
Francesco Mattioli, sociologo
Bene. Con garbo e propositività argomentativa l’avv. Federighi ha illustrato le basi della campagna non-greenpass di cui è fattivo sostenitore.
Sulla lotta al Covid-19 ci sono due binari da percorrere, anche se strettamente legati fra loro. Uno è quello scientifico, che coinvolge assieme ai medici, ai virologi, ai biochimici, anche gli statistici, i demografi, gli antropologi, gli economisti e i sociologi della scienza. L’altro è quello giuridico che si colora sia di posizioni di tipo politico-ideologico, sia di considerazioni di carattere giuridico e costituzionale.
Nell’agone argomentativo, tutto ciò che tira acqua al proprio mulino viene considerato verità e tutto ciò che invece vi si oppone è ritenuto sbagliato, in qualche caso opera diabolica di criptici interessi di parte. E’ un fenomeno noto a livello psicologico e sociologico e non ne è immune nessuno. Ma su certi fatti occorre riflettere anche con i dati. Ad esempio: l’OMS considera il Covid-19 a basso tasso di mortalità, perché un morbo come l’Ebola uccide due malati su tre, ma sarebbe ingenuo e millantatorio trascurare che il Covid-19 ha fatto finora quattro milioni e mezzo di morti nel mondo, di cui centotrentamila in Italia.
Come sarebbe distorto ignorare che, laddove sono stati estesi il distanziamento sociale e l’uso della mascherina, il tasso di morbilità è stata ampiamente inferiore. Per ciascuno dei punti avanzati dall’avv. Federighi a sostegno delle sue opinioni, ve ne sono altrettanti che vanno in direzione contraria. E li propugnano studiosi che non sono né ignoranti, né corrotti, né privi di titoli adeguati, anzi sono la “crema” della scienza e che rappresentano ben oltre il novanta per cento della comunità scientifica.
Gli studi sui meccanismi di formazione delle nozioni scientifiche hanno dimostrato che nella comunità della scienza tali nozioni si formano attraverso un meccanismo di condivisione di processi di ricerca e di valutazione dei dati che avviene in una logica “peer”, cioè tra soggetti portatori di pari conoscenze e di pari prestigio accademico-scientifico. Quindi, alla luce del sole dei dati di ricerca illustrati – e verificati –nelle pubblicazioni degli studi condotti.
La scienza peraltro progredisce, come ogni opera umana, per prove ed errori, con maggiore o minore velocità anche in rapporto a ciò che l’Umanità le chiede. Ma progredisce: la medicina, ad esempio, tra grandi slanci e qualche delusione, ha aumentato la speranza di vita di trent’anni nell’ultimo secolo. Sulle modalità di lotta al Covid-19 vi sono ovviamente delle disparità di valutazioni, che tuttavia avvengono all’interno della comune necessità di opporsi presto e bene ad una pandemia dilagante; dilagante perché la circolazione umana, oggi, è enorme e non paragonabile a quella di appena sessant’anni fa, quando ci fu da lottare contro poliomielite, difterite, ecc.
C’è poi il discorso giuridico. Come sostenevano in tempi e modi diversi August Comte, Max Weber ed Emile Durkheim (tralasciando Marx, che è stato troppo politicizzato) il diritto è un prodotto sociale. Il che significa che cambia nei principi, nei referenti e nelle applicazioni; quindi nella Storia, anche nella piccola storia dei nostri tempi, perché cambiano- se non i valori – certo talune priorità.
Ripeto qui una considerazione di Arrigo Boldrini, uno dei “facitori” della nostra libertà e quindi anche di quella Costituzione che troppo spesso i libertari dell’ultim’ora prendono ora (e solo ora) ad esempio per condurre le loro strategie politiche: “Troppa gente pensa che la Costituzione contenga solo diritti; invece contiene - e deve contenere – soprattutto doveri “. Lo diceva, con altre parole e a proposito di un’etica universale, anche un certo predicatore palestinese di duemila anni fa…
Come tutti sanno, in condizioni di emergenza, certi diritti possono essere sospesi o attenuati, per motivi di sicurezza. Specie di sicurezza nazionale. Ma il procedimento vale perfino quando ti impongono di passare da un’altra parte perché la via è bloccata da un pericolo o semplicemente per lavori. Tali impedimenti generano disagi, ovviamente, anche di natura ideale; disagi che tuttavia vengono considerati meno pesanti di quelli che si subirebbero in mancanza di adeguate risposte alla minaccia.
