Francesco Mattioli, sociologo
Non so se l’intervento di Paolo D’Arpini sulla disobbedienza civile sia una sorta di rendez-vous, o di contrappunto, al mio articolo sulla libertà, in cui ponevo inevitabili limiti al suo esercizio individuale in nome dell’interesse collettivo; ma di certo condivido ampiamente ciò che egli dice – o adombra – sul pensiero divergente.
L’umanità non è progredita in nome del conservatorismo. Non lo hanno fatto i discendenti di Lucy quando hanno abbandonato l’Etiopia per spargersi nell’Eurasia in cerca di nuove opportunità, non lo hanno fatto i Greci quando hanno preso le vie del mare per portare i loro traffici e la loro civiltà ai confini del mondo allora conosciuto, non lo ha fatto i cubisti nell’arte e i progettisti del primo viaggio sulla Luna. In realtà non lo ha fatto neppure Quel Palestinese che duemila anni fa disse “non crediate che io sia venuto a portar pace sulla Terra”, anche se maligni e opportunisti hanno equivocato su queste parole e i conservatori del potere se le sono accuratamente dimenticate.
L’Uomo-Prometeo, che forgia i suoi destini e si apre al cambiamento, non si può permettere di essere conservatore. Ma attenzione: il pensiero divergente è sempre “attivo”, cioè propositivo, impegnato nel cambiamento. Non si può coltivare la disobbedienza civile standosene appartato come uno stilita a crogiolarsi della propria alterità, senza impegnarsi attivamente nella politica, nel sociale, nella cultura. Altrimenti accade che d’intorno resti prevalente lo status quo, il conservatorismo di chi gode di poteri consolidati e di rendite di posizione. Così, saranno i gattopardi a continuare ad esercitare la propria preminenza, cambiando solo affinché nulla cambi.
Il pensiero divergente ha bisogno di salire sui banchi, come dicevo citando la bella scena finale de “L’attimo fuggente”. Deve vedere “oltre”. E tuttavia, due sono i corollari necessari.
Il primo è, ovviamente, l’impegno a passare dalla divergenza meramente intellettuale all’azione concreta, confrontandosi nella società e secondo le procedure proprie della democrazia; cosa che appare un po’ più semplice in gran parte dell’ occidente, mentre diventa persino pericoloso altrove, in alcuni paesi governati dalle autocrazie nell’area filorussa, nei paesi a regime comunista e in quelli teocratici.
Il pensiero divergente, o “critico”, è una espressione propria della civiltà occidentale, e si accompagna alla stessa idea della democrazia e del concetto di libertà. Quindi ha conseguenze attive, cioè nell’azione di “innovatori”. In ogni campo: nella politica, nella scienza, nell’arte, nella musica, nella letteratura, persino nelle mode. Certamente ha trovato opposizioni, resistenze, ma quasi fosse un destino inevitabile alla fine ha trovato la sua realizzazione.
Il secondo corollario è che il pensiero divergente non può essere espresso dalla “licenza”, cioè da un comportamento libertario autoreferenziale, egotistico ed egoistico, individualista e socialmente anarchico. Se esso è il prodotto stesso di una democrazia che difende la libertà di pensiero, non può che “assoggettarsi” alle regole intrinseche ad una democrazia, che pone il bene comune alla base di una convivenza in cui ciascuno rispetta l’altro.
Uno dei maggiori equivoci dell’era della pandemia è, ad esempio, che la disobbedienza civile preveda che uno possa sottrarsi al lockdown, alle mascherina, al distanziamento, al vaccino o al greenpass in nome del diritto alla propria autodeterminazione. Non è questa la disobbedienza civile: questa è piuttosto irresponsabilità civile, è mancanza di senso civico, di rispetto per gli altri, è complottismo alimentato da grossolane forme di ignoranza culturale.
Per chi ha frequentato il sessantotto, l’epoca più fulgida della disobbedienza civile declinata in termini politici, ma anche generazionali, la differenza resta chiarissima: allora infatti non si chiedeva di tornare alla foresta degli uomini-lupo hobbesiani, ma di rispettare i diritti di tutti, di predicare l’uguaglianza, di far crescere l’educazione civica. Poi arrivarono i capipopolo dell’anarchismo insurrezionale a stravolgere i piani, i maitres à penser dell’intellettualismo da salotto buono ad imbibire le menti di taluni.
Romanzi di fantascienza del primo dopoguerra, scritti in un periodo in cui si usciva stravolti dal nazifascismo e si confinava non solo con il sovietismo e il maoismo del pensiero unico, ma anche con la caccia alle streghe del maccartismo presbiteriano – penso a 1984, a Fahrenheit 451 – delineano il rischio di un futuro oppressivo. Beh, mi spiace: ma nonostante un mondo mediatico che è più invadente del Grande Fratello, o forse proprio grazie ad esso, il pensiero divergente ha continuato a sopravvivere. Anzi si è rafforzato e adesso ispira non i rivoluzionari bombaroli da quattrosoldi o gli intellettuali che si masturbano il cervello in biblioteca, ma i progressisti che vogliono una società migliore, più giusta, più aperta e si impegnano quotidianamente sporcandosi le mani con le sconcezze del mondo.
Ha ragione, D’Arpini: il pensiero divergente è una opportunità.
Lo è per crescere assieme, e assieme affrontare gli egoisti, gli asociali, gli incivili, gli irresponsabili e i violenti. Tra i quali annovero, se mi si consente, anche coloro che stanno intralciando il passo alla lotta al Covid-19.






















