Francesco Mattioli, sociologo

Caro D’Arpini,
i rapporti tra gli uomini cambiano nel tempo della Storia; anticamente si viveva in piccoli clan, poi con la stanzialità urbana arrivarono le oligarchie, le monarchie, gli imperi e oggi, per fortuna, le repubbliche  e le democrazie sono le forme di convivenza più diffuse. 

Anche le forme economiche e produttive si evolvono; dall’età della pietra all’età del ferro, dall’economia contadino-artigianale a quella industriale e da questa a quella terziaria e postindustriale che, dati alla mano, seppur consumistica sta assicurando a sempre più persone una migliore qualità della via in termini di tempo libero, igiene, sanità, dignità individuale, impegni sociali e culturali non legati strettamente ad una precaria e difficile sopravvivenza (ovviamente al netto di tante situazioni ancora critiche nel mondo). 

Cambiano anche i rapporti tra uomo e natura; anticamente l’Uomo era alla mercé della Natura, poi ha saputo provvedere fino a controllare o a gestire gran parte dei fenomeni naturali piegandoli alla soddisfazione dei propri bisogni; ad esempio con la scienza e la tecnologia. Anche qui, lo sappiamo bene, ci sono gravi criticità.

Tali che nel tempo si sono maturate convinzioni sulla necessità di agire con grande prudenza e consapevolezza nei rapporti con la natura. Nel frattempo una coscienza civile più ampia sta anche rivedendo i rapporti con gli animali, seppur tra mille ostacoli: nella caccia, nel trattamento degli animali domestici, nella macellazione (per chi non è vegetariano).   

Lei ha trattato il caso degli animali domestici. Tra i possessori di cani si dice scherzando che oggi come oggi “essere trattati come un cane” sta diventando una speranza per molte persone, viste le cure che questi animali ricevono dai loro padroni. Che ci sia lo zampino della società dei consumi è inevitabile; accade anche quando si va a comprare un paio di scarpe o si legge un giornale, magari online.

Ma c’è anche il rovescio virtuoso della medaglia: diminuiscono i “cani da caccia” (perché diminuisce la caccia), aumentano i cani da compagnia – reciproca – e quindi le razze meno aggressive. D’altronde, sia chiaro, il cane è “per Natura (con la N maiuscola)” carnivoro, non puoi snaturarlo a farlo diventare vegetariano o addirittura vegano, quindi la sua sopravvivenza è legata a “vittime” animali.  Di qui non si passa, per cui delle due l’una: o si eliminano tutti i carnivori, o si lascia che certe leggi naturali funzionino a loro modo, semmai intervenendo con civile sensibilità sul lato cruento della questione.

Qualcuno lamenta che le cure vengano riservate soprattutto ai “cani di razza”. A parte che non è vero, perché di amatissimi meticci (lasciamo stare il termine bastardo, che riserverei a certe persone più che ai cani, e lei, D’Arpini, converrà con me a chi mi riferisco) è pieno il mondo.

Ma va ricordato che mantenere ai cani la purezza della loro razza significa garantire loro miglior salute e migliore longevità e, soprattutto, minori rischi di finire i propri giorni in un canile. Senza contare che non tutti gli incroci sono tollerabili: alcuni servono soltanto a formare tipologie di cani aggressivi e pericolosi, come ad esempio i pitbull.

Il discorso ovviamente cambia poco per i gatti.

Finirei con una considerazione.

Per tanti motivi, compreso un incremento di attenzione per i cani, il randagismo è un fenomeno in forte regresso.

Il randagismo non solo rende precaria la vita ai cani, ma sviluppa varie forme di alta pericolosità sociale. Del randagismo, comunque, sono responsabili gli uomini, quando abbandonano le loro bestiole, quando sono disattenti ai loro bisogni, quando li sfruttano come giocattoli o passatempi passeggeri, e non danno loro amore ma su di essi sfogano soltanto il loro miserando bisogno di comandare, di esibire una forma surrettizia di supremazia.

Si prenda un cane da compagnia (di razza, meticcio, come vuole) caro D’Arpini: le si aprirà un mondo di affetti. Reciproci.

 

 

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