"I vaccini stanno dando risultati ottimi, ma ovviamente non definitivi"

prof. Francesco Mattioli
Citerò due frasi della saggezza umana. “Beati monoculi in terra caecorum” e “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Ciò premesso, parliamo di conoscenza.
La conoscenza, cioè l’acquisto di informazione, la otteniamo in vari modi.
Il più elementare avviene per prove ed errori nell’esperienza quotidiana; è quella che insegniamo ai bambini: se metti le dita nella presa di corrente prendi la scossa, se tocchi il fuoco ti bruci, ecc. Le altre sono più sofisticate.
Con la magia l’Uomo ha creduto di governare le leggi del mondo o di proteggersi mediante azioni di natura apotropaica. Con la filosofia si è usata la logica razionale o l’intuizione, qualche volta persino la spontaneità dei sentimenti, in ogni caso esprimendo soggettivismo, quanto meno a partire dai presupposti intenzionali e di valore. La sottovariante estetica della filosofia è l’arte, con cui si tenta di conoscere l’incommensurabile, l’istintivo, la dimensione creativa propria dell’essere Umano.
Con la religione ci si è affidati ad una Entità super partes che ci ha detto cosa è e come va il mondo, conseguendone dei comportamenti “etici”. Con l’ideologia ci si è spostati su una visione del mondo di parte, per lo più di classe, dando la stura al dogmatismo, sia di tipo politico, sia di tipo religioso, sia di tipo culturale. La Storia si è poi incaricata di far vincere talvolta l’una, talvolta l’altra fonte di conoscenza.
Poi è arrivata la conoscenza scientifica. Razionale, logica, ma allo stesso tempo sperimentale, nel pieno approccio galileiano, cioè fondata sull’esperienza dei fatti. Supportata dai successi della sua applicazione tecnologica, la scienza ha finito per porsi come conoscenza dirimente, cioè “oggettiva”. Almeno per quel che riguarda la corretta lettura della realtà. Con un inevitabile affaccio anche sulla filosofia, almeno nella sua versione positivista.
Nessuno può porre limiti alla fantasia, alla speculazione intellettuale, al sentimento; sono peculiarità dell’Essere Umano. Ma nel misurarsi con la realtà materiale, l’Uomo non può che adottare la conoscenza scientifica.
Tuttavia, diversamente da quel che si creda, dopo Heisenberg e Popper noi dobbiamo considerare la scienza come la migliore conoscenza possibile della realtà, ma non necessariamente in grado di fornire verità oggettiva. Le verità considerate oggettive sono solo quelle che si accettano per fede; le altre, come dice Popper, vanno verificate costantemente, vanno accettate solo “fino a prova contraria”.
Due esempi. Il primo, ormai ben noto: la fisica quantistica ci sta restituendo un mondo di realtà materiali in costante interazione e quindi in costante ridefinizione; per cui le leggi scientifiche sono sempre probabilistiche, approssimate.
Il secondo riguarda i cosiddetti algoritmi che, su base razionale e matematica, dovrebbero far procedere la conoscenza e la conseguente azione secondo processi ineluttabili. Tuttavia la base di partenza è sempre “intenzionale”, quindi soggettiva; dipende da come si definiscono certi concetti, certi programmi, certi obiettivi.
Lo studio socioantropologico e storico della scienza ci ha mostrato inoltre che la comunità scientifica è fortemente condizionata dalla società, dalla cultura, dalla politica e a volte stenta a trovare accordi e convenzioni condivise; soprattutto quando opera ai confini della conoscenza, con avversari che vengono conosciuti di volta in volta e verso i quali è necessario molto impegno per contrastarli.
La scienza a volte offre soluzioni che la politica non raccoglie o che intende raccogliere solo parzialmente; perché ciò che è scientificamente razionale non è sempre socialmente ed eticamente accettabile o praticabile.
Con tutto ciò, possiamo dire che di fronte a moltissimi problemi di natura materiale e sociale, il sapere scientifico, con tutti i suoi limiti, è la miglior forma di conoscenza possibile.
Ecco quindi, il nesso con le prime righe di questo scritto: ”beati gli orbi in una terra di ciechi”, significa far prevalere il sapere scientifico su quello meramente intuizionistico e opinionistico; mentre “chi è senza peccato scagli la prima pietra”, si oppone a chi vede punti deboli nel sapere scientifico e nell’azione scientifica, fino a demonizzarne la funzione e il fronte, creando di possedere una verità che non possiede.
Prendiamo la questione del Covid-19 e dei vaccini. La pandemia esiste: in Italia in un anno ha fatto centomila morti in più di quelli attesi, quindi chi ne nega la gravità o mente sapendo di mentire tanto per masturbare i suoi istinti negazionisti, oppure è un ignorante.
