
La tela del Bonifazi in una fase di restauro
Vincenzo Ceniti
La sala Assemblee nel piano nobile di palazzo Brugiotti di Viterbo sede della Fondazione Carivit, che abitualmente fa da salotto a conferenze, concerti, presentazioni libri, riunioni ed altro, si fa apprezzare per gli affreschi tardo-barocchi del soffitto, le tele alle pareti e soprattutto per l’ovale che troneggia nella volta, raffigurante “Enea e Venere” del viterbese Anton Angelo Bonifazi (1627-1699).
Dipinto per lungo tempo trascurato che la Fondazione nel 1997, ai tempi della presidenza di Aldo Perugi, fece restaurare da una equipe scientifica guidata da Anna Lo Bianco con Daniela Storti e Valeria Merlini e la collaborazione di Cecilia Sanchez, Barbara Rosso Divita, Valeria Fabriani e Francesco Alvisini per la rifoderatura.
Il tema mitologico, piuttosto familiare agli artisti del tempo, venne suggerito al Bonifazi dagli stessi committenti, i Brugiotti, famiglia facoltosa originaria di Vetralla e titolare della dimora gentilizia fin dalla metà del Seicento. L’edificio, acquistato dalla Fondazione nel 1995, è un elegante esito architettonico di quella rivoluzione urbanistica messa in atto a Viterbo alla fine del Cinquecento dal card. Alessandro Farnese con un asse di collegamento tra porta Romana e piazza del Plebiscito.
Non fu un caso l’incarico al Bonifazi. Il padre Giovan Giacomo già dagli anni Quaranta godeva della fiducia di Pietro Brugiotti, per il quale aveva svolto numerosi e delicati incarichi ed Anton Angelo era considerato tra i pittori più promettenti della bottega romana di Pietro da Cortona che vantava, peraltro, allievi del calibro di Ciro Ferri, Carlo Fontana e Carlo Maratta.
L’opera – come annota la storica dell’arte Simonetta Angeli – venne eseguita prima del 1658, anno in cui era già in sito nel soffitto della sala assembleare del palazzo. Vi si riconoscono nella stesura e nella composizione modalità pittoriche cortonesche “non senza tuttavia geniali intuizioni e approfondimenti personali” come si legge nella relazione di restauro “.cosicchè la figura di Venere che dilaga da protagonista nello spazio barocco, ha sì la bellezza eterea del tratteggio del Maestro di Cortona, ma pure un’originale e vibrante sensualità non sempre attutita dalle grazie inafferrabili di creatura divina”.
Alla fine del Settecento la tela era già in pessime condizioni e irriconoscibile, tanto che, secondo una grossolana lettura del tempo, il soggetto venne scambiato per un Guerriero con altra figura e un putto.
Le cronache raccontano che intorno a quello stesso anno 1658 un quadro con eguale soggetto era presente nella villa del Respoglio alla Quercia di proprietà dello stesso Pietro Brugiotti. Un bozzetto o una replica? E di bozzetti ce n’era anche un altro raffigurante il Salvatore vocante Pietro che da Bonifazi verrà poi tradotto in tela, sempre su commissione del Brugiotti, per la cappella di famiglia nella Chiesa dei SS. Teresa e Giovanni (ex Tribunale) a Viterbo. E’ quindi probabile, secondo l’Angeli, che Pietro abbia commissionato ad Anton Angelo, in quegli anni, anche l’ovale di via Cavour.






















