E’ visibile con il permesso del parroco. L’altare maggiore in blocco monolitico in peperino del XII secolo, elegante sebbene semplice, è originale opera proveniente dall’antica chiesa. Sul fronte è un’apertura con arco a tutto sesto, che insiste su semicolonnine.

All’interno sono alcune reliquie protette da un cancelletto. Nei restauri operati dalla Società per la conservazione dei monumenti tra il 1912 e il 1918, l’altare maggiore fu dotato di un ciborio medievale proveniente dalla vicina Chiesa di sant’Omobono, o di san Carluccio.

Sulla pietra dell’altare vi fu collocata una tavola di scuola senese, raffigurante una Madonna dipinta da Lippo Memmi. Fu recuperata da Federico Hermanin nel Ministero della Pubblica Istruzione, ma, essendo priva di cornice, la stessa fu fatta eseguire, su disegno di Tito Egidi, da Igino Aragnetti, che aveva sede al Vicolo Palombo 7 - 9.

Così riferisce una relazione della medesima Società, redatta nel 1919.

Dietro all’altare maggiore è murata l’epigrafe in marmo: Sacris SS. Ferentinorum / Dionysii ep. et Euticii presb. m. exuviis / in hac lapidea arca cum inscripto marmore / e subiecto solo V Dec. MDCLXXVI / ep. card. Stephano Brancaccio / fortuito effossis / mox XIII Ian. MDCLXXXVI / ep. card. Urbano Sacchetti / penes hunc parietem servatis / denuo ep. card. Mutio Gallo / XXVIII Iul. MDCCLXXXVII recognitis / et publico cultui expositis / XIII Ian. MDCCLXXXVIII / perenne Iõis Franc. et Iõis Ant. / Zazzera fratrum nob. viterbien. / in hoc avito sacello iisdem decorato / obsequentis animi monumentum / MDCCLXXXVIII.

Sul muro dell’abside è un tabernacolo, opera del XII secolo, fornito di un arco gotico e sottostante archetto trilobato. In basso è una sedia episcopale in peperino del 1954, ricollocata nelle incassature di una precedente sedia, ritrovate nei restauri del 1910 - 1911. Vi sono scolpiti gli stemmi di papa Pio XII e del vescovo Adelchi Albanesi. Vi è, inoltre, la scritta: X kal Aug. MCMLIV.

Sopra è un grande Crocifisso in gesso eseguito nel 1966 da Carlo Canestrari di Sassoferrato (AN) (1922 - 1988), fuso in bronzo nel 1987; ha sostitutito un altro Crocifisso del secolo XVII. La bella balaustra in bronzo raffigurante l’Ultima cena, opera di Carlo Canestrari, è stata eseguita nel 1964 e collocata in chiesa il 4 Aprile di quell’anno.

Di un coro si ha notizia dal 1498, quando fu costruito; risulta ancora incompleto nel 1502. Nel 1551 il Comune concesse un sussidio per costruire un nuovo coro, poi, nel 1622, si dice che era dotato di organo.

Il Fonte battesimale, in peperino e travertino, discosto dalla parete, è opera dei fratelli viterbesi Aldo e Mario De Alexandris eseguito nel 1961; sulla colonna è lo stemma del Comune di Viterbo. La semicolonna della navata sinistra presenta una figura umana non ben identificabile, scolpita in rilievo sul basamento. Sull’altare dell’abside seguente è conservato il trittico di scuola romana del XIII secolo, dipinto su cuoio steso su tavola. Vi sono raffigurati il ss. Salvatore benedicente in trono affiancato a destra dalla Madonna e a sinistra da Giovanni Evangelista.

E’ stato restaurato da Gualtiero De Bacci Venuti nei grandi restauri degli anni ‘10 del ‘900. Sulla parte posteriore sono dipinti, a sinistra, san Paolo, poi san Michele arcangelo e a destra san Pietro. Sulla cuspide sono l’Agnus Dei e due angeli in volo e sul rovescio del Salvatore è un cherubino. Secondo Francesco Orioli (1855) l’opera è da far risalire ad epoca assai anteriore al 1283; a suo dire, fu nascosta durante l’assedio alla città da parte di Federico II (1243). 

