dott.ssa Mariagrazia Mari Psicologo Psicoterapeuta
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La scuola non è vissuta da tutti allo stesso modo, le reazioni rispetto al contesto scolastico possono essere diverse da individuo a individuo, possono cambiare in periodi diversi nello stesso soggetto e possono essere influenzati da tantissimi fattori.
A volte un determinato comportamento può sembrare associato alla scuola perché si verifica in certe circostanze ma non è detto che ci sia una diretta connessione tra sintomo e istruzione. Non possiamo escludere a priori la possibilità che un dato comportamento sia dovuto ad una richiesta di attenzione non presa in considerazione in altre sedi.
Alcuni bambini e ragazzi soffrono di fobia scolare ossia provano una grande ansia e paura ad andare e restare a scuola, a volte ad un livello tale da venire compromessa in modo significativo la regolare frequenza scolastica a breve e lungo termine.
Quello che si può osservare è una elevata reazione di ansia nel momento in cui il bambino esce da casa o giunge davanti alla scuola, al punto da presentare sintomi da panico; mal di testa, tremori, palpitazioni, mal di pancia, nausea, vomito, diarrea; il livello di angoscia può essere elevato fin dalla sera prima e il bambino può riposare male, può avere incubi o risvegli notturni.
Non si tratta di furbizia e nemmeno di svogliatezza ma di un sintomo che sta a significare un campanello d’allarme, un messaggio che ha bisogno di essere letto e interpretato affinché intervenire tempestivamente e adeguatamente.
Alcuni alunni non riescono proprio a recarsi a scuola, altri si fermano sull’atrio e tornano indietro e altri ancora entrano in aula per poi chiedere di tornare a casa.
In ogni circostanza il disagio è grande e blocca la normale routine quotidiana.
Tante sono le promesse per il giorno dopo e tante sono poi quelle non mantenute. I buoni propositi sono veri ma l’angoscia sale più forte e incontrollata della volontà e finisce per vincere tutte le sfide.
Come si può comprendere ed aiutare un bambino in questa situazione? E i genitori o gli insegnanti?
Spesso gli adulti hanno difficoltà a capire il motivo che ha generato il comportamento e cercano di fare tentativi di ogni tipo affinché ripristinare una situazione di “normalità”.
I genitori e gli insegnanti devono necessariamente confrontarsi per cercare di comprendere cosa può essere cambiato per il bambino e dovranno indagare su vari fronti. Dovranno capire se ci può essere stata una paura legata alla valutazione, alla socialità, a cambiamenti o allarmi familiari che non lo fanno stare sereno e tranquillo o a momenti di passaggio nella crescita.
Se non riescono a risolvere la situazione possono chiedere il parere e la consulenza di un esperto che li aiuterà a centrare l’attenzione su alcuni elementi salienti non ancora individuati.
Tutte le figure professionali coinvolte dovranno cooperare per giungere alla risoluzione della situazione nel minor tempo possibile. Essere tempestivi è importante per non rischiare di prolungare troppo i tentativi di “evitamento” che potrebbero portare ad un “accomodamento”. Non vuol dire trovare soluzioni sbrigative ma quelle più adeguate alla specifica situazione.
Il supporto reciproco farà sentire gli adulti meno frustrati e meno soli e potrà favorire il bambino in una risposta positiva anche perché sente che gli adulti di riferimento si stanno confrontando e stanno cercando di andare nella stessa direzione. Spesso si attiva una maggiore e migliore comunicazione tra tutte le figure educative e un ascolto più profondo nei confronti dei bisogni del bambino, questo favorisce lo “sblocco” della situazione.
Spiegare con le parole un disagio non ancora diventato consapevole è difficile per tutti, figuriamoci per un bambino. Non possiamo pretendere che ci dica con le parole cosa gli sta succedendo, sarà compito nostro capirlo.
