Particolare dello Sposalizio della Vergine nella cappella Mazzatosta nella Chiesa di santa Maria della Verità di Viterbo

Vincenzo Ceniti Console Touring

Tuscia in pillole SAN GIUSEPPE  FRITTELLARO

Il 19 marzo è alle porte e se dovete preparare le frittelle è tempo di organizzarsi. San Giuseppe, il minore del “Trio divino”, discendeva dalla stirpe di David un tempo molto famosa ma decaduta in povertà.

Il fatto che fosse un falegname (meglio ancora un carpentiere) conferma il suo status di uomo indigente, dal momento che in Oriente quel mestiere era poco considerato e tutt’altro che remunerativo. 

Viene indicato come il padre putativo di Gesù. Il vero padre fu Dio in quanto il Figlio di Maria venne concepito dallo Spirito Santo. Il termine “putativo” sta a significare che era ritenuto il padre del Messia senza effettivamente esserlo. Gli evangelisti Matteo e Luca, gli unici a citarlo, ci offrono di lui notizie poche e frammentarie. Lo vediamo presente in alcuni momenti: censimento, nascita di Gesù, circoncisione, presentazione al Tempio e fuga in Egitto. Episodi, tutti, che sono stati immortalati in opere d’arte di ogni tempo. 

Nulla si sa del suo rapporto con il Figlio, ma sappiamo che non ha assistito alla vita pubblica di Gesù (in quanto già morto), né tanto meno alla sua Passione. Viene ricordato come l’uomo dal cuore giusto., vissuto sempre all’ombra del Figlio e della Madre, componente essenziale della Sacra Famiglia additata come simbolo di unione e di amore. E’ un uomo esemplare che ripone in Dio una totale fiducia, è l’uomo della fede e dell’obbedienza. 

E’ patrono dei carpentieri, dei lavoratori, dei moribondi, degli economi e dei procuratori legali. L’iconografia più frequente lo vede con in braccio il Bambino Gesù; nella mano il bastone con il fiore del giglio.  A Viterbo la sua immagine più preziosa è nell’affresco quattrocentesco di Lorenzo da Viterbo con lo Sposalizio della Vergine E’ invocato in tutte le situazioni disperate e per una buona morte.   

Nella Tuscia Viterbese nessun Comune ricorre al suo patronato ed è singolare come un santo così popolare non assurga a questa dignità. Non per questo non viene onorato e ricordato nel giorno della sua festa, il 19 marzo, con Messe, preghiere e suffragi.

 

 

Ecco la nostra ricetta delle frittelle per mezzo chilogrammo di riso

Ingredienti

 

½ kg di riso per risotti

½ litro di latte

3 uova

3 buste di uvetta sultanina

2 bustine di pinoli

1 cubetto di lievito di birra

zucchero, farina, limone grattugiato, sale, cannella, rhum.

Preparazione

Mettere a cuocere il riso con acqua, latte, sale e zucchero. Preparare a parte la pasta con il lievito di birra e un po’ di farina. Fare lievitare l’impasto per un’ora. Scolare il riso a metà cottura, farlo raffreddare e unirlo alla pasta. Condire il tutto con uvetta sultanina, pinoli, uova, limone grattugiato, sale, cannella e tre cucchiai di rhum.  Quindi con un cucchiaio modellare le frittelle e metterle a friggere in una padella ricolma di olio di semi.  Depositare le frittelle in un recipiente e spolverare con zucchero e cannella.  

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Checco Durante (Roma 1893-1976), popolare attore e poeta romanesco, interprete di numerosi personaggi semplici e bonari. Sua moglie Anita Durante, anch’essa attrice, presente in alcuni film con Alberto Sordi  come “Ladra lui, ladro lei” in cui faceva la mamma di “Cencio” . Vidi Checco alla fine degli anni Cinquanta al teatro Unione di Viterbo in una commedia dialettale. Durante l’intervallo tra la prima e la seconda parte, usci sul proscenio e con sorpresa di tutti recitò questa “Preghiera” da lui composta, un vero distillato di saggezza popolare. 

 

PREGHIERA A  SAN GIUSEPPE FRITTELLARO 

San Giuseppe frittellaro,
tanto bono e tanto caro,
tu che sei così potente
da aiutà la pòra gente,
tutti pieni de speranza
te spedimo quest’istanza.

Fa sparì da su ‘sta tera
chi desidera la guera;
fa venì l’era beata
che la gente affratellata
da la pace e dal lavoro
nun se scannino tra loro.

Fa che er popolo italiano
ciabbia er pane quotidiano
fatto solo de farina
senza ceci ne saggina.

Fa che calino le tasse
e la luce, er tranve e er gasse;
che ar telefono er gettone,
nun lo mettano un mijone;
che a potè legge er giornale
nun ce serva un capitale;
fa che tutto a Campidojo
vadi liscio come l’ojo;
che a li ricchi troppo ingordi
je se levino li sordi
pe’ curà quer gran malato
che sarebbe l’impiegato
che, così, l’avrebbe vinta
e s’allarga un po’ la cinta;
mò quer povero infelice
fa la cura dell’alice…
e la panza è tanto fina
che s’incolla co’ la schina.

O mio caro San Giuseppe
famme fa un ber par de peppe,
ma fa pure che er pecione
nun le facci cor cartone
che sinnò li stivaletti
doppo un mese che li metti
te li trovi co’ li spacchi
senza sola e senza tacchi.

E fa pure che er norcino
er salame e er cotechino
ce lo facci onestamente
cor maiale solamente
che sinnò li drento c’è
tutta l’arca de Noè.

Manna er freddo e manna er sole
tutto quello che ce vole
pe’ fa bene a la campagna
che sinnò qua nun se magna.

Manna l’acqua che ricrea
che sinnò la sora Acea
ogni vorta che nun piove
s’impressiona e fa le prove
pe’ potè facce annà a letto
cor lumino e er moccoletto.

O gran Santo benedetto
fa che ognuno riabbia un tetto.
La lumaca, affortunata,
cià la casa assicurata
che la porta sempre appresso…
fa pe’ noi puro lo stesso…
facce cresce su la schina
una camera e cucina.

Fa che l’oste, bontà sua,
pe’ fa er vino addopri l’uva
che sinnò quanno lo bevi
manni giù l’acqua de Trevi.

Così er vino fatto bene
fa scordà tutte le pene
e te mette l’allegria.
Grazzie tante…
accusì sia!

 

 

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