Della stessa opinione è Attilio Carosi, che scrive, «probabilmente la sacra immagine era stata nascosta per sottrarla alle ruberie della soldataglia di Federico II durante l’assedio del 1243». Infine, per Pietro Egidi risale al XII o XIII secolo e non è anteriore al Mille, come invece ritiene Andrea Scriattoli.

Il suo rinvenimento è così riferito in un antico manoscritto riportato sul codice n° 130 delle Riforme in data 14 Agosto 1716 alle carte 192 t. e 193.

«Nell’anno delo Signore nostro Iesu Cristo 1283 alli... di Marzo Ioseffo de lo Croco, Joanne de la Cipolla aranno co li boi de Scipione del Annio ne lo campo di Julio de la Chirichera, li boi se restettero e no volerno ire nanti e battuti e pongolati se engenochorno un pò in la cerrata e trovaro che l’arato avia entoppato ne una preta granne. Scavorno co la zappa e conubbero che era una cassa de preta co lo coperto puro de preta stuccato e dentro c’era una emaiene de lo Salvatore che l’annettero a pigliare sei preti di San Maria e l’altri preti tutti l’encontrorno, fuori della città co li Comuni che la metterno ne la ditta chiesa vicino la sua residentia. Io prete Ercole Camerlingo ho recopiata questa memoria che stava nelli ricordi, che no si potia più leggere». Il ss. Salvatore si presenta bendicente, nella mano sinistra tiene il libro degli Evangeli aperto, dove si leggono le parole di san Giovanni, «Ego sum via, veritas et vita. Ego sum resurrectio et vita».

Nel 1614 l’immagine del ss. Salvatore fu rimossa dall’altare, umido, oscuro e poco decoroso, per essere collocata sull’altare maggiore. Nel 1622 si trova posta a destra dell’altare maggiore, custodita, per maggiore protezione, in due cappe di legno e circondata da cancellata.

Scrive nel 1930 il canonico Pietro Artemi: «A memoria del fatto e quasi a rinnovellarne ogni anno la pubblica letizia venne istituita pel di 14 Agosto una solenne processione; nella quale singolar parte prendevano gli aratori, che, dietro il loro vessillo, seguivano a cavallo e scortavano la processione; e tra essi in costume di quel tempo figurava un discendente di Joseffo del Croco. Questa solenne processione fu fatta fino all’anno 1870. Ora un drappello di Agricoltori, reca con religioso ossequio le sue offerte, all’altare del SS.mo Salvatore la mattina solenne del giorno 15».

Giorgio Falcioni scrive che la Macchina del ss. Salvatore, nel 1712, fu realizzata per quaranta scudi dall’ebanista Giovan Vincenzo Calmes e che nel 1713 fu indorata per una spesa di cinquanta scudi.

Da un documento, ritrovato da Silvio Cappelli, si apprende che nel 1787 fu dato incarico di indorare la «macchina per portare in processione la miracolosa immagine del Santissimo Salvatore [...] la quale devesi costruire da Giacomo Tamburini, e Luigi Pricci intagliatori Viterbesi, giusta il disegno dell’architetto Domenico [Antonio] Lucchi [1753 - 1791] da detto Pricci ben veduto, e considerato, a favore della nobilissima Arte agraria di questa suddetta città […] si conviene parimenti, che il zoccolo della suddetta Macchina debba essere dipinto di giallo antico, i due leoncini, la testa di bove, e i due festoncini di bassorilievo debbano esser dorati ad oro zecchino perché così per patto e non altrimenti.  Che le nuvole dove posano gli angeli, che reggono il quadro del Santissimo Salvatore debbano essere in argentate, gli angeli poi, e tutto il rimanente della macchina debbano esser dorati ad uso, e stile d’arte, ad oro di zecchino, perché così per patto, e non altrimenti».

La processione in seguito fu spostata al 14 Settembre ed oggi viene effettuata il terzo sabato di Ottobre. L’immagine del ss. Salvatore veniva annualmente trasportata in processione su una Macchina, come visto, bella e ricca di ornamenti.

