Villa san Giovanni in Tuscia STORIA
Micaela Merlino

                              Il campanile della Chiesa san Giovanni Battista

Sacri rintocchi: anche le campane hanno fatto la storia.

Nel corso dei secoli la storia dell’ecumene cristiana è stata scandita dal suono delle campane. Secondo la tradizione, la campana con batacchio fu introdotta in chiesa come strumento musicale da S. Paolino da Nola (355-431), nato a Bordeaux in Francia da una famiglia patrizia, convertitosi al Cristianesimo grazie all’opera di apostolato di S. Ambrogio Vescovo di Milano e S. Agostino Vescovo di Ippona in Africa, che erano diventati suoi amici. Nel 420 divenne Vescovo di Nola, in Campania.

Ma il suono delle campane nelle ore canoniche e durante la celebrazione liturgica dell’Eucaristia, risale a quasi trecento anni più tardi. Secondo una notizia riportata nell’Epitome Pontificum Romanorum (1557) dall’erudito Onofrio Panvinio (1529-1568), fu Papa Sabiniano, nato a Blera, a dare disposizioni precise in merito al rapporto tra liturgia e suono delle campane. Eletto Pontefice il 13 settembre 604, era però destinato a rimanere poco sul soglio pontificio.

Espressione dei contestatori del predecessore papa Gregorio Magno, accusato ingiustamente, tra l’altro, di aver sperperato il patrimonio della Chiesa in favore dei bisognosi solo per trarne gloria di benefattore, si rese impopolare perché diede ordine di interrompere l’assistenza gratuita ai poveri, facendo distribuire sì il grano, ma dietro pagamento di una contributo in denaro.

Ciò provocò una rivolta popolare, nella quale sarebbe rimasto ucciso (22 febbraio 606). Secondo una leggenda, fu percosso con il pastorale dall’anima di Papa Gregorio Magno apparsogli in sogno, sdegnato a causa del suo comportamento poco caritatevole. Difficile stabilire la verità storica di questi episodi, ma è certo che, nonostante le disposizioni di Papa Sabiniano, soltanto molto tempo dopo, tra l’VIII e il IX secolo, le chiese cominciarono ad essere regolarmente dotate di campane, e in questo periodo iniziarono, quindi, ad essere costruiti anche i primi campanili, che si diffuso poi grandemente dall’XI secolo.

Anche la storia del piccolo borgo di San Giovanni di Bieda, antica denominazione dell’attuale paese di Villa San Giovanni in Tuscia, è stata scandita dal suono delle campane, e le campane stesse sono state oggetto di cura e di devozione. La prima chiesa del paese, oggi perduta, fu edificata prima del 1571 ed era dedicata a San Giovanni Battista, ma sui suoi resti verso il 1910 fu costruito il Palazzo Comunale.

Il campanile era stato edificato proprio sopra il tetto. Nel XVII secolo, in piena Controriforma Cattolica, i Vescovi vigilavano con severità sul decoro delle chiese delle proprie Diocesi, e particolarmente attento si mostrò il Vescovo di Viterbo Francesco Maria Brancacci. Durante la Visita Pastorale del 18 marzo 1646, aveva fatto notare alla Comunità che la chiesa era ancora sprovvista di sagrestia, cosicché la locale Confraternita del SS. Sacramento si impegnò a farla edificare. Superando non poche difficoltà, dovute al fatto che la cassa della Confraternita soffriva a causa di debitori insolventi, infine mise da parte il denaro sufficiente per i lavori di costruzione.

Quando il 19 aprile 1651 il Brancacci si recò di nuovo in Visita Pastorale, vide con soddisfazione che i Confratelli avevano attuato quanto promesso. Ma ecco che il Prelato diede un nuovo ordine: entro tre mesi trasferire sopra la sagrestia le campane, poiché era un luogo più adatto. Per eseguire il nuovo compito, la non ricca Comunità avrebbe dovuto trovare altre somme di denaro… Nonostante le difficoltà finanziarie, i Sangiovannesi riuscirono a trasferire le campane, con soddisfazione dello zelante Brancacci.

