Francesco Mattioli, sociologo

In questi giorni D’Arpini ha posto interessanti questioni che stimolano inevitabilmente riflessioni e, soprattutto, repliche.

Andiamo per ordine.  Piante e animali sarebbero “umani”, sostanzialmente perché “viventi” e dotati di senso dell’adattamento, cioè della capacità di “risposta” all’ambiente. L’Uomo non sarebbe che una parte di questa “Natura viva e senziente”, e quando se ne discosta tentando di dominarla non fa che rovinarla, e quindi rovinare anche sé stesso. Ho sintetizzato all’osso e forse ho esagerato nella sintesi, ma la sostanza del discorso mi pare questa.

Ora, se nel linguaggio comune e nella fantasia amorosa per la Natura si può parlare di piante e animali che sembrano avere un pensiero, una "umanità",  quando si ragiona seriamente su questi temi i parallelismi diventano ridicoli. Per carità, i miei cagnolini sono così intelligenti che riesco a parlare con loro e a farmi capire, e loro stessi si fanno capire; altrettanto può accadere passeggiando tra faggi e abeti, quegli alberi infatti sembrano guardarti con severa consapevolezza. Ma mentre nel caso dei cagnolini il loro comportamento deriva da un “cervello”, benché rudimentale e  fortemente condizionato dagli istinti, nel caso degli alberi siamo noi a proiettare su di essi le nostre fantasie, a creare un antropoformismo del tutto simbolico. 

Che poi la Natura sia un “sistema” complesso di cui noi facciamo parte, e nel quale non possiamo giocare un ruolo distruttivo,  non c’è  alcun dubbio. E tuttavia il sistema Natura ha delle gerarchie, nel senso che l’Uomo, avendo una intelligenza creatrice, e quindi capace di modificare scientemente il sistema, vi gioca un ruolo ampiamente prevalente. L’”umanità” dell’Uomo non sta nel sapersi “muovere” nel sistema come può fare un cagnolino o un abete, e neppure nella sensibilità del cagnolino di soffrire di nostalgia  per l’assenza del padrone.

L’ ”umanità” dell’Uomo sta nel pensare, creare, attribuire significato a realtà che altrimenti si limitano ad “esistere”. D’Arpini cita malamente la fisica quantistica per relativizzare la posizione  fondamentale dell’Uomo; al contrario, la fisica quantistica ci dice che senza il pensiero dell’Uomo, senza il patto cognitivo tra gli uomini per dare un senso alla realtà, le interazioni fra le componenti di questa realtà sarebbero meccanismi vuoti di significato.

L’ Uomo è un “essere umano” perché conosce, riflette, giudica, reagisce, opera, trasforma, produce “valori” e li negozia: si chiamano scienza, politica, filosofia.  E non ha semplici sentimenti istintivi: egli è capace di esprimerli, tradurli, esaltarli, crearli, parlarne; si chiamano letteratura, arte, creatività. Cose che il resto della Natura non ha, e per questo non le si può affibbiare il titolo di “essere umano”. Certo, possiamo trattare la Natura come se lo fosse, per rispetto, per amore, per semplice calcolo delle opportunità. Ma è solo un modo di dire.

C’è poi la questione della Natura che è reale, mentre Dio sarebbe una ipotesi.  Può darsi.  In fin dei conti, di un Dio si sono date tante interpretazioni diverse: un “creatore”, oppure un “ordinatore”, oppure una entità ineffabile di cui forse intravediamo solo alcuni segni, ieri i fulmini, oggi l‘inspiegabilità della realtà.

Un Dio che può essere antropoformizzato, fino a immaginarlo come un vecchio saggio barbato, oppure come una Corrente energetica, uno Slancio vitale o come una Entità femminile generatrice, a seconda delle visioni prevalenti nelle varie culture umane. Quindi, anche un Dio-Natura può essere concepito, osservandone l’esibizione concreta nelle sue forme più immense, entro le quali l’Uomo appare come piccola parte. Eppure, proprio l’Uomo-Prometeo, quello che vuole sapere, capire, agire, fare, che è Homo faber - anzi Homo faber sui – di fronte a Dio alza la testa e tenta di negoziare con lui, rivendicandosi ora come Figlio, ora come il Destinatario, ora come il Depositario di una Intelligenza che costituisce la Storia.

A che pro milioni di anni per fare emergere le Alpi dal fondo del mare, senza l’Uomo che ne apprezzasse l’esistenza e ne facesse uso?  La Natura è reale, ma limitata entro leggi; non può essere essa stessa Dio,  perché  è nata, si trasforma, subisce cambiamenti e può essere gravemente ferita.  Un Dio come tale va invece ipotizzato come creatore innanzitutto di leggi, regole, valori, significati, in una condizione di onnipotenza, eppure anche in dialogo con l’Uomo.

Non il Giove mandrillo che mette le corna alla moglie, non la Venere gelosa di qualche bella ragazzona greca, non Jahvé, Marduk o Allah che proteggono i loro sanguinari fedeli, né tanto meno una non meglio identificata Natura che raffazzona assieme sassi, pesci, fiori, caprioli e persone.  

Dio una ipotesi? Dirò di più: un bisogno, per lo più espresso dal mistero – e dalla paura - della Morte.  Ma un Dio ipotesi, o un Dio bisogno, da cercare non  già, o non tanto,  intorno a noi; ma DENTRO di noi.  Un Dio che può essere prodotto dalla Ragione, ma inevitabilmente circoscritto alla Nostra Ragione; oppure un Dio prodotto dalla Fede, quindi da un Sentimento, e per questo  senza alcun effettivo Limite.

E, in ogni caso, tenendo ben presente che altro è Dio, altro è la religione. Dio, ipotesi o bisogno che sia, è un’opera dell’Intelletto e del Sentimento; la religione è un prodotto sociale,  di relazioni sociali, vestito dalla Storia, dall’evoluzione  delle culture, dai rapporti di potere. Funzionale forse alla crescita dell’Uomo, ma scarsamente rappresentativo della vera Entità di Dio. Anche di un Dio-ipotesi.

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L'articolo di Paolo D'Arpini a cui fa riferimento Francesco Mattioli

Anche alberi e animali sono esseri umani

 

 

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