Francesco Mattioli, sociologo

Qualche anno fa, durante una mia lezione su marginalizzazione ed esclusione, stavamo trattando dell’uso improprio di certi termini che potevano offendere la sensibilità di alcune categorie di persone. 

Così, ragionavo con i miei studenti sul passaggio dal termine “Infelice” ad “handicappato”, e da questi a “disabile” e poi a “diversamente abile”.  Un mio studente, peraltro molto brillante che seguiva le lezioni in carrozzina, intervenne con un sorriso caustico sulle labbra esclamando: “Sa che le dico, professore, mi chiamassero pure handicappato, ma se mi garantissero l’accesso ad ogni luogo con le dovute rampe,  non me ne importerebbe un bel niente!””. Ne seguì precocemente un dibattito sul “politicamente corretto”, che in ogni caso sarebbe stato l’argomento successivo della lezione.

Il termine originario è politically correct  e si ritrova in modo perspicuo nella stampa  e nel pensiero radical liberal americano a partire dagli anni ’60.  Si rifà agli ideali di libertà, uguaglianza, rispetto, contro ogni forma di razzismo, di pregiudizio, di esclusione e di marginalizzazione, e si ispira ai principi contenuti nella Dichiarazione dei Diritti Universali dell’Uomo.

Nasce innanzitutto contro l’apartheid subito dai neri, poi viene adottato dal femminismo e successivamente si allarga ai portatori di disabilità.  In Europa fu adottato precocemente dalla sinistra  e in misura certamente minore da certo liberalismo radicale, avendo come bersaglio soprattutto il nazifascismo, ma anche certo conservatorismo reazionario, morale e  sessista, che trapelava spesso nella mentalità borghese e segnatamente cattolica.

Se ne sentiva il bisogno; troppi adottavano il termine “razza” in modo suprematista; troppi il termine “negro” con significato dispregiativo; troppi quello di handicappato per dare del cretino al prossimo; e quello di “donnicciola” per indicare una persona caratterialmente debole.  Inoltre, poiché il linguaggio deriva dalla cultura e questa dai rapporti di forza nella società, troppi modi di dire consolidati  nelle espressioni quotidiane in realtà finivano per ribadire forme reali e diffuse di sottomissione, marginalizzazione, discriminazione.  

Ovviamente, non  ci si doveva fermare ai modi di dire, come giustamente reclamava quel mio studente: l’importante era creare soprattutto una società più equa, più giusta, libera da ogni barriera, fisica e socioculturale.

Così, nei paesi democratici più avanzati, le nozioni del politicamente corretto , sia nell’uso del linguaggio, sia e soprattutto nella gestione della convivenza civile, sono divenute una sorta di “bibbia” di un comportamento veramente democratico ed egualitario, rispettoso della dignità altrui.

Tutto giusto. Ma, come si sa, se il politicamente corretto ha voluto iniziare una ”rivoluzione culturale” è inevitabilmente incorso nelle forme di massimalismo contenute in ogni rivoluzione.  Un massimalismo e un estremismo, spesso violento, che nella storia hanno sempre accompagnato ogni cambiamento. 

Dai tempi dell’uccisione di Ipazia da parte di cristiani facinorosi; delle lugubri ghigliottine al lavoro durante la Rivoluzione Francese alla faccia di liberté, egalité  e fraternité; della strage di capitalisti e borghesi predicata e praticata dal marxismo rivoluzionario; della vendetta perpetrata casa per casa dai partigiani nei confronti degli odiati fascisti; ecc. 

C’è quindi un massimalismo deteriore che alligna anche nel politicamente corretto, fino a indurre a parlare sempre più spesso di una “dittatura” del politicamente corretto, con le inevitabili e ingiuste conseguenze estremiste di  ogni dittatura. E’ nell’ordine naturale delle cose sociali, non  c’è  da spaventarsene, anche se qualche volta viene da riderci su e molte più volte viene da indignarsene.

Qualche spigolatura a riguardo.

La dittatura culturale del politicamente corretto di sinistra ha impedito per almeno quarant’anni di piangere e celebrare i martiri delle foibe; l’ignoranza storica e la mancanza di una visione complessiva della storia umana ha messo in pericolo il prestigio di personaggi di pur alto spessore storico, politico e culturale, da Colombo a Churchill, da Platone a Michelangelo, e qualcuno se l’è presa anche con Cristo perché non  ha rispettato le quote rosa fra gli Apostoli; la necessità di trovare forme espressive del politicamente corretto nel caso delle differenze etniche ha creato difficoltà a definire una persona “di colore”, tenendo conto che non tutti i “coloured” sono di origine africana (sono anche mediorientale).