Questo episodio illustra bene il ruolo avuto nel tempo dalla Comunità, circa il finanziamento di opere a favore dei sacri edifici locali. Dal 1714 iniziarono i lavori per la costruzione della nuova chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista, finanziati dall’Arciprete Don Camillo Fabri. La solenne consacrazione avvenne dodici anni dopo, il 29 maggio 1726 con una cerimonia liturgica presenziata dal Vescovo di Viterbo Adriano Sermattei. Il campanile fu edificato sul lato nord dell’edificio, e in origine c’erano solo due campane, che furono “battezzate” con i nomi, l’una “Giovanna”, l’altra “Battista” in onore del Santo Patrono, cui la chiesa è dedicata.

Ma il 5 ottobre 1853 sul paese si abbatté un violento temporale, nel corso del quale un fulmine cadde proprio sul campanile della chiesa, provocando la sua rovina, e molti danni anche all’altare di S. Antonio Abate e S. Egidio. Il paese era abitato per la maggioranza da persone non abbienti, agricoltori e allevatori di bestiame, ma, come anche in passato, la Comunità riuscì a mettere insieme una adeguata somma per i restauri, 34 scudi, e la chiesa riebbe il suo campanile.

Poi, nel 1859 fu lo stesso Arciprete Don Aminto Todini che, con generosità, sborsò di tasca propria una somma per l’acquisto di una terza campana, aggiungendo ad essa anche alcune offerte dei fedeli. La campana era stata fusa a Roma da Giambattista Lucenti , pesava 350 libbre e fu pagata 105 scudi, cioè costò quasi tre volte il denaro speso per i restauri.

Questi atti di mecenatismo nostrano permettevano ai sacri edifici di poter continuare a svolgere, con piena efficienza e rinnovata dignità, le proprie funzioni. Con una cerimonia solenne svoltasi il 23 aprile 1836, la campana fu benedetta dal Vescovo Gaetano Bedini. Il suono delle campane annunciava la Messa, l’Angelus Domini tre volte al giorno, segnalava eventi sacri quali matrimoni, feste patronali, processioni, e segnava anche lo scorrere del tempo, con rintocchi ogni ora o mezz’ora. Inoltre dava l’allarme anche in casi di calamità quali incendi, violenti temporali, grandinate, pestilenze, incursioni di nemici.

Sulle campane erano scritte, in genere, preghiere di protezione, come ad esempio: “a fulgure et tempestate libera nos Domine”. Tuttavia i rintocchi non avevano solo significati simbolici teologici e liturgici, bensì erano utilizzati anche per scopi profani. Notizie contenute nella Visita Pastorale del 1915 testimoniano che il loro suono era usato per finalità pubbliche: quello della campana maggiore dava il segnale di inizio delle lezioni scolastiche, mentre quello della campana minore annunciava la convocazione del Consiglio Comunale, e le udienze del Giudice Conciliatore.

Non si hanno notizie, invece, sugli antichi suonatori di campane di Villa San Giovanni in Tuscia, ma è certo che fino a una ventina di anni fa esse potevano “parlare” grazie alle mani di un esperto campanaro, altra figura tipica di un modo di vita ormai quasi del tutto tramontato.

Chi lo ha conosciuto lo ricorda molto orgoglioso del suo compito, tanto che non permetteva a nessuno né di sostituirlo, né di azionare, fosse pure solo per curiosità, le funi delle campane. In effetti questo ruolo in passato era molto importante, tanto che i campanari avevano, ed hanno, non uno bensì tre Santi Patroni, S. Paolino, S. Barbara e S. Guido di Anderlecht. Le campane come motivo di devota fierezza, perché il loro suono unisce la dimensione terrestre a quella celeste, l’umana a quella divina.

Sacri rintocchi che hanno fatto la storia. Così scrisse il francese Thomas Merton (1915-1968), ex ateo convertitosi al Cattolicesimo, nel suo “Thoughts in solitude” (1953-1954): “Le campane dicono: abbiamo parlato per secoli dalle torri delle grandi chiese. Abbiamo parlato ai Santi, ai vostri padri nelle loro terre, il nostro messaggio è stato sempre rivolto a tutti, perché il nostro canto è perfetto.[Le campane] Sono la voce della nostra alleanza con il Dio del cielo”.

 

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