
Francesco Mattioli, sociologo
L’arringa ideologica comporta inevitabili forzature. Fa parte della retorica e tali forzature le ritroviamo anche nel linguaggio letterario e in quello pubblicitario.
Ci sta; devi convincere un uditorio delle tue ragioni esclusive, talvolta estremiste, e più che alla razionalità oggettiva devi fare appello alle emozioni, devi “colpire” dando l’impressione di essere comunque e sempre dalla parte della ragione, di possederne lucidamente le chiavi.
L’arringa di Paolo D’Arpini contro la religione cristiana, ormai un must della sua predicazione quotidiana, non sfugge a questa strategia. Per carità, ogni individuo è libero di pensarla come crede, ma se da qui fa partire critiche per aggredire, persuadere e perfino manipolare l’uditorio propalando il falso, allora occorre eccepire alle sue intemerate.
Preliminarmente mi soffermerò su un particolare. La sua affermazione che il termine “laico” sia stato usato artatamente dalla Chiesa cattolica per distinguere i credenti non dotati di ruoli sacerdotali, quando invece era originariamente usato per individuare uno spirito libero, è una balla colossale.
Così D’Arpini definisce l’uso cristiano del termine “laico” un assurdo “dal punto di vista etimologico e glottologico”, un vero e proprio ”misuso” portato avanti” sfacciatamente”, un “imbroglio lessicale”.
Tutto ciò contribuirebbe a “mistificare e differenziare quel che è assolutamente indivisibile: lo spirito”.
Peccato che il greco laikos significhi proprio “del popolo”, e quindi l’uso che ne ha fatto il Cristianesimo è quello corrente nel linguaggio ellenistico del I secolo, coerente con la divisione tra membri sacerdotali e fedeli senza compiti sacerdotali. L’uso di “laico” come “non religioso”, che D’Arpini rivendica come originario, avviene invece più tardi, molto più tardi, quando movimenti atei e movimenti ideologici razionalisti o agnostici, in mancanza di un termine appropriato per autodefinirsi, ne mistificarono essi stessi l’uso.
Tutto ciò mette anche D’Arpini dalla parte dei mistificatori della realtà che tanto intenderebbe fustigare…
Ma andiamo oltre.
D’Arpini ce l’ha tradizionalmente con le religioni, che considera un imbroglio cognitivo, culturale e sociopolitico. E in particolare con il Cristianesimo, accusato di non aiutare la libera espressione spirituale ma di rinchiudere la società “in una prigione di pensieri, e ciò vale sia per le religioni che per le ideologie”. Così invita” le persone per bene e sincere a divenire consapevoli di ciò” e i religiosi (ovvero gli ipocriti imbroglioni) a smetterla con questo massacro dell'intelligenza umana”.
Una premessa e tre osservazioni.
La premessa: non considero D’Arpini un ignorante, quindi presumo che nel suo concionare si sia fatto prendere dalla vis pugnandi dell’arringa da tribuna di piazza (se non da cortile…).
Le tre osservazioni.
La prima.
L’Uomo è caratterizzato dalla esperienza, anche solo concettuale, del sacro. Ma la sensazione del sacro è spesso indistinta e così, sotto la pressione della convivenza con la realtà fenomenica, egli esprime il suo legame indissolubile con il sacro creando valori, quindi credenze e perfino ideologie. Ogni essere umano, D’Arpini compreso.
E le credenze e le ideologie, quindi i valori, possono essere sempre messi in discussione perché si legano, più che all’assoluto e al sacro, alla Storia. Le affermazioni apodittiche sullo spirito, da parte di un “laico”, mi sembrano quindi fuori luogo, una contraddizione logica. Informo D’Arpini che c’é una scienza (quindi, non una ideologia), l’antropologia culturale, che ha detto cose fondamentali sul rapporto tra sacro e società e su quello tra società, cultura e religione.
La seconda.
Le religioni, comprese quelle laiche, quindi certe ideologie e i movimenti spiritualisti laici come quello di D’Arpini, sono un “prodotto sociale” che attiene alla sfera ideale e culturale di ogni forma di convivenza umana. Sono la fonte valoriale delle regole etiche che governano “ogni” società; per imprimersi nell’immaginario collettivo hanno bisogno di riti, referenti letterari, esemplificazioni, forme organizzative, quindi anche di gerarchie.
Nessuno spontaneismo sopravvive alla Storia e soprattutto non è sullo spontaneismo meramente volontario che puoi sperare di far valere una convivenza sociale. Dicevano i latini “Tres faciunt collegium”; cioè appena si è in tre già hai bisogno di fissare regole comuni. Allora, a meno di non fare il santone solitario che si lucida solipsisticamente la coscienza ogni mattina, appena si forma un movimento ideale si creano regole, riti, persino forme di abbigliamento, espressioni linguistiche e verticismi gerarchici.
Chi ha studiato il movimento hippie, ad esempio, sa benissimo che al di là delle parole non c’era alcuna parità di diritti e alcuno spontaneismo in quei “figli spirituali dei fiori”. Tutt’altro.
Insomma, la Storia e gli eventi sociali si incaricano di influenzare questo comune bisogno di valori che sono le religioni, adattandole alle circostanze, talora prostituendole ai poter socioeconomici o personalistici ed elitari, talaltra facendole volare in alto per elevare l’essenza spirituale dell’Uomo. Per questo, ad esempio, il Cristianesimo dei primi secoli, quello delle crociate, ma anche del francescanesimo, quello dell’inquisizione, ma anche della solidarietà e del pacifismo, si è manifestato in forme in contraddizione fra di loro, anche se avevano un referente comune nel Vangelo. E questo vale anche per l’Islam, molto più sfaccettato di quanto si creda; per il Buddismo, piegatosi più volte ai potenti, atei maoisti compresi; per il taoismo, che giustificava l’idea di Impero.
Terzo punto, la manipolazione dei bambini da parte del Cristianesimo.
Si chiama processo di socializzazione primaria; l’insegnamento di regole, di rituali, di processi di rafforzamento dell’appartenenza, perfino quello che qualcuno chiama “lavaggio del cervello”, avviene nella scuola, in famiglia, nei rapporti generazionali e di genere, di fronte ai media. Avviene comunque e dovunque, è un processo di fisiologia sociale.
L’importante è insegnare ai giovani dei valori e che tali valori si ispirino a ideali di amore, rispetto, partecipazione, solidarietà, ordine e responsabilità. Mi sembra che, almeno oggi, questo avvenga sia nelle scuole che nelle parrocchie, comunque in quelle agenzie di socializzazione che invitano alla tolleranza, al rispetto, che insegnano a vedere nell’altro una risorsa, a non aggredire la differenza di vedute e di fede accusandola di “non essere per bene, di essere imbrogliona, ipocrita e di massacrare l’intelligenza altrui”.
Insomma, magnificare i propri prodotti screditando quelli altrui basandosi su qualche facile formuletta da recitare a soggetto, o sparando qualche apodittica affermazione, può essere un’arma a doppio taglio. Si finisce per rivelare una certa superficialità di giudizio, un estremismo autoreferenziale, persino qualche lacuna culturale. Si finisce insomma per assumere le macchiettistiche vesti del Marchese del Grillo, quello del “io so io, e voi non siete un cazzo”.
Buona Pasqua. Anche a chi non ci crede.






















