Villa san Giovanni in Tuscia STORIA
Micaela Merlino

Fare il Portoghese
Da secoli alcuni vocaboli etnici sono usati in senso dispregiativo o ironico, per stigmatizzare alcuni comportamenti, associando arbitrariamente l’idea di un popolo a certi vizi moralmente riprovevoli.
Nell’Antichità rivalità e disprezzo nei confronti degli “altri” correvano sul filo delle parole, anzi dei vocaboli etnici, utilizzati spesso arbitrariamente per stigmatizzare alcuni comportamenti ritenuti disdicevoli, sconvenienti e riprovevoli, e per sottolineare la propria superiorità morale, sociale e politica.
Un ateniese del V secolo a.C. che nell’agorà avesse allacciato un discorso con una persona svagata, si sarebbe potuto risentire imprecando “Sei proprio un Beota!”. In origine “Boiotòs” significava semplicemente “abitante della Boiotìa” (Beozia), una regione dell’antica Grecia confinante a sud con l’Attica, e che tra le sue città principali contava Tebe ed Orcomeno. Nel corso del tempo, però, il vocabolo “Beota” cominciò ad essere usato in senso dispregiativo per indicare una persona sciocca, dalla mente ottusa, ed ebbe origine anche la locuzione “Faccia da Beota” cioè da stupido, volendo così indicare chi già nei tratti del volto manifestava la sua imbecillità mentale.
Le ragioni dell’insulto risiedevano nei pregiudizi che gli Ateniesi avevano nei confronti dei Beoti. Infatti la zona sud-orientale della Beozia era montuosa, perciò i progrediti cittadini di Atene consideravano gli abitanti di quell’area come rozzi montanari, tonti e sprovveduti. In realtà questa insofferenza aveva motivi più profondi, determinati dalle aspre rivalità che esistevano tra regioni confinanti, quali erano appunto l’Attica e la Beozia.
In seguito il corso degli eventi dimostrò agli Ateniesi, che i Beoti non erano affatto così stupidi come essi li consideravano, perché dopo la Guerra del Peloponneso (431-404 a.C.) e la sconfitta di Atene, la città di Tebe, seppure per breve tempo, riuscì a dominare militarmente e politicamente tutta la Grecia. Altra epoca, altro insulto etnico: nella Roma di età repubblicana invalse l’uso di dire “Sei un Sannita”, a chi si comportava in modo rozzo e incivile.
Questa locuzione dispregiativa stigmatizzava il popolo dei Sanniti, che in realtà avevano dato molto filo da torcere ai Romani, i quali tra la metà del IV e gli inizi del III secolo a.C. avevano dovuto sostenere tre lunghe e sanguinose campagne militari (Guerre Sannitiche) prima di riuscire a sottomettere il fiero e bellicoso popolo rivale. Poiché i Sanniti abitavano un territorio impervio e montuoso, con pregiudizio erano considerati come montanari incivili e addirittura come “latrones”, cioè ladri e criminali.
Anche il Medioevo non fu esente dall’uso di vocaboli etnici in funzione di insulto. Furono soprattutto gli Ebrei a divenire il bersaglio di una serie di pregiudizi, sia da parte delle autorità che del popolo. In origine il vocabolo “Ebreo” indicava una persona che apparteneva al popolo ebraico di lingua semitica, o comunque alla religione ebraica, ma presto si caricò di connotati assai negativi, cominciando ad essere usato per indicare una persona infida, meschina, miscredente in riferimento al rifiuto di riconoscere Gesù come il vero Messia, avida e avara in riferimento al fatto che in tante città europee gli Ebrei erano dediti non solo ad attività commerciali ma all’odioso prestito ad usura (a cui però più volte ricorsero Re, Principi e Papi). Anche il sinonimo “Giudeo” fu utilizzato in senso dispregiativo per indicare una persona crudele, perfida e traditrice, e l’avverbio “giudescamente” stigmatizzava un modo di fare sleale e truffaldino.
