Francesco Mattioli, sociologo

L’Essere umano ha attraversato i millenni della sua Storia rodendosi sulla differenza tra “essere” e “dover essere”; nel primo caso vedeva scorrere davanti a sé un certo tipo di realtà, sia essa naturale che sociale, che seguiva delle “leggi”, cioè dei comportamenti ricorrenti funzionali all’esistenza, mentre nel secondo caso cercava di formulare dei principi e dei valori “etici” che seguissero le regole imposte dalla propria volontà.

Del resto, nel cosiddetto “creato”, l’Essere Umano è l’unico consapevole di sé e della propria capacità di modificare la realtà che lo circonda.

In genere la scienza si è sempre occupata dell’essere, sfruttando al meglio le leggi naturali per trarne risposte  prevalentemente materiali ai bisogni umani, mediante la tecnologia. Una scienza meramente speculativa rasenta la filosofia e tende inevitabilmente a scivolare nel dover essere.

Del dover essere si sono occupate la filosofia, le ideologie  e le religioni, cioè sistemi di pensiero che, in ossequio alla volontà umana, non si accontentavano di muoversi al vento come un canna, ma intendevano regolare la convivenza umana secondo modalità che conseguissero un ordine sociale intenzionale. Un ordine necessario, come hanno rilevato ad esempio Hobbes e Rousseau, onde evitare un caos anarchico dove avrebbe certamente dominato la legge del più forte in un continuo  conflitto destinato ad erodere la stessa sopravvivenza umana..

Per molto tempo filosofia, ideologia e religione hanno sostanzialmente coinciso in modelli culturali ordinativi della società umana. In particolare la religione ha fissato il punto di riferimento delle regole ordinative al di fuori dell’Uomo, a causa dell’impotenza di questi a dominare la realtà circostante. Un fulmine, una inondazione, una pestilenza, ma anche un volo di uccelli erano fuori del controllo degli esseri umani, che si sentivano governati da leggi estranee e da entità più potenti alle quali occorreva solo che raccomandarsi.  

Poi gli scenari sono mutati. Almeno in occidente. Dove il pensiero greco e la religione cristiana hanno introdotto il concetto di responsabilità individuale, circoscrivendo all’ambito etico la funzione ordinatrice della convivenza sociale  e affidando progressivamente alla scienza quella di operare sulla Natura.  

Che si chiami religione, concependo un Creatore legislatore etico, o ideologia, concependo invece dei valori schiettamente umani, un sistema di regole che decide ciò che bene o male, giusto o ingiusto nel consorzio umano è una condicio sine qua non della convivenza umana e persino della convivenza con la natura. 

Da ultimo, a stabilire questa inevitabile necessità sono state la sociologia e l’antropologia, due scienze, quindi, e non delle semplici intuizioni filosofiche o ideologiche.  

Che le religioni nel tempo siano state utili e poi disutili, confortevoli e poi retrive, stimolanti e poi soffocanti, poco conta.  Perché lì è intervenuta la Storia, con le sue componenti economiche, politiche, culturali, ecc.  Lo stesso concetto di laicità può essere fuorviante. Perché se è vero che  all’origine significa popolare e non sacrale, se poi ha distinto i sacerdoti dai non sacerdoti, se in seguito ha qualificato un pensiero materialista rispetto ad uno fideistico-religioso, se infine è stato usato in senso anarchico-libertario, ciò non  toglie che alla fine esso stesso abbia prodotto “regole”. 

Perché, alla faccia di qualsivoglia filosofia o approccio spiritualista, dalle regole della convivenza non si scappa, e persino chi crede di poter condividere spontaneamente una stessa sensazione di infinito finisce poi per differenziare ruoli e comportamenti sociali, bisogni personali e personali intuizioni, che creano immediatamente differenze, stratificazioni, poteri, bisogno di organizzazione, insomma regole. Così, dire che la religione appartiene  al regno della mente ed è quindi opinabile è corretto; perché la mente umana, non soggetta solo ad automatismi naturali, opina, sceglie, decide, sbaglia, cambia, matura, cresce.

Ma è assolutamente falso pensare che una spiritualità naturale possa vivere di sé, senza “sporcarsi le mani” con la società; che una consapevolezza di sé quasi naturalistica, certo a-storica, sia sufficiente a vivere in società e a far crescere, in tutti i sensi, l’Essere Umano.   Anch’essa finisce per essere una “religione”, checché ne dicano i suoi propugnatori, perché raduna i propri fedeli “contro” altre religioni, rivelate o meno che siano, ponendosi come la “Verità”.

Ma con un pericolo in più. Che volendo estraniarsi dall’impegno “politico”, volendo restare pura contemplazione  interiore anarchico-libertaria, finisce per lasciare che la società vada per la sua strada, senza alcun  impegno etico e morale in grado di intervenire, lasciando che giustizia o ingiustizia, diritto o sopruso si azzuffino e si succedano fra di loro. La Natura di per sé non  è morale, “è” e basta.

E’ l’Uomo che sceglie cosa sia morale  e cosa non lo sia; rischiando ovviamente di fare errori, di dover cambiare le proprie idee, di confliggere per esse. I filosofi orientali, intenti a lucidare il proprio spirito naturalistico interiore, ad elevarsi sopra le “pochezze” della vita umana quotidiana sperimentando lo spirito immutabile e ineffabile di cui credono di essere pervasi, hanno lasciato che certe dittature durassero millenni.  No grazie, le religioni si sono macchiate di sangue innocente, è vero. Ma si sono anche impegnate a creare un casa comune di solidarietà e di giustizia sociale. Comunque, non si sono girate dall’altra parte a solleticarsi lo spirito.

 

 

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