Cellere STORIA POPOLARE QUELLA DI OGNI GIORNO
Mario Olimpieri

Cellere Piazza Castelfidardo negli anni '50 (g.c. di Mario Olimpieri)
Buona giornata ai lettori de Lacitta.eu, il racconto di oggi riguarda due caratteristici personaggi vissuti a Cellere negli anni Cinquanta.
Non erano molti i divertimenti negli anni Cinquanta, ma quando a Cellere arrivavano le giostre o il Circo (che poi era un semplice tendone), allora il divertimento era assicurato.
Subito si spandeva la voce, e ben presto si andava a curiosare giù in Piazzetta, ossia in Piazza Castelfidardo, dove c’è il monumento ai Caduti e dove in quel tempo c’erano anche le scuole elementari, in fondo sulla destra.
I più curiosi erano, senza dubbio, i bambini, i quali con interesse assistevano alla preparazione di tutto il necessario per poi eseguire spettacolo e giochi vari.
Sto parlando, in particolare, del circo in cui si esibivano Bistecca e Cirillino, molto abili nel loro mestiere; chi lasciava un po’ a desiderare era un giovane al loro seguito, ma ancora non disinvolto nelle sue mansioni, per cui era una figura di secondo ordine: eseguiva qualche semplice salto e faceva il tutto con una certa lentezza e anche con una notevole fiacca, e per questo motivo fu soprannominato proprio “FIACCA”, e il nomignolo se lo portò avanti per molto tempo.
La sua vera identità corrispondeva al nome di Michele Ricciardi.
In quei giorni di spettacoli, noi bambini ci divertivamo tanto, ma poi giunse inevitabile il giorno della partenza del circo, però qualcosa o qualcuno rimase, infatti il giovane Michele decise di non partire e di restare a Cellere, forse perché si era invaghito di una ragazza cellerese.
Ebbene sì, avvenne proprio per questo motivo: la ragazza di cui si innamorò si chiamava Betta; i due convolarono poi a nozze e dalla loro unione nacquero tre figli.
Ma Michele come tirava avanti la famiglia? Quale mestiere praticava? Egli intraprese l’attività di calzolaio, lavorando in un piccolo locale, situato in Piazza Vittorio Emanuele III, dove tempo indietro c’era la rivendita di giornali e tabacchi, e ancor prima la lavanderia.
Praticò bene il suo mestiere, riuscendo a far vivere decorosamente la sua famiglia; ne dette notizia al fratello Nino, che viveva in Abruzzo, il quale ben presto raggiunse a Cellere suo fratello, sperando di migliorare anche lui la sua sorte.
Nino lavorava con impegno e non amava molto uscire la sera con i suoi coetanei, anche perché non disponeva di soldi da sprecare e da spendere per futili motivi.
Una sera, alcuni buontemponi lo chiamarono ripetutamente per farlo uscire in loro compagnia, ma Nino faceva finta di non sentire e non apriva la porta, il che indusse quei giovani a realizzare uno scherzetto di dubbio gusto.
Nella porta di Nino, oltre alla serratura, c’era anche un foro abbastanza grande per poterci inserire l’oggetto dello scherzo; infatti, quei giovani iniziarono a introdurre in quel foro alcuni pomodori, e li spingevano con un pezzo di legno per farli entrare meglio e velocemente, e la velocità era necessaria perché poi riuscirono a introdurre ben due cassette di pomodori.
Che cosa avrà pensato il povero Nino quando si sarà accorto dell’avvenuto scherzo? È facile immaginarlo ed è altrettanto facile intuire quello che avrà detto, senza però farsi sentire per non aggravare ancor più la situazione.
(Cose da non credere, scherzi che mai più si potranno verificare ai nostri giorni!).
Continuando, posso svelare che in seguito avvenne anche di peggio, per cui il nostro Nino dovette vivere un’esperienza ancor più terribile.
Questa volta accettò di aggregarsi a quei soliti buontemponi per andare a rubare nottetempo dell’uva in una vigna nella zona de “Le Pogge”, nei pressi dell’attuale Chiesa Nuova.
Così avevano fatto credere a Nino, ma in effetti avevano progettato un piano diabolico per procurargli una gran paura.
Essi si erano procurati degli scoppi, come dei rozzi mortaretti che, durante il furto dell’uva, avrebbero esploso per impaurire Nino.
Tutto iniziò tranquillamente, l’uva era veramente buona e abbondante, però, mentre Nino era intento a coglierla e gustarsela con vero piacere, essi, come d’accordo, si sottrassero alla sua presenza, si allontanarono silenziosamente e velocemente e iniziarono a dar vita a quella che sembrava un’autentica sparatoria.
Nino rimase impietrito, pensò che fosse sopraggiunto armato il padrone della vigna, gettò a terra il grappolo che stava gustando e si dette a precipitosa fuga, ma i compagni non c’erano a fargli da guida, per cui corse all’impazzata dove non sapeva nemmeno lui dove sarebbe arrivato e, purtroppo, si trovò bloccato da una staccionata, al buio non la poté ben esaminare, tentò di scavalcarla, ma si ferì in più parti con il filo spinato posto in alto; riuscì comunque a superarla, e nel buio della notte si udirono le sue urla di dolore.
Credette anche di avere alle calcagna il padrone della vigna, e invece erano i suoi compagni che lo avevano raggiunto; si riformò il gruppo, e Nino proprio non comprese perché lui era così impaurito, mentre gli amici non riuscivano a parlare dalle gran risate.
Da quella notte, Nino mai più si avvicinò ai vigneti celleresi, nel timore di poter rivivere quella spaventosa esperienza.
Che dire a commento di questi avvenimenti, di queste bravate del passato?
Certamente, oggigiorno quella vita spensierata, semplice, ingenua (anche nella sua gravità), non è più attuabile; i giovani hanno altri modi per divertirsi e per trascorrere il tempo in maniera differente.
Stiamo, comunque, mettendo a confronto due periodi storici diversi e, si sa, ogni periodo non è mai uguale al precedente e viene vissuto in tutt’altra maniera, anche nel divertimento.






















