Viterbo STORIA La Storia del Teatro del Genio per chi ha voglia di conoscerla
di Mauro Galeotti

Via Teatro del Genio, guardate com'è l'imbocco della via, non credo debba scrivere nulla. Poi il "già" è simpatico, ossia già che cosa? Ci vorrà scritto vicino su una targa "Via Teatro del Genio", già "Vicolo del Teatro del Genio"
Teatro del Genio, già Teatro dei Mercanti dal mio libro "L'illustrissima Città di Viterbo", Viterbo, 2002
In Via del Teatro del Genio è il teatro che dà il nome alla via. Scrive Assunta Brannetti che questo teatro fu costruito in contrapposizione dell’altro, detto Teatro dei Nobili, quando i popolani si videro esclusi dal poter acquistare i palchetti in esso allestiti e lo chiamarono Teatro dei Mercanti.
L’8 Marzo 1719 il pittore Francesco Maria Bonifazi cedette a Bartolomeo Spigaglia, uno dei suoi appartamenti con gli annessi discoperti, posti tra la Chiesa di santa Maria Egiziaca e Piazza delle Erbe.
Lo Spigaglia era commerciante con bottega in Piazza delle Erbe, ed aveva intenzione, assieme ad altri commercianti, di costruirvi un teatro fondando, il 10 Marzo 1719, «una Soccita o Communione per formare un Teatro ad uso di commedie, il quale dovrà cominciarsi e poi terminarsi a spese comuni».
I soci versarono trecento scudi ciascuno all’eletto cassiere Pietro Tizioni.
In effetti il Teatro dei Mercanti oltre che dallo Spigaglia fu fondato anche da Pietro Tizioni e da Ascanio Costa.
Sull’area occupata dal teatro erano: una casa dello Spigaglia; un tinello con magazzini, stalla e fienile di proprietà di Francesca Antoni, vedova di Antonio Tizioni; una casa con tre stanze e cucina, con granaio a piano terra, pollaio e cantina di Francesco Maria Bonifazi, come ho già scritto, ed infine un giardino all’aperto con torre appartenuti a Pietro Tizioni.
Fu il perito Domenico Duranti a tracciare una pianta della zona dove doveva sorgere il teatro e a valutare i beni di Spigaglia e Tizioni.
Il teatro fu costruito con quattro ordini di venti palchi di legno ciascuno, una platea e una piccionaia. I lavori furono affidati a Michele Mazza di Parma, «pittore di architettura, prospettiva e ingegnere dei teatri, molto famoso», il quale eseguì le decorazioni pittoriche, il disegno della pianta del teatro stesso e curò l’assitenza ai lavori.
Questi si era obbligato a completare il teatro entro il mese d’Aprile del 1720. Il Mazza, per mille scudi, dipinse: i palchetti, il soffitto, lo stemma del principe Albani, al quale erano riservati tre palchi centrali, il sipario con cinque scene, un bosco, un cortile, un carcere e una sala regia. Erano a suo carico: i colori, l’oro, la colla, il gesso e la fornitura di un lampadario.
Il secondo ordine di palchetti era riservato ai nobili che ne facessero richiesta, ed il pittore Mazza, aveva il compito di dipingere su ogni palchetto lo stemma della famiglia acquirente. La vendita dei palchi terminò il 18 Gennaio 1721 e, nello stesso anno, il teatro fu terminato in tutte le sue parti. Tra gli acquirenti furono il nobile Vincenzo Teloni, che fu il primo, poi: Antonio Liberati, Ottavio Vergari, Stefano Cristofori, Francesco Rosati, il conte Francesco Antonio Galeotti, Francesco Zagaroli, Antonio e Giuseppe Pagliacci, Giovanni Ciofi, Clelia Zagaroli Torellini e il cavaliere Ubaldino Renzoli.
