
Francesco Mattioli
L’interessante riflessione di Paolo D’Arpini sull’agire umano e sui rapporti di causa ed effetto, induce a ritenere che la prospettiva filosofica del Tao sia il frutto di una impressione soggettiva che va al di là delle apparenze quotidiane, quelle che ci fanno aprire l’ombrello se piove...
Non è un male, è una “impressione” filosofica rispettabile come tante altre, che peraltro “ci indovina” su alcuni aspetti dell’agire individuale e sociale dell’Essere Umano. Dico “ci indovina” perché non sempre ciò che ci appare o che ci piace pensare che avvenga in realtà accade e funziona in un certo modo, però un po’ con l’intuito, un po’ con la ragione, un po’ per caso, qualche volta il nostro comune sentire coincide con il reperto scientifico.
Specie nel caso delle scienze umane che non trattano di fenomeni “esterni” a noi come l’astronomia o la geologia, ma di cose che viviamo e sperimentiamo- anche lungamente – in prima persona, generando esperienze e buon senso. Solo che la scienza non va avanti con il semplice buon senso, ma con “reperti” di ricerca, sperimentazioni, verifiche di ipotesi e teorie, insomma usa il metodo conoscitivo cosiddetto “galileiano” sul quale ad esempio Popper ha costruito il falsificazionismo, cioè il principio che una nozione scientifica è valida solo “fino a prova contraria”. La scienza non è il mondo del dogmatismo, né religioso, né etico, né filosofico, non è né il mondo del “dover essere” né quello del “ mi piace pensare che le cose stiano così”.
C’è un limite tra filosofia e scienza; sempre più esile, certo, ma identificabile.
Allora, sulla base delle nozioni scientifiche maturate in psicologia, sociologia, antropologia, dobbiamo asserire che il pensiero umano nasce dal bisogno, cioè è pragmaticamente orientato. Secondo un fine che è innanzitutto operativo e quindi ha bisogno di utilizzare il modello deterministico della causa/effetto. Solo così potrà contare su un bagaglio di esperienze e nozioni che lo porteranno ad agire e a prevedere; è la causa/effetto che ha fatto nascere l’agricoltura, la pastorizia, la meccanica, l’organizzazione sociale, perché infonde sicurezza nelle proprie azioni e riguardo all’immediato futuro.
Così ancora oggi, pur essendoci ampiamente evoluti nella conoscenza del mondo, la nostra mente ragiona per causa/effetto. E se i cinesi non lo avessero fatto, se ne starebbero ancora tremebondi nelle caverne, invece di aver inventato la carta, la polvere da sparo, la porcellana e gli spaghetti e magari il capitalcomunismo maoista.
Però le scienze sociali ci hanno anche offerto una chicca: le relazioni umane si sviluppano mediante la costruzione convenzionale e collettiva dei significati comuni da attribuire alla realtà, senza i quali non ci sarebbe intesa, accordo, dialogo, quindi comunicazione, quindi collaborazione, quindi socialità.
Si chiama “costruzione sociale di senso”. Ne hanno scritto tra gli altri Thomas, Scheler, Berger, Luckman, Luhmann...
La costruzione sociale di senso della realtà è quindi determinata dai rapporti storici tra le culture, e non esiste “la realtà”, ma “una realtà”, che è quella sperimentata, letta, interpretata, negoziata, condivisa e costruita convenzionalmente e collettivamente. La semplificazione della concezione, della spiegazione e dell’uso della realtà in termini di causa/effetto ne è una conseguenza. Operativamente virtuosa: perché ci consente non solo di costruire computer o automobili, ma anche di definire e semplificare modelli organizzativi efficienti che garantiscono all’un tempo la convivenza umana e il miglioramento della qualità della vita a 360 gradi. L’homo faber, l’uomo prometeico della cultura occidentale ne ha fatto buon uso tecnologico e politico; tecnologico, costruendo un “progresso”, seppur tra mille difficoltà; politico, costruendo la democrazia.
Ora, certamente religioni e filosofie spiritualiste d’oriente e occidente hanno saputo intuire o concepire una realtà molto più complessa, più interrelata, più “verticale” che “orizzontale”. Ma sono rimaste intuizioni, sensazioni, in fin dei conti dogmatismi garantiti solo dalla supposta saggezza del filosofo che diceva “ è così” ma non poteva provare che fosse “così”, né voleva farlo.
La scienza – occidentale – si è incaricata di dirci, anzi di dimostrarci, che il mondo è complicato, multidimensionale, interrelato, convenzionale nella sua semplificazione corrente, certo ancora soggetto a processi deterministici, ma che avvengono all’interno di una rete di variabili che non sono necessariamente legate in modo orizzontale, ma più spesso in modo ricorrente ricorsivo. E ancora, udite udite: l’entropia che secondo le leggi della termodinamica ci dovrebbe portare inevitabilmente alla staticità della fine, può essere combattuta con la neghentropia, o sintropia. Cioè con la risposta operosa, con la creazione di nuove condizioni, con l‘attività umana che è capace di produrre “oggetti” come le idee, che non si esauriscono necessariamente e sono poi esse a creare, a definire il mondo.
Ma questo non lo dice la filosofia; non lo dice una religione; non lo dice il taoismo, sulla base di una intuizione soggettiva, di una impressione, per quanto lungamente rimuginata e limata attraverso l’introspezione. Lo dice la scienza. Attraverso la sperimentazione e quindi la condivisione di “nozioni” razionalmente elaborate. Poi, per carità, ognuno dentro di sé potrà sentirsi più verticale che orizzontale; e tutti assieme potremo renderci conto che la realtà fisica e mentale in cui siamo immersi è molto più complicata, complessa, interrelata di come la crediamo e che di essa non possiamo che averne un’idea convenzionalmente condivisa. Ma nella società l’individuo si muove secondo schemi culturali, storicamente affinati. Basati sul bisogno, sull’accordo, sull’operazionalizzazione delle idee, sulla ricerca di una semplificazione razionale, su progetti attivi. Che in buona parte possono essere colti, spiegati e previsti.
Heisenberg, Russell, Popper non esortavano a lambiccarsi il cervello e a titillarsi la mente, ma invitavano a “fare”, a “migliorare”. Tant’è che tao o non tao, anche in Cina si sono orientati su quel riduzionismo causa/effetto che produce grattacieli, computer, missili e vaccini.






















