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Mario Olimpieri
Nella domenica del 26 settembre mi attendeva una visita non programmata: percorrendo la via Aurelia, mi sono imbattuto nella scritta LE FORANE e il mio pensiero è volato subito al luogo dove Domenico Tiburzi venne ucciso il 24 ottobre 1896.
Oltre al pensiero, ho condotto anche me stesso in tal luogo.
Durante il breve percorso ho potuto anche ammirare il paesaggio e soprattutto una stupenda collina ornata di perfetti filari di olivi, che potete ammirare in una delle mie foto.
Sono poi finalmente giunto presso la scritta STRADA DEL TIBURZI, l’ho imboccata, avendo visto che era senza uscita e perciò lì in quel tratto dovevo sicuramente trovare qualcosa di interessante.
Così è avvenuto: la stradina terminava con un casale, dove una bimbetta correva nel cortile, inseguita dalla nonna preoccupata, mentre un uomo era invece intento a rimettere della legna, in previsione del prossimo inverno.
“Senta, signore, – gli ho chiesto, fingendo un’assoluta ignoranza del luogo – perché questa stradina porta il nome di Tiburzi?”.
“Perché dicono che qui sia stato ucciso il brigante”.
“Qui nel vostro casale?”.
“No, in quello alle sue spalle”.
“Questo dietro a me? Allora è il casale che appartenne a Nazzareno Franci. Vado subito a scattare alcune foto; ne sono interessato perché sono un compaesano di Tiburzi”.
“Ah, è di Cellere? Vada pure, faccia liberamente”.
Ho scattato più foto, anche un vanitoso ma storico selfie, poi mi sono soffermato a ricostruire mentalmente quanto accadde in quella piovosa e tragica notte a Domenichino, ma non a Luciano Fioravanti, giovane e atletico che riuscì a salvarsi precipitandosi in disperata fuga lungo la retrostante collinetta.
Qui ebbe termine l’affannosa vita di Tiburzi, costellata da una successione di delitti, di fughe e di giornate trascorse nella paura, nei disagi e lontana dagli affetti familiari e da una tranquilla vita da pastore, qual era inizialmente.
Trasportato nella vicina Capalbio, fu fotografato da Ausonio Ulivi di Orbetello e sepolto, come sappiamo, tra dispute controverse, tra insulti, ma anche da qualche accenno al perdono.
Con i versi che seguono, ho così descritto l’ultima fase della tormentata vita di Domenico Tiburzi.
……………
Avvenne che alle tre di quella notte,
all’improvviso fossero interrotte
le chiacchiere festose dei briganti,
che si vantavan d’imprese galanti:
era il cane del Franci che abbaiava
perché qualcuno lì s’approssimava.
Luciano Fioravanti, in tutta fretta,
discese e superò la collinetta
per ritrovarsi dentro la boscaglia,
protetto dagli spari e dalla taglia
che appresso si portava come un peso,
che prima o poi l'avrebbe certo leso
(infatti in seguito ad un tradimento
sarà ammazzato per quel pagamento).
Tiburzi, invece, corse e fu alla porta,
con una decisione poco accorta
perché come bersaglio lì si espose;
un colpo col fucile in aria esplose,
ma fu colpito dai carabinieri,
che poi quel fatto raccontavan fieri.
Morì, però, Tiburzi in quell’istante
o solo fu ferito, e sanguinante
si trascinò lì attorno quel leone,
ucciso poi per “alta decisione”?
In quella notte buia, a Le Forane
avvennero senz’altro cose strane
che qui non è possibile chiarire,
e mancano le prove da fornire.
Il ventiquattro ottobre, a sessant’anni,
dopo una vita in fuga e pien d’affanni,
Tiburzi consumò così il suo dramma,
ucciso proprio dai “figli di mamma”
(come sempre chiamò i carabinieri,
con toni assai pacati e veritieri).
Saper si deve che Domenichino
mai sparò loro, pure se il mirino
li avesse ben centrati in testa o al petto;
però il suo dito non spostò il grilletto
perché quei giovani ragazzi attivi
eran fedeli, bravi e mai cattivi:
servivano la Patria e un ideale,
senza alcuna intenzione a far del male;
cattiva, invece, fu la triste sorte
che Tiburzi seguì fino alla morte.
La notizia volò, fece scalpore
perch’era morto il gran “Livellatore”.
L’indomani, il fuggiasco sì caparbio
fu trasportato e sepolto a Capalbio,
ma non del tutto dentro il cimitero,
poiché il provvedimento assai severo
fu preso d’interrarlo lì al confine,
per metà dentro e metà fuori, al fine
di accontentar salomonicamente
le idee contrastanti della gente.
«Il cimitero» dicevano in tanti
«è per gli onesti e non per i briganti»,
ed altri s’appellavano, ma invano,
alla bontà ed all’amor cristiano.
Come abbiam detto, quindi, fu sepolto,
anche nell’altro regno male accolto;
ora da tanti anni in terra giace,
e speriamo per lui, in eterna pace.
A modo suo fu re, e nel suo stemma
si legge che fu “Re della Maremma”,
di quella terra definita amara,
ma per noi maremmani sempre cara.
Mario Olimpieri
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