I vaccini stanno dando risultati ottimi, ma ovviamente non definitivi. E per due motivi. Il primo, che per salvaguardare la salute globale è stato necessario agire in fretta, così che momento sperimentale e momento terapeutico/preventivo talvolta sono andati a coincidere. Il secondo che ci siamo trovati di fronte ad una pandemia particolarmente pericolosa sia di per sé, sia in un contesto di circolazione globale che mai come ora ha favorito la diffusione del virus.
E se nel mondo di oggi le pandemie possano essere più frequenti non dipende da chissà quali catastrofici peccati dell’Uomo Moderno, ma dall’evoluzione della presenza umana sulla Terra: siamo di più, circoliamo di più, progrediamo ma allo stesso tempo manteniamo degli usi e dei costumi tradizionali, sorpassati, anti-igienici, pericolosi che favoriscono indebite commistioni biologiche tra uomo e animale, specie in Estremo Oriente (luogo costante di partenza della maggior parte delle pandemie).
Ma le pandemie ci sono sempre state, non sono la conseguenza di qualche complotto o di qualche moderna degradazione del vissuto umano, ma più semplicemente del vissuto umano tout court. Per fortuna, l’Uomo da millenni ha imparato a difendersi, a trovare risposte e soluzioni, prevenendo o combattendo le minacce.
Oggi, con la scienza. E se ne vedono le conseguenze; non mi riferisco al progresso tecnico, anche se potrei farlo sicuramente, ma al fatto che viviamo più a lungo – e meglio – dei nostri nonni e la vita media si è allungata negli ultimi due secoli di oltre vent’anni.
Se poi qualcuno pensa di denigrare la scienza perché scienziati vari discutono fra loro o perché nel tempo danno indicazioni differenti, si informi meglio sulle dinamiche della scienza stessa, che evidentemente non ha mai praticato. Specie nelle discipline di frontiera e nella fase di sperimentazione è normale che vi siano valutazioni dei dati non del tutto allineate. Anzi, è un valore questo, perché la conoscenza del fenomeno in tal modo si affina sempre più.
Ad esempio, sulla valutazione iniziale del Covid-19 e soprattutto sulle modalità di distribuzione e sull’efficacia dei vaccini. Ripeto: normalmente un vaccino ha bisogno di qualche anno di sperimentazioni per stabilizzare la sua efficacia, questa volta non si poteva aspettare tanto, contando le centinaia di migliaia di morti nel mondo. In tal caso, anzi, la scienza ha adottato non solo la logica della prevenzione (che stabilisce previsioni basate su meccanismi certi di causa/effetto noti) ma anche quella della precauzione, lasciandosi ampi spazi di manovra e di prudenza, certo non oggettivabili come nel caso della prevenzione, ma altamente condivisibili.
Gioca inoltre un altro fattore: la scienza dice che cosa si può fare, ma è la politica – sulla scorta di valori, di calcoli di priorità, ecc. - che decide cosa si deve fare. Così le incertezze sull’’uso del vaccino Astrazeneca nella scienza si sono dovute soprattutto alla pressione della politica affinché si facesse presto.
E i motivi per far presto non sono tanto legati alle vittime potenziali –al novanta percento anziani e malati, facilmente raggiungibili – quanto alla necessità di far ripartire il lavoro, come base di sopravvivenza socioeconomica, e di riuscire a controllare i comportamenti delle giovani generazioni, di fatto maggiormente inclini a sottovalutare il pericolo e per di più oggettivamente meno esposte alle conseguenze ferali della minaccia pandemica.
Insomma, può anche darsi che la scienza abbia problemi di vista, ma ci vede meglio di coloro che, sul sapere, sono ciechi. Né la filosofia, con le sue millenarie discussioni, né l’ideologia con i suoi interessi di parte, possono denigrare l’opera della scienza.
E’ comunque l’homo politicus, cioè l’Uomo che opera nella collettività, che elabora valori, crea progetti e costruisce il sociale, che alla fine sceglie.
C’è da augurarsi che abbia la saggezza di affidarsi alla scienza, piuttosto che a un demagogo, ad un complottista e, soprattutto, all’ignoranza del primo opinionista di passaggio.
Francesco Mattioli
Già professore ordinario di Sociologia, di Sociologia della Comunicazione e di Sociologia della scienza nell’Università La Sapienza di Roma
Riferimenti bibliografici:
- Mattioli, La comunicazione sociologica, IV edizione, 2015
- Mattioli, Sociologia del rischio globale, 2006
- Mattioli, Società del rischio e sicurezza urbana, 2016
- Mattioli, I rischi della precauzione, 2020






