Il primo spettacolo di cui si ha memoria, eseguito nel teatro, fu tenuto in occasione dell’incoronazione di papa Innocenzo XIII, Michelangelo Conti, avvenuta il 18 Maggio 1721.
Il teatro, nel 1738, è detto dei signori Tizioni, Spigaglia e Costa, poi nel 1742 è nominato Teatro dei Mercanti e già nel 1787, dei signori Tizioni e Zagretti di Viterbo.
Operò alla meno peggio, in stato di semi abbandono, dal 1782 fino al 1799, quando appunto fu decisa la sua chiusura. Nel 1782 l’architetto Tommaso Giusti rilevò che il tetto era in rovina e che il tavolato del palco era fradicio.
Per la sua riapertura la Sacra Congregazione del Buon Governo, nel 1803, dispose che poteva avvenire solo a restauri eseguiti. La città restò senza teatro, ed il Comune, constatato che il Teatro dei Nobili, per restaurarlo, sarebbe costato troppo, decise, nel 1804, di prendere in enfiteusi il Teatro dei Mercanti e di ripararlo, al fine di renderlo agibile.
Infatti, per raggiungere tale scopo, il 3 Gennaio di quell’anno, i conservatori rivolsero domanda al governatore generale Domenico Campanari. L’assenso ben presto giunse e il teatro fu preso in enfiteusi per ventisette scudi annui, riservando al 2° ordine un palco per il governatore ed uno per il cardinale Albani.
In merito all’enfiteusi, la richiesta di autorizzazione fu rivolta anche alla Congregazione del Buon Governo, ma il rifiuto fu netto, infatti, non approvò che l’enfiteusi fosse stilata a nome del Comune. Sembrava tutto perduto, invece, inaspettatamente, il ceto dei nobili della città decise di prendere l’enfiteusi rifiutata al Comune e, il 26 Luglio 1804, fu stilato il contratto. Quindi accadde che i proprietari Antonio Tizioni, Giacomo Tedeschi e Nicola Piacentini Zagretti, cedettero ai nobili il teatro in enfiteusi perpetua.
Questi erano rappresentati da Lazzaro Arcangeli e Giuseppe Liberati, che col teatro acquisirono anche le sue attinenze, compresa la torre. Lo stesso anno, fu interpellato, l’architetto Tommaso Giusti († 1848), il quale eseguì il progetto per il restauro.
I lavori furono iniziati ben presto, consulente fu ancora Tommaso Giusti, e fu deciso, in un primo momento, di cambiare il nome in Teatro del Genio del Cimino, poi, nel 1806, fu denominato più semplicemente: Teatro del Genio.
Furono eletti, deputati al teatro, il marchese Ignazio Especo e il conte Francesco Gentili. Ben presto però si rese necessario un ampliamento, allora fu preso in enfiteusi un palazzetto di proprietà di Francesco Gori, posto nel Vicolo delle Convertite, dopo di che, il 23 Febbraio 1805, fu avanzata a papa Pio VII, la richiesta di agibilità.
Fu necessario creare anche un nuovo ingresso, per tale motivo, fu chiuso nel 1805 parte del vicolo del teatro che si collegava con Via della Volta Buia.
Le pitture delle scene, delle palchettature e del sipario, furono affidate nel 1805 a Melchiorre Milani di Genova, per un compenso di quattrocentonovanta scudi. L’inaugurazione avvenne il 24 Agosto 1805 con l’opera La serva bizzarra di Carlo Guglielmi, curata dall’impresa Romiti.
Fu anche nominato un custode nella persona del parrucchiere Vincenzo Bordoni, che doveva abitare in una casa attigua al teatro.
Suo compito era quello di controllare il teatro dopo ogni spettacolo, di spegnere i lumi, eseguire le pulizie necessarie e di mantenere un gatto con lo scopo di allontanare i topi, causa dei danni a suppellettili e arredi.
