Montefiascone EVENTI 9° EST FILM FESTIVAL - 25 Luglio - 1 Agosto 2015, Montefiascone (VT) - INGRESSO GRATUITO FINO AD ESAURIMENTO POSTI –
28 Luglio 2015: un martedì di emozioni e grande partecipazione a Est Film Festival

Montefiascone, 28 luglio 2015. Il cancello si apre con un cigolio che rimbalza tra il giardino della Rocca e la torre del Pellegrino che si svegliano per una nuova colazione offerta da Est Film Festival.

C’è odore di caffè nell’aria e le cupcake della pasticcieria La Fabbrica dei sogni si stagliano colorate vicino alle mura antiche della sala.

Tra un croissant e un cappuccino si discute già del tema del documentario la cui proiezione delle 10:30 è imminente: Una nobile rivoluzione di Simone Cangelosi.

Il film ripercorre la vita di una delle figure più importanti del movimento politico per i diritti civili, la leader del Movimento Identità Transessuale (MIT) Marcella Di Folco.

Giordano Rampazzi comincia l’incontro con il regista: “Si nota un coinvolgimento molto emotivo in questo film. Come hai conosciuto Marcella?”.

“Ho conosciuto il MIT per questioni d’identità, quando ho deciso di fare una transizione da donna a uomo. Marcella era la figura più autorevole che teneva in piedi il consultorio, era un punto di riferimento per tutta l’Italia. All’inizio il rapporto era quello tra una donna in crisi d’identità ed una persona delle istituzioni. Poi, per oltre un decennio, ho avuto con lei una relazione politica: sono diventato segretario del MIT e abbiamo girato insieme l’Italia. Marcella era una persona incredibile che ha sempre lavorato in ambito sociale ed è stata la prima persona al mondo a cambiare sesso e accedere comunque ad una carica pubblica. Era una persona travolgente e il nostro rapporto è diventato sempre più intimo”.

Il film è stato realizzato con una commistione tra testimonianze su Marcella e riprese datate.

“Anche se per me è irritante vedere le sporcature di quelle immagini, per esprimere intimità mi serviva cambiare paradigma visivo e questo è stato un tentativo. Io ho iniziato precocemente a documentare il mio cambiamento di sesso, realizzando con quelle immagini un documentario nel 2007. Sono partito da quel nucleo di girato in forma diaristica del mio cambiamento e lei è entrata in questo diario perché faceva parte della mia vita”.

 Sul palco arriva una domanda dal pubblico: “C’è una statistica che dice che l’80% dei transgender riceve nella sua vita di tutti i giorni una forte violenza verbale. A te è successo?”.

“C’è un elemento perturbante quando si cerca di capire perché il cambio di sesso viene visto come mostruosità e generare violenza. È solo dagli anni ’50 che chi decide di cambiare sesso viene ascoltato e seguito da alcuni studiosi (endocrinologi, medici e psicologi). È solo allora che la medicina riflette su cose nuove, per capire cosa succede invece di prenderlo come disturbo della personalità. Questa situazione può creare perturbamento e farti sentire un mostro perché la società spesso stigma questa scelta. L’ermafroditismo era la parola che esprimeva il concetto che oggi chiamiamo transessualità. Col tempo il genere umano si evolve anche modificando il proprio pensiero. È per questo che oggi sappiamo che la Terra non è piatta”.

Il dibattito si chiude con una riflessione dal pubblico che EFF si sente di condividere: “Indipendentemente da quello che siamo, da chi decidiamo di essere, ci deve essere un rispetto per l’essere umano e soprattutto un rispetto dell’individualità di ognuno”.

Il pomeriggio di Est Film Festival si riapre alle 17:00 con un documentario che porta gli spettatori in un viaggio attraverso la memoria del nostro cinema e di quello internazionale: Protagonisti per sempre di Mimmo Verdesca. Il film, fresco di una vittoria al Giffoni Film Festival, segue cosa è successo nelle vite dei bambini attori del cinema italiano dopo che i riflettori dei film che li hanno resi quasi immortali si sono spente. Un enorme applauso parte nel buio della sala quando sullo schermo compare anche Giorgio Cantarini, il più famoso ed amato figlio di Montefiascone, a sorpresa tra il pubblico per partecipare all’incontro. Una doppia presenza ad Est Film Festival la sua visto che sarà il protagonista del pomeriggio di venerdì dove ci parlerà della web serie AUS – Adotta uno studente.

