dott. Giuseppe Di Prima
La vitamina D è una molecola chiave per la salute; è una vitamina che il nostro organismo produce grazie anche alla luce del sole e utilizza per una molteplicità di scopi, primo fra tutti, la calcificazione delle ossa oltre ad essere utile per i neonati e in gravidanza.
Non è da sottovalutare anche la sua azione immunostimolante, capace cioè di stimolare il sistema immunitario e di offrire protezione verso molte patologie, tra cui quelle oncologiche. Molti medici la utilizzano, inoltre, per la cura di patologie autoimmuni e infettive dell’apparato respiratorio come raffreddore, influenza e tubercolosi. Quest’ultima, che oggi si cura con antibiotici, è stata la prima malattia per cui sono stati scoperti i benefici terapeutici della vitamina D.
Si era osservato, infatti, che i pazienti che venivano mandati in località di montagna o marine caratterizzate da aria pura e raggi solari, guarivano più velocemente. ll corpo produce vitamina D sia grazie all’esposizione della pelle ai raggi Uv-B (ultravioletti) del sole, sia tramite l’assunzione di alcuni cibi. E’ una molecola liposolubile, presente nel fegato, essenziale per il sistema immunitario e il tessuto osseo. Oltre a intervenire sul tessuto osseo, questo paraormone garantisce anche la protezione della pelle, curando malattie cutanee come dermatite o psoriasi.
Inoltre, mantiene tonici i muscoli e aiuta a regolare la sensazione di fame, perché agevola la produzione di leptina, un ormone proteico che normalizza il metabolismo lipidico. Non è un caso, infatti, che nei soggetti obesi si trovi un basso quantitativo di vitamina D, così come nei soggetti con patologie come il morbo di Crohn, con problemi relativi all’assorbimento intestinale. Parlando di vitamina D o calciferolo, senza specificare alcun indice di riferimento, intendo la vit D2 o la vit D3 o entrambi.
La vitamina D2 è stata differenziata nel 1931 mentre, previa irradiazione del 7-deidrocolesterolo, la vitamina D3 fu scoperta nel 1935. Poiché la vitamina D può essere sintetizzata in quantità adeguate dalla maggior parte dei mammiferi sufficientemente esposti alla luce solare, non andrebbe considerata un fattore dietetico essenziale, quindi non dovrebbe nemmeno essere considerata una vitamina.
Ha piuttosto le caratteristiche di un pro-ormone, attivabile nell'ormone calcitriolo, che produce i suoi effetti interagendo con un recettore nucleare situato in più cellule di tessuti differenti. La vitamina D è una vitamina liposolubile, viene accumulata nel fegato e non è dunque necessario assumerla con regolarità attraverso i cibi, dal momento che il corpo la rilascia a piccole dosi quando il suo utilizzo diventa necessario. - Nell'uomo, i composti più importanti di questo gruppo sono la vitamina D3 (conosciuta anche come colecalciferolo) e la vitamina D2 (nota come ergocalciferolo) – che tuttavia dovranno essere mutati in calcitriolo (forma ormonale attiva).
La principale sorgente naturale di vitamina D è costituita dalla produzione endogena del colecalciferolo (vit D3) a livello della pelle, partendo dal colesterolo, attraverso una reazione chimica che dipende dall'esposizione alla luce solare (in particolare dall'irradiazione UVB).
Su questo punto restano però ancora molti dubbi da chiarire. Innanzitutto bisogna tener conto del fatto che l’effetto benefico dell’esposizione al sole, e di conseguenza la sintesi di vitamina D da parte dell’organismo, non è sempre uguale, ma dipende da numerose variabili, come per esempio l’ora in cui ci si espone, la latitudine, l’età, il colore della pelle, l’uso di creme solari – sempre fondamentale per aiutare a prevenire eventuali malattie dell’epidermide – e molto altro ancora. Inoltre, lo stile di vita moderno, che prevede sempre meno ore trascorse all’aperto anche per i bambini, non stimola la formazione della vitamina D e rende la carenza piuttosto comune. Non è raro infatti andare incontro a una carenza di questa vitamina in particolari situazioni della vita. Un segno precoce di carenza di calciferolo è la riduzione sierica di calcio e fosforo.
La sua presenza negli alimenti è scarsa; si può fare qualcosa per incrementare la propria scorta di vitamina D? Il cibo con la maggiore quantità di vitamina D è l’olio di fegato di merluzzo e tra gli alimenti con l’apporto più alto di questo principio abbiamo i pesci grassi, quali aringhe, tonno e salmone, e il latte, le uova e il fegato. Tra frutta e verdura, invece, si distinguono in particolare per la presenza di vitamina D le verdure a foglia verde: insalata, spinaci, e soprattutto i funghi. Se si è sottoposti a una terapia che prevede l’assunzione di vitamina D attraverso farmaci o integratori, è bene tener presente come nemico l’abuso di alcool. Anche alcuni farmaci possono influire sulla quantità a disposizione dell’organismo, per cui seguire le indicazioni del medico risulta indispensabile per assicurare il giusto assorbimento della vitamina D, compresa quella contenuta nei cibi che portiamo in tavola.
In generale la vitamina D è più presente negli alimenti di origine animale. Questo potrebbe essere un limite per coloro che hanno un’intolleranza al lattosio o che seguono una dieta vegana o vegetariana.
Tuttavia esistono dei cibi “forticati” di vitamina D come i cerali, la farina di avena, il succo di arancia, come anche frutta secca ricca di Omega 3, tra cui le noci o le mandorle.
Le differenze con le altre vitamine emergono però quando si pensa alla fonte primaria della molecola. La quantità di vitamina D contenuta negli alimenti è infatti scarsa, mentre secondo le stime dell’Istituto superiore di sanità, il 90 per cento del fabbisogno di questo composto si ottiene grazie all’esposizione al sole.
Sia la vitamina D introdotta con gli alimenti, sia quella prodotta nella pelle, sono biologicamente non attive e richiedono necessariamente l'intervento di un enzima proteico capace di idrossilarle convertendole nella forma biologicamente attiva. Ciò avviene nel fegato e nei reni.
Per concludere: È una vitamina con un ruolo di primo piano nel regolare molti processi fisiologici; anche l’uso nella terapia contro Covid-19 è stato ipotizzato da alcuni studi, ma mancano ancora solide conferme.






