In quell’anno si prescriveva, tra l’altro, in un editto sui teatri, che colui che avesse frodato nella vendita dei biglietti, doveva sopportare la pena di tre frustate con la corda; chi avesse recato disturbo sarebbe stato allontanato dal teatro, se poi si passava alle mani, ai colpevoli, venivano inflitti dieci anni di carcere.
Se poi, venivano usate le armi, la pena inflitta era l’ergastolo e se c’era stato spargimento di sangue, veniva eseguita la condanna a morte del responsabile.
Nel 1807 la somma totale dei lavori in muratura, eseguiti per il teatro, fu di 1745 scudi.
Il 2 Giugno 1811 fu rappresentato uno spettacolo di gala per la nascita del Re di Roma e, il 31 Agosto 1813, a mezzo manifesto a firma del maire Pocci, venne pubblicato e diffuso il Regolamento sul teatro. In esso, tra l’altro, è disposto:
che nessuno possa fischiare dai palchi o altro sito, o chiamare altre persone ad alta voce «o fare atti di derisione eccettone un decente Applaudimento all’opera, ed ai Recitanti».
«3) Si proibisce il fumare con Pippa, o Sicaro, ed altro.
4) Non potrà introdursi in Teatro sorte alcuna di Fuoco sotto qualunque pretesto.
5) Non potrà ne introdursi ne vendersi vino.
6) Al principio dell’opera, niuno potrà stare in Platea con cap[p]ello in testa, o in piedi, e nemmeno mettere alzi nei Sedili, ben intesi, che tal Legge debba riguardare anche i Sonatori.
7) I Posti non s’intenderanno occupati, che con la sola persona fino a tanto, che sarà alzato il Sipario.
8) Chiunque, verserà acqua, urina, ed altro, che possa cagionar’ danno, verrà soggettato alle pene già prescritte nel Codice penale».
Varie furono le rappresentazioni tenute attraverso gli anni, ricordo nel 1821 Santa Rosa, di Rosina Taddei, per la quale fu chiamato il pittore Domenico Costa a dipingere lo scenario, raffigurò Piazza della Crocetta con la fontana della brocca risanata. Nel 1831 il teatro fu chiuso per i moti e nel 1837, fu chiuso di nuovo per il colera scoppiato a Roma e a Viterbo.
Nel 1841, dagli appaltatori Giovanni Mascagni e Carlo Cioppi, furono fatte rappresentare tre opere: la Parisina e Roberto Devereux di Gaetano Donizetti e La Norma di Vincenzo Bellini. L’orchestra era diretta dal maestro Prospero Selli; pittore scenografico fu Angelo Papini.
Dal 1855 al 1866 fu eseguito un solo spettacolo, a causa dell’apertura del più prestigioso Teatro dell’Unione, avvenuta il 4 Agosto 1855. Credo sia stato tenuto dall’Accademia filodrammatica nel 1857, come scrive Giuseppe Signorelli.
Nel 1864, il gonfaloniere, inviò ai proprietari dei palchi del teatro una circolare:
«Il teatro del Genio di questa città divenuto da lungo tempo inservibile all’uso, a cui fu destinato, costituisce una non tenue annua passività pei canoni e censi di cui è gravato, non che per le spese di manutenzione strettamente necessarie ad impedire il suo totale deperimento».
Era pertanto intenzione della Magistratura di restaurarlo assieme ai palchi «incomodi e mal collocati», proponendo ai proprietari dei palchetti stessi di cederli, e venderli, per adottare «il turno come si pratica nel nuovo teatro dell’Unione».
Il 17 Gennaio 1874 la Gazzetta di Viterbo scrive, tra l’altro, che il teatro è «un nido di topi, formato di un ammasso di tavole tarlate, ed abbisogna di essere rifatto di pianta».