Oggi, più prudentemente, una copia dell’immagine viene trasportata lungo le vie della Parrocchia di santa Maria Nova, su un carro trainato dai buoi. Agli inizi del secolo XX e almeno fino al 1914, il Comune di Viterbo pagava un canone di dodici scudi per la Cappella di san Salvatore; scrive Domenico Sansoni (1914), «ed ha il banco sormontato dallo stemma, reliquie uniche e meschine, ma significantissime, per la testimonianza delle relazioni secolari che colla Chiesa di Santa Maria Nuova ebbe costantemente nei tempi passati il Comune di Viterbo».

Sulla parete seguente è, nella Cappella del ss. Salvatore, un tabernacolo in peperino, con alla sommità tre cuspidi e un arco con fregi a foglie di acanto. Il tabernacolo custodiva, prima dei restauri, il trittico del ss. Salvatore, oggi invece conserva la Pietà di Carlo Canestrari, eseguita nel 1958. In basso è la tomba dello scultore, infatti leggo l’iscrizione ai piedi dell’opera suddetta: Qui / tra le sue opere / riposa / Carlo Canestrari / scultore / 1922 • 1988.

Una Cappella al ss. Salvatore, secondo Antonio Muñoz, fu eretta nel 1327 e nel 1469 era di giuspatronato dell’Arte degli Ortolani. Possiedo una stampa da lastra di rame col ss. Salvatore benedicente con la scritta: Effigies miraculosa SS. Salva-toris quae colitur Viterbii in Eccl(esi)a / Pr(iora)li S. Mariae Novae prodigiosê reperta, et effossa in agro Viterbi / Anno D. 1283.

Sono poi visibili, sulla parete a cornu Evangelii, resti di pitture murali che furono rinvenuti nel Novembre del 1914, durante i restauri della chiesa.

Si intravedono la Vergine in trono con ai lati quattro santi e sulla fascia di base è la scritta: S(anctus) Ant[onius] Abb(a)s / S(anctus) Al(e)x(ander) M(agnus) he(remita) / [Imago glorio]se V(ir)gin(is) Marie d(omi)ne n(ost)re + + + + + S(anctus) Anacl(etus) / S(anctus) [Se]rapion Abb(a)s + + + + +

Ossia: sant’Antonio abbate / sant’Alessandro Magno eremita / Immagine della gloriosa Vergine Maria, nostra Signora / sant’Anacleto / san Serapione abbate. Più in basso, al centro, sono due riquadri che riportano una carta depicta, dove brevemente è riportato il testamento di due benefattori, che sono ritratti genuflessi ed oranti.

Sono Raniero di Pandolfo Capocci, arciprete di san Lorenzo, morto nel 1318, e Luca di Pietro, priore della chiesa che si trova citato fino al 1319.

Sul primo riquadro è: [...] [nov]eri(n)t u(n)iv(er)si p(re)se(n)s / [Capitulum huius Ecclesie e]xecutor test(a)m(e-n)tor(um) et / codicillor(um) bo(ne) me(morie) d(omi)ni Rain(erii) d(e) Ca(r)d(ina)l(e) q(ui) obiit ann(o) / [...] die X Oct(u)b(ri)s et Lucii d(omi)ni Pet(r)i q(ui) oviit anno / [...] die IX Nove(m)b(r)i(s) do(n)a-v(it) isti Ecc(lesi)e quendam / ort(um) posit(um) i(n) contrata [Rivi] Folianelli sive Peie c(um) condition(ibus) / [infrascriptis in perpetuum firmiter et invi-] Sul secondo riquadro è: olab(i)l(ite)r obser[vandis] [...] / an(te) s(epulcrum) feria s(e)c(und)a alia die [...] / pulsatis c(am)pa(n)is fiat c(um) nota vigil(ia) d(e) ser(o) et / Mis(s)a i(n) mane c(ele)b(r)et(ur) fr(uc)t(us) s(upra)d(i)c(ti) orti dist(ri) / buat in(ter) se et [...] a pri(n)c(i)p(io) usq(ue) ad fin(em). It(em) in [pre-]- d(i)c(t)is bo(n)is S(ancte) M(arie) Nove [...]

