Villa san Giovanni in Tuscia STORIA
Micaela Merlino

Seneca
Il filosofo e scrittore romano Lucio Anneo Seneca nell’opera “Naturales Quaestiones” trattò anche l’Ars Fulguralis etrusca, la divinazione fatta dagli aruspici osservando i fulmini nel cielo.
Gli aruspici etruschi erano esperti nell’Ars Fulguralis, ossia nell’osservazione dei fulmini e nella loro interpretazione per scopi divinatori. Questo patrimonio di conoscenze era raccolto nei Libri Fulgurales, che costituivano una delle tre sezione in cui era divisa l’Etrusca Disciplina, secondo quanto ha tramandato Cicerone.
La tradizione affermava che questi libri furono scritti dalla ninfa Vegoia (o Begoe), dunque erano un sapere rivelato. Purtroppo nulla è giunto fino a noi dei Libri Fulgurales, ma conosciamo sommariamente il loro contenuto sia grazie ad alcune brevi citazioni fatte da autori romani (Cicerone, Servio, Festo), sia soprattutto grazie a Lucio Anneo Seneca.
Uomo politico, filosofo e scrittore, Seneca era nato a Corduba (Cordova) nella Hispania Baetica (Spagna Betica) verso il 4 a.C., ma ben presto la sua famiglia, di origine italica e di rango equestre, si trasferì a Roma, dove all’epoca regnava l’imperatore Ottaviano Augusto. Qui studiò retorica e avendo un vivo interesse soprattutto per la filosofia, frequentò la scuola fondata in età cesariana dal filosofo cinico Quinto Sestio. Ma fu anche allievo, tra gli altri, del filosofo stoico Attalo, e Seneca stesso aderì allo stoicismo. Intrapresa la carriera politica diventò senatore, e fu scelto da Agrippina minore come pedagogo di suo figlio, il futuro imperatore Nerone.
Continuò a stargli vicino con saggi consigli per cinque anni, dalla sua ascesa al principato nel 54 d.C. al 59 d.C. Poi i rapporti con l’instabile princeps si guastarono irrimediabilmente, cosicchè Seneca, stanco delle intemperanze di quel giovane ribelle e assassino (aveva fatto uccidere sua madre Agrippina), preferì ritirarsi a vita privata. Immerso nella pace dell’otium si dedicò ai suoi studi, senza più affanni e senza più il peso delle responsabilità politiche. Fu proprio in questi ultimi anni della sua vita (terminata nel 65 d.C. con un suicidio al quale fu costretto da Nerone) che compose un trattato in sette libri, conosciuto con il titolo “Naturales Quaestiones”.
L’opera esamina in modo razionale e critico argomenti di Scienze Naturali, quali lo studio dei fenomeni geologici, ad esempio i terremoti, e dei fenomeni celesti; ma spesso le argomentazioni sono infarcite anche di riflessioni di carattere morale e filosofico. L’intento di Seneca era quello di presentare alcune teorie elaborate dai filosofi precedenti, e nel contempo di confutarle per sgombrare il campo dalle false credenze sull’interpretazione dei fenomeni naturali, che ancora ai suoi tempi erano piuttosto diffuse.
Nel secondo libro delle “Naturales Quaestiones” affrontò lo studio dei fenomeni celesti, in particolare delle folgori e dei fulmini, e trattò anche delle proprietà profetiche dei fulmini stessi. Proprio a questo punto espose una sintesi dell’Etrusca Disciplina, riguardo all’osservazione e all’interpretazione dei fulmini.
In base ai precetti contenuti nei Libri Fulgurales gli Etruschi osservavano il tipo e la forma del fulmine, nonché la sua posizione nel templum caelestis (la vòlta celeste). Il cielo era idealmente suddiviso in sedici regioni, e bisognava valutare con attenzione vari elementi: la regione dalla quale il fulmine era partito, per determinare la divinità che lo aveva inviato; quali regioni attraversava durante la sua traiettoria; infine il punto esatto dove avveniva l’impatto.
Fulmini dal significato fausto erano quelli provenienti dalle prime quattro regioni celesti, posizionate tra il nord e l’est, infausti quelli provenienti dalle prime quattro regioni comprese tra l’ovest e il nord. Inoltre gli Etruschi credevano che dopo aver colpito la terra o un oggetto, il fulmine tornasse indietro fino a raggiungere di nuovo il cielo, perciò bisognava indagare con attenzione anche la regione celeste nella quale aveva fatto ritorno.
I fulmini non erano considerati fenomeni che avvenivano per cause naturali, ma si credeva che fossero scagliati dagli dèi, per manifestare agli esseri umani la loro volontà. Gli aruspici avevano il compito di analizzare tutti questi dati, per riuscire ad interpretare correttamente il messaggio divino.
Seneca ha tratteggiato in modo assai incisivo il differente modo di concepire i fenomeni celesti, tra gli Etruschi, gli antichi filosofi greci quali, per esempio, Anassagora (496-428 a.C.) e Aristotele (384-322 a.C.), e gli Stoici: “Questa è la differenza tra noi e gli Etruschi, che sono i più abili nell’arte di interpretare i fulmini: noi crediamo che i fulmini siano prodotti perché le nubi si sono scontrate; essi pensano che le nubi si scontrino per produrre i fulmini. Infatti poiché riconducono ogni cosa a Dio, sono convinti non che i fulmini diano presagi, ma che si verifichino perché sono destinati a dare dei presagi.”
La concezione etrusca sarebbe stata, dunque, finalistica: la Natura, la realtà tutta, ha un fine, uno scopo (telos in greco) che è determinato dalla ferrea volontà divina, alla quale l’essere umano deve sottomettersi. Per vivere in armonia con un cosmo retto dagli dèi, l’uomo deve conoscere questa volontà, e soprattutto deve ingraziarsi gli dèi avversi con riti e sacrifici. Va, però, tenuto presente che in Grecia esistevano anche concezioni religiose in linea con quelle etrusche. Infatti un conto erano le riflessioni fatte dai filosofi, che ricercavano le cause naturali dei fenomeni celesti e terresti, un conto era, invece, la religione ufficiale.
Questa identificava nel fulmine l’arma preferita da Zeus, per essere scagliata ogni volta si rendeva necessario un suo severo intervento nelle vicende divine ed umane. Dunque c’è l’idea del fulmine come arma divina, e come messaggero celeste. Gli Etruschi credevano che soltanto nove divinità potessero scagliare i fulmini, tra cui soprattutto Tinia (Zeus/Giove) che ne possedeva tre tipi diversi.
Da quale fonte attinse Seneca le sue conoscenze sull’Ars Fulguralis etrusca? Forse da un’opera, purtroppo perduta, di Aulo Cecina, appartenente alla gens Caecina di Volaterrae (Volterra). Nè, credo, sia senza significato il fatto che tra gli allievi di Seneca ci fu anche un giovane, nativo di un’antica città etrusca.
Si tratta di Gaio Musonio Rufo (30-100 d.C.) nato a Volsinii (Bolsena), che poi divenne filosofo neostoico. Dunque Seneca ebbe probabilmente a disposizione un libro scritto da un etrusco (Aulo Cecina), da cui attingere notizie, e forse qualche informazione avuta da un allievo (Musonio Rufo), che era nato proprio in un territorio un tempo appartenente all’Etruria.






















