
Mario Olimpieri
CELLERE
Foto e poesia dedicata all'OROLOGIO
Un “puntuale” osservatore
Dall’alto della torre,
amato orologio,
lo sguardo estendi
e il paese osservi
dal dì che fosti innalzato.
Annunci a tutti lo spuntar del sole
e vedi il fornaio uscir dalla notte
a distribuir quel pane quotidiano
che la mensa onora di sapore
e di millenario profumo.
Vedi persone in cauto movimento
per le vie del paese
e non ti spieghi il loro nascondersi
dietro insolite mascherine:
tu non sai di un pandemico
e mortale VIRUS.
Noti molte assenze,
ma non sai di infermi e di malati,
costretti a letto e impediti a uscir di casa,
però invii loro un caldo messaggio
di speranza e di sollievo
nei momenti del dolore.
In questo periodo,
osservi anche la desolata assenza di bimbi
nel giocar festosi,
costretti a star tra quattro mura,
prigionieri del maledetto VIRUS.
Così trascorre il giorno,
segnato dai tuoi rintocchi.
Infine, il sole annuncia
che la giornata va terminando
e con rosse e striate tinte
va tramontando,
mentre tu,
nostro caro orologio,
ti stagli nitido nel cielo
e con affetto dici:
“Buonanotte, CELLERE!”.
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CAPODIMONTE
Il borgo è carino e offre belle vedute sul lago da ogni parte.
A poca distanza dalla Rocca c’è la torre dell’orologio, che riporta lo stemma con il liocorno, il simbolo dei Farnese.
ORVIETO
Gli orologi di solito facevano muovere anche automi, apprezzatissimi dal pubblico, tanto che furono una delle ragioni maggiori del loro successo, più ancora della possibilità di far conoscere il tempo. In Italia il primo orologio con automi fu installato nel 1351 ad Orvieto, presso la cattedrale, sulla torre all’angolo tra via del Duomo e piazza del Duomo, ed è tutt’ora funzionante. Si tratta del cosiddetto “Maurizio”, probabile corruzione dell’antica dizione “ariologium de muriccio”, ossia orologio del cantiere, il primo orologio meccanico segnatempo che scandiva le ore di lavoro – in linea di principio tutte uguali per la fabbrica dell’edificio sacro. L’automa, fuso nel 1348 con una lega usata per le campane, sembra indicare, per l’abito che indossa, un inserviente oblato dell’Opera del Duomo.
La patina scura del metallo avrò aiutato la figura a mantenere il soprannome, per l’associazione Maurizio/Moro. Con un martello l’automa batte le ore sulla campana maggiore; sulla cintura è la scritta: “Da te a me, campana, furono pati / tu per gridar et io per fare i fati”. (“Campana, questi furono i patti fra me e te, tu devi gridare e io devo svolgere il mio compito”).
Nella campana si legge, per quanto malconcia, la risposta: “Se vuoi ch’attenga i pati dammi piano / sennò io cassirò e dara’ invano”. (“Se vuoi che io rispetti i patti non battere troppo forte, altrimenti io mi romperò e tu batterai invano”).
Dal libro: Medioevo sul naso. Occhiali, bottoni e altre invenzioni medievali, di Chiara Frugoni
MARTA
Il borgo è arroccato su di un colle e guarda il lago di Bolsena. Salendo per viuzze e scalinate in mezzo a casette di tufo si raggiunge il castello. Piazza con un belvedere su paese e lago. Sui resti della rocca di Urbano IV è stata edificata una torre ottagonale con orologio.
La Torre dell'Orologio era un'antica torre che dominava il borgo, divenne col tempo poi adibita a torre orologiaia.
Durante la seconda guerra in uno dei momenti più dolorosi e disastrosi dell'occupazione nazifascista, l'esercito nazista in fuga fece distruggere la torre, quello che è ora visibile è la parte bassa rimessa a nuovo, ma la torre non è più stata ricostruita.
Posta alla sommità del borgo medievale, la Torre dell’Orologio svetta alta e imponente per oltre 15 metri, offrendosi quale “sentinella” del paese, da cui godere di un panorama mozzafiato a 360°.
Risalente alla metà del XIII sec., con le case che si affacciano sulla Piazza Castello, costituisce ciò che resta della Rocca. Ha base troncopiramidale alta 7 m. circa. Il corpo, alto circa 15 m., ha forma ottagonale ed è raccordato al basamento da quattro piccole piramidi triangolari.
Alla sommità, 32 mensole di pietra sorreggono il parapetto, recentemente ricostruito. Sul piano di copertura, sostenuto da una volta a crociera con archi a sesto acuto, si innalza un torrino ottagonale e, al di sopra di esso, le campane che completano l’orologio. In prossimità dell’ingresso è visibile l’insegna araldica della famiglia Farnese, che ebbe Marta tra i suoi possedimenti, in cui sono rappresentati l’elmo con il cimiero a forma di unicorno, il cercine, i gigli seminati.






