“Per me è stato un viaggio nelle vite di ognuno di loro – afferma Mimmo Verdesca – alla scoperta delle persone e non dei personaggi. Alcuni di loro li ricordiamo in bianco e nero, altri a colori. Ma per noi hanno sempre quel volto da bambini”.

La prima domanda dell’incontro si focalizza sul perché il regista abbia scelto di realizzare un documentario focalizzandosi su un tema cinematografico così specifico.

“È una passione che mi accompagna da sempre. Ho una curiosità verso certe persone, in questo caso si tratta di personalità del cinema italiano. Ma soprattutto l’ho fatto per conservare un pezzo di storia di un Paese come il nostro che facilmente dimentica: nel mio piccolo mi sembrava necessario tutelare questa memoria storica”.

Si prosegue con una domanda tecnica: “Il montaggio del film segue un ordine cronologico. Come mai questa decisione?“.

“Perché in questa maniera ho avuto la possibilità di raccontare come la società si è evoluta ed è cambiato l’approccio di un bambino e la sua famiglia ad una esperienza del genere. Con l’avvento della tv, dei videoregistratori, di internet, molte cose sono cambiate. Oggi i ragazzini sanno tutto e hanno una consapevolezza che negli anni ’60 e ‘70 non c’era. Ormai il cinema non cerca più i suoi personaggi nei volti delle persone comuni e un bambino difficilmente viene scelto per strada”.

Viene poi chiesto come il regista abbia selezionato le storie da raccontare.

“Gli otto protagonisti che ho scelto parlano per la prima volta di questo aspetto intimo della loro vita. La scelta è caduta su quelli più rappresentativi, senza niente togliere agli altri grandi attori bambini. Sono quelli che appartengono alla memoria collettiva, perché anche chi non ha visto il film che gli ha resi famosi è in grado di riconoscerli come parte della storia del cinema italiano. Ho fatto una lunga ricerca prima di cominciare, alcuni di loro erano introvabili. Io non volevo fermarmi alla loro vita sul set, ma volevo affrontare come è stato il dopo. Con Giorgio è stato così: l’ho contattato, ci siamo conosciuti e serenamente gli ho spiegato cosa volevo fare e lui in maniera generosa ha deciso di partecipare. I suoi racconti sono molto intelligenti e profondi e per questo lo ringrazio”.

A questo punto tocca a Giorgio Cantarini raccontare la sua esperienza in questo documentario: “Quando Mimmo mi ha chiamato stavo facendo la spesa. Parliamo al telefono e mi dice che stava realizzando questa cosa sui bambini del cinema ed io ho pensato «Che palle, un’altra intervista su La vita è bella». Poi, quando ci siamo conosciuti e mi ha raccontato la sua idea, mi è piaciuto molto il suo progetto. Confesso che dopo 16 anni è stata la prima volta che qualcuno ha voluto conoscere la mia persona per saper cosa volevo dire: è stata la prima volta che ho parlato di Giorgio riguardo ad un’esperienza che ha avuto nella sua vita. È stato molto emozionante vedere negli occhi degli altri attori bambini le stesse cose che ho visto nei miei guardandomi ogni giorno allo specchio. Mi sono sentito per la prima volta come se qualcuno mi capisse veramente”.

Domanda per Mimmo: “Come sarebbe stato realizzare questo documentario negli Stati Uniti?”.

“Quando un bambino ha la fortuna di fare un’esperienza come attore lo fa in maniera istintiva, inconsapevole. Giorgio raccontava che imparava le battute con il fratello come se fosse un gioco. Ognuno di loro dice che era una favola. Per farlo diventare seriamente un lavoro devi studiare e prepararti, come in tutti i lavori. Che poi, è quello che ha fatto Giorgio.

In America sarebbe stato uguale, anche se l’industria cinematografica è diversa. Negli Usa gli attori subiscono una pressione molto forte: per questo molte baby star fanno una brutta una volta diventati grandi”.

Il pomeriggio sta trascorrendo ma c’è ancora tempo per un’osservazione a Giorgio Cantarini: “C’è un passaggio dove parli della tua esperienza agli Oscar e come la tua famiglia in quella occasione ti abbia giustamente trattato da bambino quale eri, lasciandoti dormire invece di portarti alla cerimonia. Sei stato fortunato ad avere una famiglia consapevole che non ti ha permesso di bruciarti e forse è questo quello che ha fatto la differenza tra te e gli altri protagonisti del documentario”.