L’Accademia filodrammatica viterbese, sorta a Viterbo verso il 1820, dopo averlo restaurato, col contributo del Comune e dei proprietari, nel 1877, lo riaprì, e fu concesso all’Accademia stessa, dal 1877 al 1885. Tra i lavori eseguiti fu rinnovato il soffitto, fu rinforzato il palcoscenico, fu trasformato il lampadario ed il sipario, a foggia di comodino, fu fatto pitturare a Gaetano Spadini. Quest’ultimo sostituì quello dipinto da Domenico Costa (1786 - 1856).
Inoltre, fu rifatto il loggiato per l’orchestra; furono decorati i palchi all’esterno, in bianco e oro, e il loro interno fu rivestito con carta da parati; infine, fu ridotto il troppo alto parapetto, sovrapponendovi un cuscino di velluto per comodo degli spettatori.
L’esordio avvenne il 22 Agosto 1877 con il dramma La polvere negli occhi, di Labiche e Martin.
Il sotto prefetto, il 31 Gennaio 1882, spedì al Comune una comunicazione in cui proibiva, per la pericolosità che presentava la struttura, l’utilizzo del teatro.
Era quello l’inizio di un lungo periodo di inattività; tale fu il degrado che, nel 1911, l’assessore al lavori pubblici, Torquato Cristofori, avanzò la proposta di demolirlo e prelevare il legname che formava il teatro stesso.
La richiesta fu accolta ed il teatro fu demolito nei palchi e nel palcoscenico; la casa del custode, abitata da oltre cento anni dalla famiglia Gagni, fu liberata e il primo piano fu concesso in affitto all’Associazione Magistrale e alla Società del Tiro a Segno.
Seguì la richiesta di affitto, dal 1918 al 1921, di Salvatore Massimino per porvi un deposito di sansa esausta. Di seguito, a decorrere dal 23 Aprile 1923, avvenne l’occupazione da parte dell’Unione sportiva viterbese, costituita il 1° Novembre 1902, che vi allestì un centro per istruire i ragazzi all’educazione fisica, presidente era Igino Garbini, e del Circolo viterbese di scherma, costituito il 20 Febbraio 1922, presieduto da Valerio Tedeschi.
In tale occasione fu dato inizio ai lavori di restauro da parte delle due istituzioni sportive.
L’inaugurazione avvenne il 22 Dicembre 1924 e il teatro fu così di nuovo utilizzato per spettacoli cinematografici, teatrali e per concerti, tanto che nel Settembre del 1929 vi si esibirono due famosi cantanti viterbesi Fausto Ricci e Arnaldo Luzi.
Il 20 Aprile 1927 una lettera, a firma dell’Impresa Javarone & Starnini, concessionaria del teatro, avvisava che la medesima era in grado di allestire spettacoli cinematografici, sia all’aperto che al chiuso, grazie alle proprie disponibilità tecniche e di materiale.

10 Dicembre 1933, Festa del Balilla al Teatro del Genio
Foto F.lli Sorrini
Nel 1932, vi fu installato l’impianto del film sonoro che fu inaugurato con il film Cercasi modella, con Elsa Merlini.
Col trascorrere degli anni, però, il locale si presentava sempre più insufficiente ad assolvere le funzioni a cui era stato destinato, così l’Unione sportiva viterbese decise di rinnovarlo completamente, aumentando la capienza da novecento a millequattrocento posti.
Ma, nel frattempo, scoppiò la guerra e il teatro fu distrutto dai bombardamenti aerei del 6 Giugno 1944.
I soci dell’Unione sportiva viterbese, con l’assemblea del 29 Aprile 1945, trasformarono l’unione in società per azioni, ciò consentiva di reperire i fondi per i lavori necessari alla ricostruzione. Il nome della nuova società, costituita il 1° Dicembre 1946, era Società per azioni Teatro del Genio e il teatro fu riaperto il 30 Agosto 1948.
Mauro Galeotti
Teatro del Genio, già Teatro dei Mercanti
dal mio libro "L'illustrissima Città di Viterbo", Viterbo, 2002






















