Francesco Mattioli

Interessanti i due punti affrontati da Giuseppe Occhini.  Il primo, se una religione – specie una religione monoteistica rivelata - può cambiare, se può “rinnovarsi”.

Il secondo,  se gli ideali di libertà, democrazia, uguaglianza, diritti e laicità, possano essere un  metro superiore su cui vagliare le religioni e il loro rinnovamento.

Per commentare compiutamente questi punti, occorrerebbe un libro intero. Ma proverò a rispondere sinteticamente, mediante la sociologia. Che, premetto a scanso di equivoci, non produce opinioni salottiere, ma verità- seppur convenzionali – di natura scientifica (a riguardo, si leggano libri, oltre che del sottoscritto, di F. Ferrarotti, G. Statera, E. Durkheim, M. Weber, R.K. Merton, K. Popper).

Punto primo. La religione, nonostante le sue basi siano di valore eterno, cambia?

Sì, la religione cambia. Tutto sta ad intendersi per religione. Nel caso s’intenda come percorso di fede in una Rivelazione, i cui punti sono sostanzialmente legati agli interrogativi “chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo” e ad una visione etica della “persona umana”, non cambia.

Ma la religione, come diceva Emile Durkheim, è anche un “fatto sociale”, che si realizza nella società  e nella Storia, influenzandole ma anche  venendone profondamente influenzata. Gli aspetti organizzativi, culturali,  politici della religione quindi cambiano profondamente, talvolta persino a sconvolgerne apparentemente le premesse etiche e cadendo in devastanti quanto inevitabili contraddizioni.

Il Cristianesimo e l’Islam a questo riguardo sono esemplari. Ambedue mostrando interpretazioni della Rivelazione a tal punto differenti tra teoria e prassi da creare conseguenze di tipo gerarchico e giuridico; si pensi nel Cristianesimo alle differenze tra cattolici, protestanti e ortodossi, nate da conflittualità sostanzialmente politiche e territoriali, e per l’Islam la differenza tra sciiti e sunniti, con l’importante variante del sufismo.  Ancora,  le Crociate non sono certo un prodotto della dottrina evangelica dell’amore. Oppure, per altri versi, la scelta di Gesù di circondarsi di apostoli maschi - cosa comprensibilissima nella società palestinese del I secolo, che certo non sarebbe stata disposta a seguire le predicazioni di qualche donna - che non può essere oggi condannata in termini femministi.  

E tuttavia, talvolta le religioni si arroccano su certe “tradizioni” per il solo motivo che temono, con il cambiamento mondano, anche qualche cambiamento teologico. Il che è solo una manifestazione di ristrettezza mentale di natura “storica” e “antropologica”, non necessariamente di debolezza intrinseca della Rivelazione. 

Di passata, se concordo con Occhini che sostanza e forma non  sono due monadi irriducibili fra loro, ma sono connesse fra loro, è pur sempre possibile distinguerne le differenze, che sono - ancora una volta – dettate dalla Storia. In effetti,  ciò che è sostanza, per sopravvivere a lungo e in modo condiviso, deve anche tradursi in forma: si pensi alle leggi, ai meccanismi stessi della democrazia. Mentre il procedimento contrario – la forma che si fa sostanza -  diventa un pericoloso strumento di cieco conservatorismo; e non parlo tanto della ritualità, che comunque consolida la partecipazione sociale, quanto dell’irrigidimento della prassi, che porta inevitabilmente ad una miopia politica, sociale e valoriale  (come accade fra l’altro nell’abuso e nelle storture  del cosiddetto “politicamente corretto”).  

Tutto ciò significa che, al netto dei principi fondanti della Rivelazione, nel Cristianesimo, e segnatamente nel Cattolicesimo, è lecito individuare sia schiere di conservatori che schiere di innovatori.  I primi, progressivamente condannati dalla Storia, anche se pervicacemente aggrappati al passato; i secondi in grado di far aderire maggiormente la prassi religiosa ai tempi e alle aspettative degli individui, anche se talvolta  un po’ troppo avanzati, tanto da far dire ad una scandalizzato pontefice che qualcuno di loro è più interessato a rinnovare la “politica” che a testimoniare l’etica evangelica  della fede.

Il secondo interrogativo di Occhini a questo punto può trovare una logica risposta. E’ chiaro che OGGI i criteri dell’uguaglianza (ma non dell’uniformità), della libertà (ma non della licenza), dei diritti inalienabili (ma assieme ai doveri), della democrazia (a non del populismo),  della laicità (ma non del laicismo), del rispetto dell’Essere Umano devono essere alla base del giudizio che diamo di una religione  - ma anche di una ideologia - sia dei suoi principi che delle sue applicazioni storiche.  

Così, a rileggermi il Corano e il Vangelo, colgo enormi differenze etiche.  

Ma devo dire che, per quanto riguarda il Cristianesimo, concordo con Benedetto Croce (non proprio un cattolico…): non c’é neppure bisogno di andare a  cercare una qualche morale laica per sostenere gli ideali di uguaglianza, di dignità umana, di rispetto della persona, magari attingendo all’Illuminismo, alla Rivoluzione Francese, al marxismo, al socialismo, al liberismo e quindi alla Dichiarazione di Diritti dell’Uomo o alla nostra bellissima Costituzione.  E’ sufficiente leggere il Vangelo che, talvolta paradossalmente, li ha ispirati; ad esempio Giov, 15, 9-17; Luca, 22, 24-27; Luca 10, 25-37; Mt, 22, 37; ecc.

Ovviamente, al netto delle interpretazioni da parte dei papi re e dei loro accoliti.

 

 

 

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