L’avv. Federighi – con i suoi sodali del no-greenpass - minimizza la minaccia e quindi valuta diversamente i rispettivi pesi sulla bilancia tra riduzione temporanea di talune libertà e vantaggi contro la pandemia.
In tal caso, sarà opportuno ricordare che la libertà stessa si autolimita in un sistema democratico; per evitare che si trasformi in anarchica licenza individualista sottoposta alla legge del più forte in un sistema autoritario e dispotico. L'hanno scritto gente come Rousseau, Kant, e compagnia filosofando.
In realtà tutti questi discorsi rimpallano su un punto fondamentale: l’applicazione del principio di precauzione.
Un principio che si ispira alla massima latina “melius abundare quam deficere” e va adottato tutte le volte in cui le evidenze non appaiono ancora definitive, quando c’é da opporre una immediata risposta ad un problema grave e urgente, quando ci si trova di fronte a dinamiche e minacce non ancora del tutto gestibili, quando in una comunità c’è sempre il bastian contrario che si intesta battaglie autoreferenziali contro le decisioni collettive diventando cellula impazzita fuori controllo.
Rispetto alla prevenzione, il nemico ancora non è ben noto e non si possono approntare risposte precisamente direzionate; durante la pandemia, il lockdown è un atto di precauzione, un greenpass è un atto di precauzione. La precauzione ha costi molti alti, perché potrebbe andare a coprire anche più del necessario, ingenerando obiezioni; costi sociali ed economici, soprattutto.
In tal caso, in mancanza di riferimenti stabili, è inevitabile che le scelte precauzionali risultino soggettive, temporanee, eccessive talvolta, insufficienti talaltra. Subentra allora il parere tecnico, che è sempre meno opinabile dell’opzione ideologica, la condivisione di una maggioranza dei soggetti coinvolti – che è il sale della democrazia - e la disponibilità a rivedere le scelte.
La precauzione va comunque praticata, magari applicando continuamente correttivi, pur di non lasciare sguarnito un lato della protezione. Dove la minaccia potrebbe insinuarsi e causare danni ancora peggiori.
Ricordo che, nonostante i tagli, il sistema sanitario italiano è, e si è dimostrato, uno dei migliori; se intorno ad esso i comportamenti della gente e le scelte di certi amministratori fossero stati ancor più responsabili, i danni della pandemia sarebbero stati ancor più contenuti.
Termino con due considerazioni.
Una, che ho già avuto modo di avanzare: per guidare è obbligatoria la patente, perché offre maggiori garanzie ad altri automobilisti e ai pedoni; l’avv. Federighi si sente violato nei suoi diritti per essersi dovuto sottoporre ad un esame teorico e pratico, prima di poter guidare? Poteva anche rinunciare alla patente e far uso di taxi. E perché invece un greenpass gli sembra così antidemocratico?
L’altra che, è vero: il greenpass ti costringe a sottoporti a vaccinazione, ad una procedura che taluni ritengono inutile o pericolosa. Tuttavia la vaccinazione, indirizzandosi ad un nemico preciso e in precise modalità, non è un atto soggettivo di precauzione. E’ un atto di prevenzione. Cioè è una scelta oggettiva della scienza. Che, ripeto, è impresa umana e quindi non è perfetta, semmai perfettibile. Ma votata a difenderci.
Ah, dimenticavo: tempo fa, ben prima dell’epoca del Covid-19, mi sottoposi a vaccinazione contro l’influenza invernale; un vaccino ormai ben collaudato, da anni. Tre mesi dopo contrassi tuttavia l’influenza, ma in forma molto debole: febricciola e un po’ di tosse, per due o tre giorni. Alle mie perplessità il mio medico di famiglia – quarant’anni di esperienza – mi rispose che ciascuno di noi ha una risposta diversa ai vaccini, che comunque il vaccino copre sempre al 95% e che in ogni caso attenua i sintomi e rende meno contagiosi. Toh, quello era un vaccino vero, eppure si comportava come quelli che l’avv. Federighi in solido con alcuni “esperti”, definisce oggi i “non-vaccini” contro il Covid-19...
P.S.: visto che l’avv. Federighi dubita, forse a ragione, di coloro che discettano del nostro tema “privi dei fondamenti cognitivi indispensabili e forse con eccessiva disinvoltura”, lo voglio tranquillizzare, rimandandolo al mio “I rischi della precauzione. Breve conversazione su rischio, prevenzione e precauzione ai tempi dell’incertocene”, Aracne Editore.
------------
L'articolo dell'avv. Raffaello Federighi
DI NUOVO LIBERI. L’EMERGENZA E’ DEMOCRATICA






















