Valentina Fiorito

Vincenzo Ceniti

Un applauso a Valentina Fiorito per il restauro della copia dello Sposalizio della Vergine di Lorenzo da Viterbo eseguita da Pietro Vanni (firmata e datata 1889) e ricollocata nella Sala Rossa di palazzo dei Priori a Viterbo.

Nel corso delle complesse operazioni di recupero della tela, la Fiorito – seguita dai docenti Lorenza d’Alessandro e Matteo Rossi Doria - ha scoperto  un sorprendente particolare di datazione di cui parlerà nella sua tesi di laurea sull’argomento che discuterà all’Unitus entro il corrente anno.  

Per noi è l’occasione di riparlare di una vecchia proposta che facemmo alla precedente amministrazione comunale per una mostra sull’artista viterbese comprensiva anche dei "Funerali di Raffaello”, ben noto capolavoro del Vanni che è stato esposto nella recente rassegna romana su Raffaello al Quirinale. 

Va ricordato che l’opera  fu realizzata nel 1898-99  per l’Expo di Parigi del 1900,  dove però non andò per una serie di motivi. E’ una tela gigantesca, come si usava allora per rappresentare quadri storici (mt. 2,88x 5,50). Abbiamo avuto modo di vederla nel 2017 nei magazzini dei Musei Vaticani dove è tuttora collocata. Vivace nei colori grazie ad un accurato  restauro del 2014. Raffigura un immaginario corteo funebre fissato nel momento dell’entrata della lettiga cosparsa di fiori  nel Pantheon di Roma, seguita da uno stuolo di artisti (altrettanto immaginario) fra cui si riconoscono Michelangelo, Giulio Romano, Tiziano, Durer e la Fornarina. Va ricordato che un altro capolavoro del Vanni, la “Peste di Siena” (1883), è andato purtroppo perduto dopo l’ultima guerra. 

Pietro Vanni, viterbese con sangue toscano (suo padre era di Siena) visse a cavallo dell’Otto-Novecento (1845-1905). La prima gioventù, con il suo grande amore per Emilia (l’adorata Mimma), la trascorse in una Viterbo sonnolenta e provinciale, piuttosto estranea ai fervori di rinnovamento artistico e culturale che fremevano in Europa. Nel 1887 sposò Angela Bevilacqua, vedova Calabresi, che gli regalò una dote provvidenziale e un figlio, Riccardo.  Si disse che gli mancava uno stile immediatamente riconoscibile, se non per quella ricorrente patina di dolce mestizia che avvolge molti dei suoi lavori, soprattutto gli affreschi (1880-1885) commissionatigli dal Comune nella chiesa cimiteriale di San Lazzaro a Viterbo purtroppo sempre più sbiaditi e ammalorati.  

Fedele alla scuola accademica di Cesare Maccari, Pietro Vanni aveva l’atelier a Roma in via Margutta, ma d’estate frequentava spesso lo studio di via Valle Piatta a Viterbo e la villa del Merlano di proprietà della moglie nei pressi dell’attuale Ospedale di Belcolle dove  si contornava di animali (perfino un serpente) a dimostrazione di un carattere estroverso e sensibile. Oggi la villa appartiene agli eredi del prof. Luigi Ciarpaglini. Tra i suoi allievi c’erano Corinna e Olga Modigliani, cugine di Amedeo Modigliani. Oltre alla pittura Vanni coltivò l’arte  della ceramica, del ferro battuto e nell’ultima stagione della sua vita delle acqueforti dove fece tesoro di passate esperienze e di una più solida maturità artistica. Nelle sue incisioni affiorano  i paesaggi intorno alla villa del Merlano,  tronchi irregolari, radici ritorte, filari di pini e di vigneti. Da ricordare il rifacimento da lui progettato nel 1899 della facciata del palazzo Calabresi su via Roma a Viterbo che era stata imbruttita da una logora tettoia addossata ad una vecchia torre. La ingentilisce con una loggia neo-trecentesca ed una finestra rimossa da una vecchia casa di via Saffi. 

Nella pittura di genere si fa notare per una sensuale “Odalisca” premiata all’esposizione di Belle Arti di Rovigo (1877). Non eccelle nella ritrattistica dove si cimenta tuttavia in un autoritratto, nel  ritratto della moglie Angela Calabresi (1884-1885) e in quello di un contadino.  Si disse che era convenzionale nell’uso della luce. Può darsi, ma la lamina lucente che guizza nella prigione sotterranea del Battista nella “Decollazione” (1881,Santa Maria della Quercia) a squarciare il buio tetro è vibrante, come lo sono nello scenario brunito dei “Funerali” i volti dei paggi infiammati dai ceri che stringono in mano.  Lugubre  la “Deposizione” (1876), oggi nel Museo del Colle del Duomo di Viterbo.  Di grande valore documentario, come detto, la copia dello “Sposalizio della Vergine”. Notevoli, tra gli altri, la “Madonna dei gigli”, peraltro di datazione incerta. 

Pietro Vanni morirà di polmonite a Roma, a sessant’anni il 30 gennaio 1905. L’anno successivo il Comune di Viterbo fece realizzare nella chiesa di San Lazzaro al cimitero un’edicola funebre dedicata al Maestro, riproduzione di quella cinquecentesca nella chiesa di Santa Maria del Popolo a Roma dove si svolsero i suoi funerali.

Ne abbiamo parlato nuovamente per sollecitare  un’operazione di recupero delle sue opere con una mostra che potrebbe essere allestita a Viterbo il prossimo anno, magari nel piano nobile di Palazzo dei Priori secondo un percorso che comprenda anche la Sala Rossa dove si trova la rinnovata copia dello “Sposalizio” grazie a Valentina Fiorito.

 

 

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