
La cerimonia della benedizione al ritorno del pellegrinaggio
Vincenzo Ceniti
Per farsi perdonare maldicenze e calunnie nei confronti del loro vescovo-patrono san Vivenzio (V secolo), che costrinsero il povero religioso ad un lungo esilio, i blerani, da tempo immemorabile, si sentono in dovere di ripetere ogni anno (il lunedì di Pasqua e la seconda domenica di maggio) un pellegrinaggio “riparatore” all’eremo di Norchia, dove Vivenzio si era isolato in preghiera.
In pratica venne accusato di fornicare con una donna. Era tutta una malignità dei suoi detrattori per farlo destituire.
Purtroppo sono due anni che la “passeggiata” non si fa per il Covid. Si spera ancora per la seconda domenica di maggio, ma sarà difficile.
Questo non ci impedisce però di parlarne per non far cadere la memoria Il povero vescovo fu talmente scosso dall’accusa che si ritirò in eremitaggio per sette anni finché la verità non venne a galla. I blerani dunque si fanno dodici chilometri, a piedi (alcuni a piedi scalzi) tra preghiere, litanie e canti popolari intonati dai fratelli del “Gonfalone” e “San Vivenzio”, confraternita del posto detta “La bianca”.
Partenza alle ore 7 del mattino dalla chiesa dell’Assunta in pieno centro storico. Giunti sul posto, i “penitenti” assistono alla Santa Messa, presso l’eremo del santo, cui segue un sostanzioso “pranzo al sacco” tra ripetuti brindisi di vino locale.
Si accede all’abitazione rupestre dall’interno di una chiesetta, attraverso un cunicolo scavato nella roccia per oltre quaranta metri, che termina in un vano ipogeo a picco su uno strapiombo dominante la valle del fosso Acqua Alta. Sulle pareti dell’ipogeo si conservano resti di affreschi del XII-XIII secolo raffiguranti la Vergine Maria in attesa del Bambino e scene relative alla leggenda di san Michele Arcangelo del monte Gargano. Ritorno, sempre a piedi, con arrivo a Blera intorno alle 18.
I partecipanti vengono accolti in paese dal parroco, per la benedizione, dalle autorità cittadine e dalla banda musicale “Mario Alberti” che li precedono fino alla chiesa dell’Assunta, dove i fedeli vengono ammessi al rito del “bacio” di un’immagine del santo, mentre viene intonato l’inno al patrono. Riportiamo la prima strofa e il ritornello:
Tu che sei nostra speranza
deh! Ci assisti e pensi a noi
deh! Proteggi i figli Tuoi
presso il trono del Signor.
(Rit.) O Vivenzio ognor fidenti
a Te vennero i Blerani
che favori sovraumani
sempre ottennero da Te.
O Vivenzio Padre Santo
ai tuoi piè tutti accorriamo
e chi mai temer possiamo
se protetti siam da Te.
La morte di Vivenzio si fa risalire all’11 dicembre del 487. Il suo culto fu ufficialmente decretato nel 1471 da papa Sisto IV. Le reliquie si trovano nella cripta della chiesa dell’Assunta: frammenti del cranio e delle ossa sono contenuti in due reliquari d’argento a forma di busto e di braccio benedicente commissionati nel 1480 agli orafi viterbesi Russolini.
I reliquari vengono portati in processione l’11 dicembre, giorno della sua festa, preceduta da una Messa celebrata di buon mattino.






