Perché accade? A volte può generare da:
- difficoltà a gestire le frustrazioni, la percezione di non riuscire a saper fare bene e subito qualcosa, accompagnata dalla presunzione di volerci riuscire a tutti i costi, senza troppi sforzi e sacrifici; questo può attivare la paura di restare indietro rispetto ai coetanei, di non essere all’altezza della situazione;
- scarsa fiducia tra genitori e insegnanti implicitamente avvertita dal bambino;
- aspettative troppo alte da parte della famiglia che possono generare dei timori nel figlio (di deludere, di sbagliare)
- varie paure (es. crescere, essere abbandonati etc.)
- gelosie nei confronti di fratelli più piccoli.
Alcuni di questi fattori possono scatenare reazioni apparentemente incomprensibili ma se viste con più attenzione possono aprire un canale comunicativo più efficace.
Il sintomo non è una limitazione ma una buona occasione, un’opportunità per cambiare dinamiche e per mettere in atto atteggiamenti più funzionali, per trovare forme di comunicazione più utili, per mettersi in discussione e per porsi nei panni dell’altro.
I momenti critici richiamano l’attenzione di tutto il sistema familiare ed extra familiare e mettono in crisi tutti.
Facendo un buon lavoro di squadra e seguendo le dovute accortezze, se ne può uscire stanchi ma anche soprattutto migliorati.
Consigli utili:
- lavorare sulle dinamiche familiari, sull’ansia del bambino e accordarsi con i docenti dopo il consenso dei genitori (da parte dell’esperto);
- indagare su possibili episodi di bullismo;
- pianificare un ritorno a scuola graduale;
- dosare bene tra atteggiamenti permissivi e l’autoritari;
- non cadere nella trappola dei sensi di colpa;
- in caso di rifiuto prolungato di andare a scuola dovuto a malattia, deve essere sempre presentato un certificato medico da abbinare a un piano terapeutico per la reintegrazione scolastica;
- esaminare i tentativi di soluzione precedenti e i loro effetti;
- chiarire gli obiettivi delle parti coinvolte;
- stabilire delle date in cui fare il punto della situazione;
- mantenere vivo il rapporto del bambino con la classe e garantire il raggiungimento di determinati requisiti di apprendimento.
La scuola
Se ci poniamo nei panni dell’insegnante possiamo, sentirci rifiutati dal bambino e giudicati dai genitori, che sono alla ricerca di spiegazioni da dare al comportamento del proprio figlio. Alla fine ci si sente sconfitti, incapaci di capire e di agire.
La famiglia
Un figlio così disperato, è disorientante. I genitori non riescono a capire, si fanno tante domande rispetto a che cosa può essere accaduto a scuola, non si sentono pronti ad affrontare la sofferenza.
Il bambino
Percepisce le difficoltà degli adulti, il loro disorientamento, la loro incapacità di contenimento; la sua angoscia non fa che rispecchiarsi nel loro sconforto e questo non fa che amplificare la sofferenza.
L’ansia, in questo disturbo, si canalizza sulla scuola; ma il problema può strutturarsi e diffondersi anche in altri ambiti (lo sport, le uscite con gli amici, il tempo libero in genere). Tutto ciò che allontana dalle mura domestiche può essere vissuto come impraticabile e minaccioso.
Vanno rassicurati i docenti; in una fase di comprensione del problema c’è bisogno di loro, non si vogliono cercare colpevoli e non si vuole giudicare.
Andare a scuola è obbligatorio, deve saperlo anche il bambino; per questo, insieme a lui e con l’aiuto della famiglia, è consigliabile programmare un reinserimento graduale, iniziando con tempi brevi di permanenza a scuola, aumentandoli pian piano.
L’ostilità scuola-famiglia che, talvolta, si crea; le accuse reciproche non servono, anzi aumentano il disagio dei bambini. Il patto collaborativo deve costruirsi consapevolmente, con l’aiuto degli specialisti che operano nella scuola.
Non sottovalutiamo il fatto che la discontinuità della frequenza scolastica data dalla pandemia ha contribuito ad aumentare i casi di fobia scolare e non ha favorito il buon esito di tali interventi.
Buon anno scolastico!!!






















