

La “Cavalleria” di Sutri e il Santino con Sant’Antonio abate
Vincenzo Ceniti
Il rischio di dimenticare è tanto, dal momento che il Covid sta cancellando dalla mente e dalle piazze le nostre tradizioni popolari.
Ma teniamo duro. Questi appunti ci aiutano e ci rimandano alla seconda festa dell’anno dopo la Befana, quella che onora il patrono degli animali, Sant’Antonio abate. Nell’alto Medioevo – secondo la tradizione - in alcuni villaggi del nord Europa c’era l’usanza che gli abitanti donassero ogni anno un maiale agli ospizi dove svolgevano il loro servizio umanitario gli ospedalieri di Sant’Antonio. Il grasso veniva addirittura utilizzato per preparare unguenti utili a lenire i fastidi del “fuoco di Sant’Antonio”. Da qui una delle immagini più emblematiche del santo con il saio da eremita, la barba bianca, il bastone e il maialino accovacciato ai suoi piedi.
Alcuni paesi della Tuscia Viterbese hanno per lui un affetto secolare. A Sutri devozione e simpatia si fondono per ricordare la sua figura paciosa e rassicurante. Intanto solenne processione nel giorno della vigilia (16 gennaio), e poi una manifestazione ultrasecolare tutta da raccontare. Due capi-famiglia (appartenenti rispettivamente alla “Società vecchia” e alla “Società nuova”) vengono ogni anno estratti a sorte per custodire nelle loro case, in coincidenza con la festa, lo stendardo del santo (uno per ciascuna delle due famiglie) che viene collocato su coloriti altarini, nella camera più bella. Per una settimana, dal 17 gennaio, le porte sono aperte a chiunque voglia far visita per una sosta di preghiera con il gradito impegno da parte dei padroni di casa di offrire agli occasionali avventori dolcetti, vino ed altre specialità locali. La mattina del 17 gennaio si svolge la “Cavalleria”: i rappresentanti delle due “Società”, preceduti dai capi-famiglia con lo stendardo in mano, dopo la benedizione, sfilano in sella ai cavalli per le vie del centro storico tra le acclamazioni degli abitanti del posto e la curiosità dei forestieri.
Qualcosa di simile anche a Canepina dove per antica tradizione ogni anno viene scelto, tra i numerosi aspiranti, un capo famiglia (il “Signore” di Sant’Antonio) che ha il privilegio di custodire nella propria casa una statuina del santo con l’impegno di aprire la porta a coloro che chiedono di entrare per venerarla. La sera del 16 gennaio c’è l’usanza di accendere in piazza un grande fuoco. Il giorno seguente si procede alla sfilata dei cavalli e alla benedizione degli animali. Per l’occasione viene preparata la ciambella di sant’Antonio che viene portata a tracolla. Il “Signore” offre in quei giorni ad un gruppo di invitati una cena a base di prodotti locali (“maccaroni” e “ceciliani” soprattutto) presso la cantina di Santa Corona.
Il “focarone” di Bagnaia non teme rivali. La sera della vigilia della festa, in piazza XX Settembre viene acceso un grande falò, come ad esorcizzare la fastidiosa affezione virale che porta il suo nome. Forse anche per ricordare che fu lui, secondo una fantasiosa leggenda, a portare il fuoco sulla terra. Per farlo dovette scendere all’inferno e attizzare il suo bastone con cui, ritornato tra gli uomini, riuscì ad accendere una catasta di legna. Il “focarone” di Bagnaia (o fuoco sacro di S. Antonio), dopo la benedizione da parte del parroco, serve ad alimentare le grigliate di salsicce e bruschette occasionalmente preparate in appositi stands nella piazza del paese. La mattina seguente (17 gennaio), dopo la Messa, si svolge la benedizione degli animali con distribuzione di cavallucci (biscotti) e cioccolato caldo.
Ad Acquapendente c’è di più. La notte del 15 gennaio nella sacrestia della chiesa di Santa Caterina viene acceso un grande fuoco per preparare in un antico paiolo la minestra di riso e fave che un tempo si distribuiva ai poveri la mattina del giorno seguente. Si lessano le fave grandi, si aggiungono, poi, un condimento a base di cipolle, lardo tritato, olio extravergine di oliva, sale, pepe, conserva e peperoncino e, da ultimo, il riso. Alla distribuzione della minestra non partecipano più i poveri, ma curiosi e buongustai. La grande brace che si forma servirà per arrostire il baccalà da gustare lì per lì. Il giorno dopo (17 gennaio) il “Signore” della festa attraversa, su una vecchia carrozza, le vie del centro storico tra la curiosità dei passanti. Seguono, poi, Messa, la benedizione degli animali e la processione con la statua del santo.
Castel Sant’Elia fa coincidere l’omaggio a S. Antonio, cui è dedicata la parrocchiale del centro storico, con l’inizio del Carnevale, annunciato da una colorita sfilata di maschere. A Nepi viene festeggiato il sabato e la domenica successivi al 17 gennaio. “Focarone” in piazza, processione con la statua del Santo, benedizione delle macchine agricole e degli animali, sfilata di cavalli, apertura ufficiale del Carnevale e tradizionale “beverino” (brindisi di vino novello con panini imbottiti). Tuscania ci mette del suo con la sagra della frittella al cavolfiore.
Curioso il detto popolare “Per sant’Antonio, passo di “bovo” . Tradotto: dal 17 gennaio le giornate si allungano lentamente come l’incedere del bue che tira l’aratro.
Leggo da qualche parte che Sant’Antonio abate debellò molti secoli fa a Vienne in Francia una terribile pandemia. Motivo in più per ricorrere oggi alla sua intercessione e magari impegnarci perché le tradizioni qui sopra accennate non vengano abbandonate.






