Poi, si è passati al ridicolo, soprattutto nel cinema, con  generali neri di torme di britannici e vichinghi all’epoca di re Artù, l’imposizione di quote di  minoranze in ogni team d’eroi (un afroamericano, un orientale, un hispano americano, rigorosamente tra i “buoni”); l’invito, anzi l’imposizione,  se vuoi vincere un Oscar, non  di fare un bel film, ma di fare un giudizioso discorsetto sull’inclusione sociale. Per non parlare di una strana interpretazione della libertà di pensiero,  che può, anzi deve,  essere “licenza” nel caso dell’uso della satira.

Una satira che oggi, spesso, colpisce non tanto i potenti (che come tali se ne fregano…) quanto la gente comune, le sue sicurezze cognitive, il suo patrimonio etico, magari con l’intento neppure tanto celato di indottrinare le masse.  Una libertà solo apparente, in realtà la licenza di dettare obblighi dai salotti buoni di una intellighenzia che si sente illuminata, detentrice della verità, quindi spesso autoreferenziale e altrettanto dogmatica di un Torquemada…   Il caso Charlie Hebdo ne è un esempio.

Sono paradossalmente questi i veri nemici del politicamente corretto, perché trasformano una benedetta rivoluzione culturale in una dittatura, in una caccia alle streghe, nel più vieto puritanesimo moralistico, da cui trapela persino il ridicolo, lo stesso maledetto ridicolo che si ritrovava in certa retorica fascista o maoista.   

Ciò detto, resta il fatto – al di là di certe sue applicazioni sanfediste – che per la crescita del Genere Umano sono i principi e i valori del politicamente corretto che valgono. Ma che non  siano solo principi, e che le sue applicazioni non  siano mere forme di  estremismo, ma reali cambiamenti nei rapporti tra le persone, nel rispetto dei diritti  e delle dignità di tutti, nella capacità da parte di ciascuno di noi di assumersi i propri doveri a cooperare per una società migliore.

E tutto questo si raggiunge con la formazione, nella discussione, nella scuola, in famiglia, nei mass media, individuando le giuste ragioni, approfondendo il discorso, piuttosto che elaborando slogan ed esibizionismi a beneficio di un pubblico di bocca buona. Ma si raggiunge anche senza banalizzare i problemi, quasi fossero dei mantra rituali su cui si può scherzare o verso i quali manifestare quasi un senso di  bonaria sopportazione.

C’è un crinale impervio e periglioso, su cui si muove oggi la difesa dei diritti civili: da un lato, il baratro del tradizionalismo suprematista e sessista, dall’altro quello dell’estremismo massimalista. E’ necessaria molta saggezza e avvedutezza nel camminare sul crinale del  politicamente corretto, e non  vi è chi non rischi di scivolare nell’una o nell’altra e opposta inclinazione.  Rispetto a  certi argomenti si deve agire e provvedere, ma senza creare nuovi e differenti problemi di convivenza; si può sorridere talvolta, ma non  prolungare troppo a lungo la risata;  ci si può arrovellare, ma senza restare alle mere giaculatorie…

Il problema non è un statua o una via in onore di Colombo o di Churchill, la questione sta nelle donne violentate e uccise  ogni giorno tra le mura di casa, nel ragazzo di colore ammazzato dal poliziotto dal grilletto facile a tredici anni e con le mani alzate, nel disabile bullizzato dai fighetti di quartiere, ma anche nell’anziano trascurato perché non immediatamente produttivo, nel timido respinto perché poco interessante nella compagnia di amici o in azienda; e via emarginando.

“Mi chiamassero pure handicappato, ma se mi garantissero l’accesso ad ogni luogo con le dovute rampe, non me ne importerebbe un bel niente!”

Ecco, il vero problema:  la differenza tra forma e sostanza, tra ipocrisia di facciata e sostegno vero. Tra superficialità modaiola e impegno civico reale.  E anche tra seriosità e serietà. Ed è un problema che ci riguarda tutti, ovviamente. Nessuno escluso.

 

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