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Dante e la scienza tra ragione e fede prof. Antonino Scarelli. La Divina Commedia, nata per essere destinata a gente comune, è stata scritta con l'intento specifico di rimuovere gli uomini da uno stato di miseria e condurli a uno stato di felicità. 

A tal fine Dante, per rendere più afferrabili alcuni concetti filosofico-teologici, fa ricorso frequentemente a similitudini matematiche e riferimenti scientifici. Quindi per il poeta non è valido il detto biblico qui addit scientiam addit et laborem (Eccl. I, 18, dov'è molta sapienza è molta molestia / crescendo il sapere aumenta la fatica).
Dante, come riprenderà successivamente Teilhard de Chardin, concepisce l'universo sorretto da un'energia radiale, che attrae cioè le cose nella direzione di uno stato centrato in avanti, convergente verso il punto che “raggiava lume acuto…'l viso ch'elli affoca”.
In realtà, al poeta non interessa tanto l'evoluzione naturale, quanto l'evoluzione escatologica che, in un percorso sinuoso tra conoscenza, scienza, fede e ragione, conduce all'aparché primizia di Cristo, nadir infernale per la sapienza comune, ma zenit celeste della salvezza. Tutto l'essere dell'Homo quarens, che non ha paura, né di porsi delle domande, né di non sapere trovare risposte (et addit laborem), per Dante culmina in quel dilemma che è poi il sigillo del cristianesimo: cur Deus homo? L'incarnazione.
È proprio di fronte alla Trinità, “ai tre giri, tre colori ed una contenenza”, con il ricorso alla similitudine matematica con il  , che la Commedia pone il suo sigillo.

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