Francesco Mattioli, sociologo

Prendo spunto dallo stimolante articolo di Tino Soga per riflettere in breve sul concetto di infinito e altre storie che l’Autore vi ha surrettiziamente collegato.

Dunque, l’in-finito è, come dire, il non finito. Il che ci pare impossibile dal punto di vista fisico, perché noi siamo abituati  a vedere e trattare oggetti “finiti”, cioè con  un “confine”, seppur giganteschi come può essere una galassia.  Nella fisica einsteiniana si possono ravvisare sostegni all’idea di uno spazio finito, quindi ad un universo finito, sia in termini fisici che temporali. Un universo che peraltro è “nato”, quindi prima non c’era, e che sarebbe in espansione dal  suo punto di nascita. Ma sorge la domanda: se lo spazio è finito deve esserci un qua e un là, come accade per un muretto di con-fine.

E allora, oltre lo spazio finito che cosa c’è? Un  altro spazio finito? E poi, oltre? Lo stesso interrogativo si pone in termini temporali: se l’universo, finito, è nato, prima che cosa c’era, e da dove è nato? Qualcuno ha tentato di conciliare i due approcci, finito e  infinito, ricorrendo alla teoria del multiverso, dove l’infinitezza starebbe piuttosto nella ripetizione infinita di uno spazio finito.   Temo che in ogni caso, il dilemma su cui si sono esercitati filosofi e scienziati (l’elenco sarebbe lungo…), risieda nella nostra mente. Una delle peculiarità dell’essere umano è quella di poter concepire anche realtà in-esistenti: un drago fantastico, ma anche una poesia, un’opera d’arte; ma soprattutto concetti, come l’idea di giustizia, di uguaglianza, di amore, di conflitto, ecc.

Tal che, sia nelle scienze sociali che in fisica si afferma che la realtà con cui ci confrontiamo è una nostra “costruzione” ideale, sulla quale negoziamo collettivamente dei significati. La realtà quindi non  è una entità esterna, che se anche c’è ci importerebbe poco, ma è quella che noi definiamo come tale, identificandone caratteri, relazioni, qualità da noi concepite. Così, non c’è reale differenza tra concepire un universo finito/infinito e la giustizia, o tra concepire un  sasso, un  fiore e la libertà.   

Vale in questo il noto “Teorema di Thomas”: se gli uomini definiscono certe situazioni come reali, esse sono reali nelle loro conseguenze.    Tutto dipende quindi dall’accordo collettivo sul significato sia di oggetti con le loro proprietà fisiche, sia di concetti con le loro proprietà ideali. Tant’è che una offesa morale può essere tanto – o più -  dolorosa di una sassata in fronte.  Se vogliamo concepire l’infinito, possiamo quindi concepirlo mettendoci d’accordo sul significato che gli vogliamo dare, così come ci accordiamo su cosa vogliamo intendere per sasso, fiore, giustizia o libertà.   

E questo, lungi dal relativizzare tutto ciò che ci circonda, esalta la nostra capacità di attribuire significato e quindi importanza alle cose, nel “crearle” come oggetti significativi che altrimenti non avrebbero un loro senso; ed esalta la necessità di dare pienamente corso ad una delle maggiori qualità dell’essere umano, quello di ideare, costruire concetti, quindi di dialogare e di interagire con e su di essi. Ma, soprattutto, di assumersi la  “responsabilità” nel generarli, attribuire loro un Valore e farne uso.

Che poi alla base di tutto vi sia un Dio, rivelato, inconoscibile, ineffabile che sia, o solo la nostra Mente, poco importa: perché in tutti i casi si erge potentissima l’etica, la morale, il complesso dei principi valoriali su cui si basano la nostra autocoscienza, la nostra capacità di pensare e di esprimere noi stessi, quindi di essere “creatori” di realtà, e la nostra inclinazione ad una convivenza ordinata.  

A proposito di valori: beh, sì, capisco la vignetta spiritosa, caro Soga  e mi guarderò bene da ogni pedanteria moralistica. Ma proprio in nome della nostra capacità di creare valori, e al netto di certo dogmatismo diffuso nei meandri di un politicamente corretto oggi un po’ codino, credo che noi dovremo ripetere proprio all’infinito i discorsi contro il maschilismo, la violenza di genere e tutti quei problemi irrisolti della giustizia, dell’uguaglianza e della libertà che fanno capolino nella sua vignetta. 

Non sono mai bla bla, basterebbe chiederlo alle vittime. Forse, c’erano altri “mantra” a cui rivolgersi, molto meno nobili, da citare fra i bla bla mediatici a cui fa riferimento la vignetta: che so,  magari quelli di origine suprematista o razzista, quelli che incitano alla violenza, o le insopportabili banalizzazioni che viaggiano tra improbabili talk show e esibizionistici reality show?

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 L'articolo di Tino Soga

http://www.lacitta.eu/cronaca/59759-dal-diario-di-tino-soga-15-aprile-2021-il-web-e-l-infinito.html