
Francesco Mattioli, sociologo
Con centomila morti in più in un anno e le terapie intensive piene, credo che si possa tranquillamente dire che in Italia (e altrove, beninteso) siamo in guerra. Contro il virus.
Ricordo le descrizioni della guerra che mi hanno fatto i miei genitori; ho letto le cronache di storia italiana di quegli anni, specie tra il 1943 e il 1945; mi sono convinto che la vita non fosse normale, che certi piaceri erano necessariamente preclusi, che in ogni momento poteva scattare ora l’allarme per un bombardamento, ora il terrore di un rastrellamento, senza contare le fabbriche chiuse, i negozi sprovvisti, la borsa nera e altri fatti e violenze che rendevano la vita un inferno.
In guerra spesso le libertà fondamentali sono sospese; sia per poter fronteggiare il nemico e i suoi accoliti; sia per poter mettere in atto immediate operazioni di difesa dei cittadini. Se il virus della pandemia è un nemico e ci costringe ad una guerra, tanto per il sottile non si dovrebbe quindi andare nel fronteggiarlo e nel prevenire la sua aggressività.
Siccome non viviamo al tempo della dittatura nazifascista e non siamo neppure sotto un regime comunista, cerchiamo di praticare un ordine sociale che sia il meno vulnerante possibile per le libertà individuali e collettive, ma che sia altresì in grado di difendersi dalla pandemia. Questo evidentemente non basta a varie categorie di persone: agli anarco-liberisti in servizio permanente; ai negazionisti; ai criptofascisti che leggono la Costituzione a singhiozzo; a certi politici intenti solo a fare propaganda elettorale e demagogia; a certi magistrati in vena di protagonismo; a improbabili scienziati no-vax; a opinionisti da teleschermo che di mestiere fanno i provocatori a gettone; agli ignoranti; agli individualisti irresponsabili, ecc.
Allo stato attuale, le armi contro il virus sono due: quelle dell’allontanamento (mascherina, distanziamento, igiene) e i vaccini. Nessuno dei due è di piena efficienza/efficacia.
Le pratiche dell’allontanamento non sono sufficienti perché i cittadini non sono abbastanza responsabili; basta vedere cosa avviene nei luoghi dell’incontro, della movida, basta vedere come certi soggetti usano/non usano la mascherina, basta vedere come c’é gente che non sa rinunciare ad un aperitivo, alla faccia delle tragedie sanitarie che stanno loro intorno. Le scuole stesse, ospitando giovani che stanno ancora imparando le regole, diventano fonti di contagio scarsamente controllabili.
E questo vale inoltre per i luoghi di lavoro, specie nei servizi, dove il distanziamento è complicato. Di qui, lo smart working, di qui la DAD, di qui la stretta regolamentazione delle procedure in fabbrica; tutte forme di resilienza al virus che tentano di diminuire i costi sociali ed economici della guerra.
I vaccini allo stato attuale sono degli strumenti di difesa altalenanti. Saranno determinanti, ora non riescono ancora ad esserlo. L’urgenza li rende certo meno praticabili, perché si sono dovuti bruciare i tempi. Così ci sono vaccini in ritardo, vaccini che richiedono un mese e altri che richiedono tre mesi per avere effetto immunizzante; vaccini di facile uso e vaccini che, dovendo essere conservati a -70°, presentano problemi di gestione territoriale; vaccini che coprono al 90% e vaccini che coprono di meno; vaccini che si trovano e vaccini che non si trovano. Si è persino scatenata la corsa ai vaccini da parte di tutte le categorie sociali, ognuna convinta di avere un diritto di prelazione.
In qualche caso con pretese ridicole, demenziali, se non egoisticamente vili. Fa sdegno che in taluni luoghi magistrati e avvocati siano stati vaccinati assieme a medici e infermieri e prima degli over 80. La gestione dei vaccini rischia in ogni caso di essere selettiva, quelli migliori soggetti a protezionismi corporativi e territoriali, creando cittadini di serie A e cittadini di serie B.
Stando così le cose, in attesa che certi problemi si ridimensionino, il lockdown è l’unico strumento decisivo; si è dimostrato l’anno scorso, quando ridusse drasticamente i contagi. Va usato con serietà, con saggezza, con distinguo operosi. Ma è la risposta migliore. L’economia ne risente? Beh, di certo, è meglio un disoccupato vivo che un disoccupato morto. Allo Stato il compito di sorreggere le categorie lavorative che risentono maggiormente del lockdown. Lo stato si indebita? Si stanno indebitando tutti.
E’ accaduto in ogni guerra. Meglio un debitore vivo che un debitore morto. Così, per concludere: se c’è qualche cittadino che la pensa diversamente, rispetti comunque le leggi, non viviamo in una foresta dove ogni lupo fa quel che gli pare; se c’è qualche magistrato che vuole mettersi di traverso ( e in mostra) usando le capziosità strumentali del leguleio levantino, si faccia da parte rispetto alle leggi prevalenti dello Stato. Specie quelle di un Parlamento che, al netto dell’occhiuta opposizione di chi preferisce rastrellare il malcontento di strada, è sostanzialmente concorde. E si ricordi che l’art.32 della Costituzione è inevitabilmente superiore all’art. 13. I morti liberi non creano una collettività solidale e responsabile, ma solo un cimitero dove piangerli.






