In italiano: Sia a conoscenza di tutti che l’attuale Capitolo di questa Chiesa, esecutore dei testamenti e dei codicilli del fu nobile Raniero del Cardinale (Capocci), che morì il 10 Ottobre [...], e di Luca del nobile Pietro, che morì il 9 Novembre [...], donò a questa stessa chiesa un orto sito in contrada Foglianello, o Peia, con le infrascritte condizioni da osservare in perpetuo con fermezza e senza violazioni [...] davanti al sepolcro il lunedì, in un altro giorno, suonate le campane, si faccia la funzione di sera e si dica la Messa il mattino, (si) distribuiscano i frutti del detto orto tra loro e..., dal principio sino alla fine. Item, nei predetti beni di santa Maria Nuova [...].

La trascrizione e la traduzione sono di Attilio Carosi. Raniero e Luca sono raffigurati ai lati ad opera rispettivamente del viterbese Matteo Giovannetti (1300 c. - 1369 c.), il pittore papale di Clemente VI, che affrescò il Palazzo papale di Avignone in Francia, e del suo allievo Pietro da Viterbo. 

L’attribuzione è di Italo Faldi. Nella cappella seguente è un affresco riproducente la Madonna in trono col Bambino rivolto verso san Giovanni Battista, con in basso una offerente orante ed il Cristo Eucaristico, infatti dalla ferita del costato esce sangue che si riversa nel sottostante calice sormontato dall’ostia. Nei pilastri sono due figure, una santa ed un vescovo santo. Nell’intradosso dell’arco invece sono sette tondi col Redentore benedicente e busti di santi e sante, il tutto è opera del viterbese Francesco d’Antonio Zacchi, detto il Balletta, del secolo XV.

Giuseppe Signorelli afferma che l’affresco potrebbe essere stato eseguito da prete Ilario Zacchi da Viterbo, invece Italo Faldi è certo che sia del Balletta. Nell’altra cappellina, che viene appresso, sono: il Crocifisso tra gli angeli in volo, Maria, san Giovanni Battista, santa Maria Maddalena, san Giovanni Evangelista e san Giacomo Maggiore.

Nell’intradosso dell’arco sei tondi mostrano busti di santi e sante, tre per lato, al colmo è il Redentore benedicente, opera del 1340 del viterbese Matteo Giovannetti. «Negli sguinci i santi Giacomo e Cristoforo, adorano Gesù e la Vergine che loro appariscono dall’alto circonfusi di raggi luminosi, irradianti dalla loro testa», così, nel 1914, Domenico Sansoni descrive questa parte della cappella.

Nella seguente Cappella del Battistero o di san Girolamo è l’affresco della fine del ‘400, con san Giovanni Battista, san Girolamo, san Lorenzo. Sul fondo è un paesaggio rupestre ed il sicuro ritratto del committente, pitturato in basso a sinistra, con la berretta nera. 

Vicino è la scritta ser Agnolo, graffita in tempi di poco posteriori alla pittura, che è opera di Antonio del Massaro detto il Pastura (1450 c. - prima del 1516). Fanno corona ornamenti del secolo XVII.

La cappella fu istituita e dotata nel 1510 dal mercante viterbese Mariano di Battista di Pier Ludovico Mariani. Segue, al termine della parete che raggiunge la controfacciata, l’immagine di sant’Antonio col Bambino in braccio e la scritta S. Antonius, bella opera di Igino Gottardi.

In fondo, sulla controfacciata, sono due pietre tombali alzate dal pavimento, le altre sono all’esterno sul retro della chiesa, come ho già riferito. 

La prima è del già citato Bartolomeo Neri priore dell’anno 1675. D.O.M. / Pulvis et ossa rd / Bartholo / maei Nerii / viterbien prioris / ecclesiae par. / S. M. Novae / obiit / a. D. MDCLXXV / die vero / IV Xmbris / aetatis sua / a. LXVIII, mentre nella seconda di Sante Liberati è scritto, entro una cornice di teschi ed ossa incrociate: D O M / Santi Liberato / cui / cunas vissiû / sepulcrum / dedit Viterbiu[m] / doloris test. / emet amoris / Liberatus de / Liberatis / fr. lapidem / posuit / XII Augusti / a [stemma] D / 16 [stemma] 87.