Il quartiere abitato dagli Ebrei era chiamato “Giudecca”, ed è significativo come il pregiudizio antiebraico fu presente anche in Dante Alighieri, che chiamò Giudecca la parte centrale del lago Cocito, nell’Inferno, dove scontavano la loro pena i traditori dei loro benefattori. Nel lungo periodo della “Reconquista” cristiana dei regni musulmani della Penisola Iberica (VIII-XV secolo), gli Ebrei o i Musulmani spagnoli che per paura o per convenienza si convertirono al Cristianesimo, furono chiamati “Marrani”. Presto il termine fu usato in modo sprezzante per indicare persone infide, miscredenti e traditrici, poiché sia le autorità che il popolo credevano che in segreto fossero rimasti fedeli alla loro religione d’origine.
In Francia la parola “Bedouin”, derivata dall’arabo bedewin, fu introdotta dai Crociati per indicare una popolazione nomade del deserto africano. Con il passare del tempo il vocabolo fu utilizzato come dispregiativo, e la locuzione “Essere un beduino” indicò una persona che si comporta in modo rozzo ed incivile. Simile destino fu più tardi riservato all’etnico “Zulu” o “Zulù”, che per antonomasia è diventato, purtroppo, sinonimo di “persona incivile”.
I Vandali erano una popolazione germanica orientale, che nel V secolo d.C. invase la Gallia, la Penisola Iberica, il Nord-Africa, seminando morte e distruzione, e che nel 455 d.C. entrò in Roma mettendola a ferro e fuoco. La prima attestazione dell’uso dispregiativo di “Vandalo” nel significato di persona violenta, si trova in una lettera di Papa Leone X del 1515.
Ma la locuzione “Essere un vandalo” con il significato di persona incivile e violenta, e il vocabolo “Vandalismo” indicante atti distruttivi perpetrati da una o più persone arroganti e senza scrupoli, entrarono a pieno diritto nel linguaggio parlato e scritto nel corso del XVIII secolo. In particolare fu l’abbè Grègorie (Henri Grègoire), vescovo costituzionale di Blois, che nel 1793 in piena Rivoluzione Francese coniò la locuzione “Faire un vandalisme” (“Compiere un vandalismo”), riferendosi alla furia con cui i rivoluzionari si abbattevano contro chiese e monumenti, dei quali volevano fare piazza pulita. L’abbè Grègorie protestò aspramente alla Convenzione Nazionale contro queste distruzioni, presentando un “Rapport contre le Vandalisme” (“Rapporto contro il Vandalismo”).
Il termine “Vandalismo” varcò presto i confini della Francia, tanto che già nel 1797 fu usato in un documento ufficiale a Venezia. Più ironico è, invece, il modo di dire “Fare il Portoghese” che significa usufruire astutamente di un servizio senza pagarlo, e la cui origine risale ad un fatto storico.
Nel XVIII secolo a Roma l’Ambasciatore del Portogallo promosse una serie di spettacoli nel teatro Argentina, ma i Portoghesi residenti in città dichiarando all’ingresso la propria nazionalità potevano entrare gratis. Furbescamente molti popolani romani, che vivevano di espedienti e s’ingegnavano a sbarcare il lunario, attratti per curiosità da quegli intrattenimenti si spacciarono per Portoghesi, riuscendo ad entrare in teatro senza spendere un baiocco. Da qui appunto l’espressione “Fare il portoghese”, che ancora oggi è usata nella lingua parlata per indicare una persona scroccona. E’ stata usata in letteratura anche da un famoso poeta e scrittore quale fu Eugenio Montale, proprio ad indicare i soliti furbacchioni che vogliono divertirsi senza mettere mano al portafoglio.
Oggi, però, queste “Hate words”, come le ha definite Aaron Peckham, cioè queste parole di disprezzo, andrebbero sicuramente revisionate, ed anche eliminate, nella consapevolezza che non ci sono popoli infidi, scrocconi o incivili “per natura”.
Infatti, alcuni tratti culturali relativi ai popoli sopra descritti derivano da precise contingenze storiche, sociali, economiche e religiose, e sono soggetti, come tutti i fenomeni culturali, al cambiamento. Inoltre nelle “Hate words” il punto di vista è sempre parziale, perché deriva dal modo (malevolo) di guardare un popolo da parte di un altro popolo, ed è risaputo che i pregiudizi sono sempre cattivi consiglieri.






