“Effettivamente ad un bambino di 6 anni che ha sonno cosa gli frega di andare alla notte degli Oscar? Non ho mai biasimato mia madre per questo. Anche perché ero un bambino molto testardo e se non volevo fare una cosa non la facevo. Anche nelle occasioni successive i miei genitori hanno deciso di non darmi in pasto a qualunque cosa mi venisse offerta. Rifiutando tanti lavori mi hanno dato una possibilità, nel senso che non mi hanno mai obbligato a fare l’attore. L’ho deciso negli ultimi anni di liceo e loro non imponendomelo hanno fatto in modo che fosse una cosa naturale. Ho una motivazione diversa ora rispetto ai miei colleghi perché io quelle cose le ho vissute già e questo mi dà la spinta per volerle di nuovo. E per questo devo ringraziare i miei genitori”.

Qualche nuvola inizia a nascondere il sole che tramontando comincia a sfumare il cielo di rosa, mentre la sua sfera incandescente scompare dietro il lago.

Ed ora la luna bianchissima illumina i tanti volti nel buio della piazza durante la proiezione del film di Andrea Jublin Banana, una commedia che segue le vicende di vita di un ragazzo e la sua ricerca della felicità.

Il film sembra avere qualche richiamo al cortometraggio candidato all’Oscar il supplente, sempre diretto da Jublin: “In questo film fissi di nuovo lo sguardo ad altezza di bambino, dipingendo un mondo dove i grandi sono sempre depressi. È così che ci vedono i ragazzi?”.

“In realtà, nel mio film i bambini sono visti come adulti: alcuni sono cattivi, altri avidi, altri ancora lacchè o comunque negativi. L’unico ragazzino che ci è simpatico è Banana e lo è per il suo essere rivoluzionario. È un antieroe che ha una fiducia, una fede, una gioia di vivere che gli altri non hanno”.

Una mano si alza tra il pubblico per fare una domanda: “Roma nel tuo film non è proprio riconoscibile, ma resta più che altro come una realtà urbana. È stata una scelta?”.

“Sì, volevamo ridare sullo schermo una città che doveva essere una qualsiasi periferia italiana perché il film parla dell’Italia. Per questo non volevo che l’accento degli attori fosse troppo marcato. È un film che parla della scuola, della situazione dei valori italiana, un film a nostro modo politico, anche se parla più di crisi esistenziale che economica”.

Iniziano ad arrivare altre domande dal pubblico: “Come mai hai affidato il messaggio positivo del film solo nelle mani di Banana?”.

“Perché se devi disegnare il bianco su un foglio devi prima mettergli molto nero intorno”.

Il microfono passa dall’altra parte della piazza per dar voce ad un'altra domanda: “Ci sono dei personaggi molto ben delineati. In fase di scrittura come hai lavorato?”.

“Nella prima stesura il film era molto meno Banana-centrico e più corale ma non si capiva dov’era il fuoco. In montaggio abbiamo tolto delle scene, limando molto i personaggi. In questo modo il film ha guadagnato molti cambio di ritmo: parte come commedia e poi diventa un po’ malinconica, rallentando molto rispetto all’inizio. Ma quando si scrive bisogna pensare a quello che si vuol dire fregandosene se il film rallenta, l’importante è che segua il suo ciclo”.

L’ultima domanda arriva sempre dal pubblico: “Da decenni i film affidano la narrazione nelle mani dei più piccoli. Perché viene fatto questo tipo di scelta secondo te?”

“Perché quando scrivi è come se quello che eri da ragazzino è sempre lì. Perché ha una forza tale che ti attraversa ed è la più potente che hai. È quasi riposante pensare a come eravamo da ragazzi: pieni di speranza, futuro e bellezza. Dove vanno le poesie del liceo, le esercitazioni di matematica? Gli amori che pativamo non sono serviti a nulla, ma sono comunque cose belle da ricordare in questa malinconia rivolta al futuro”.

Anche questa giornata arriva al termine, mentre il telo dello schermo viene arrotolato con calma in questa serata limpida e fresca che ci porta (con un maglioncino sulle spalle) al giro di boa di EFF.


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MATERIALI FOTOGRAFICI: sono disponibili le foto della giornata (crediti Leonardo Breccola) al link: http://www.estfilmfestival.it/photogallery.php  

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