Nella controfacciata, accanto alla porta della bussola d’ingresso, è questa iscrizione in marmo: Questa chiesa edificata nel Milleottanta / nel corso dei secoli più volte manomes / sa fu resa alle prime sue forme a cura / e spesa della Società viterbese per la / conservazione dei Monumenti concor / rendo lo Stato, il Comune, gli Istituti / cittadini e un munifico legato del cav. / Giacomo nob. Polidori. / MCMVI -- MCMXIV.

Sono poi vari frammenti di decorazioni recuperati nel 1907.

Cappelle non più esistenti

La Cappella di santa Candida, che Mario Signorelli dice nominata ancora nel 1861; nel 1484 si trova unita a quella dei santi Valentino ed Ilario.

Nel 1601 fu istituita da Giacomo Nini, poi nel 1638 Lattanzio Rusca stuccò e Rocco Porcaro scolpì la cappella.  In seguito, nel 1663, l’Arte dei Bifolchi vi costruì l’altare e nel 1743 l’Arte dell’Agricoltura lo rifece in marmo.

La Cappella di sant’Antonio si trova intorno alla prima metà del secolo XVII, era ubicata a sinistra dell’altare maggiore, fu detta, in seguito, di san Carlo.

La Cappella di san Giacomo è nominata nel 1443 e nel 1473 le venne mutato il titolo in san Giacomo e san Cristoforo.

La Cappella dei santi Pietro e Paolo è nominata dal 1455 fino al 1557; quella dell’Annunziata fu invece fondata dal pittore Cesare Corsini di Ferrara ed è ricordata ancora nel 1639.

La Cappella di santa Cecilia, che nel 1621 era di giuspatronato di Giovan Battista Avanzo, è ricordata fino al 1639.

Fuori della Chiesa di santa Maria Nova, a sinistra di chi esce, sono i resti di un portico, del quale ancora oggi sono le basi degli archi sul fronte della Casa parrocchiale, eretta alla fine degli anni ‘60. Vi sorgeva l’omonimo Ospedale, già ridotto a stalla.

Era adibito a ricovero dei pellegrini e, per il loro mantenimento, i canonici dovevano riservare la decima parte delle rendite della Chiesa di santa Maria Nova. Comunque l’Ospedale non ebbe grande importanza e breve fu la sua attività, infatti l’ultima memoria risale al 1345.

Il cardinale Iohanne Tiburiense, nel 1349 da Avignone, tentò di far risorgere l’Ospedale elargendo indulgenze per attivare le elemosine da parte dei fedeli, ma il risultato fu nullo. Per quanto riguarda la Casa parrocchiale furono eseguiti restauri, unitamente alla chiesa, dal 1569 al 1571; vi è ricordato nel 1473 un affresco raffigurante san Cristoforo.

Antonio Muñoz nel 1912 scrive: «Due cameroni rispondenti nel chiostro hanno tracce di pitture del secolo XIV: un S. Cristoforo, una Madonna annunciata e altre figure irriconoscibili, dipinte a fresco. [Poi lo storico prosegue in nota] La figura della Madonna fu fatta distaccare a cura del sottoscritto, essendo meglio conservata delle altre, e destinata a scomparire, data l’umidità dell’ambiente».

Nel 1846 furono demoliti due archi che sovrastavano la strada e che sostenevano un terrazzo.

Di fronte alla facciata della chiesa si apre un bel loggiato con soprastante torre appartenente al Palazzo Lomellino. La famiglia Lomellino, aveva lo stemma: partito, al primo troncato di rosso e d’oro.

Al n° 4 di Piazza santa Maria Nuova, sull’architrave della finestra, è scolpito Ars. bubulcõ(rum), Arte dei Bifolchi, e sull’architrave della finestra al primo piano è [...]Lucid de Saxof aud, è poi, sull’architrave della porta murata, lo stemma dell’Arte dei Bifolchi, consistente in un vomere.

Su questa piazza erano i Palazzi Almadiani, Musacchi, Monaldeschi e Pucitta.

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