Alfredo Cattabiani con la moglie Marina Cepeda Fuentes

Vincenzo Ceniti

Tuscia in pillole 
RICORDO DI ALFREDO CATTABIANI

Nel 1991 Viterbo ospitò per una decina d’anni il noto scrittore e giornalista piemontese che studiò e valorizzò numerose tradizioni popolari della Tuscia riportate nei suoi lavori letterari.

Di aspetto antico ed aristocratico, torinese, colto, garbato.

Alfredo Cattabiani (1937-2003), giornalista, scrittore, saggista, critico letterario, storico,  giunse a Viterbo trent’anni fa, nel 1991, al tempo del sindaco Giuseppe Fioroni.

Venne con la moglie spagnola Marina Cepeda Fuentes per restarci a vivere, dopo un lungo soggiorno a Roma dal 1979, ed io lo aiutai a cercare casa. La trovò in via delle Piaggiarelle, una di quelle che dal ponte di Paradosso s’arrampicano a San Pellegrino. Appartamento tranquillo, di antiche pietre,  il cui giardino confinava con quello delle suore del  monastero di San Bernardino dove visse, pregò e morì santa Giacinta Marescotti (Cinque-Seicento). 

Mi raccontava con l’entusiasmo di un bambino il miracolo della goccia di sangue su una foglia appuntita di ruscolo maggiore con cui la santa si flagellava e del fiorellino bianco che spuntava ogni 30 gennaio nella ricorrenza della sua morte. Quella pianta attecchì anche nel suo giardino e per lui era un grande privilegio. Il  legame coi i santi lo porterà a riunirli molti  in un corposo volume (Santi d’Italia, Rizzoli 2003) che mi contagiò a tal punto da scrivere anch’io, con tutti i limiti di un dilettante,  un libro ben più modesto su quelli della Tuscia Viterbese  (Agnesotti 2008). 

In precedenza, grazie ai fecondi contatti con la rivista Tuscia, editata dall’Ept di cui ero direttore, Cattabiani firmò quattro “vite” di casa nostra nella  rubrica “I Santi della Tuscia”: San Crispino (1992), Santa Giacinta da Vignanello (1993), Sant’Anselmo da Polimarzo (1993) e San Famiano da Gallese (1994). Nel soggiorno viterbese scrisse anche per importanti case editrici (Rizzoli e Mondadori) sulla storia delle religioni e delle tradizioni popolari con uno sguardo rivolto sempre alla Tuscia che trovava appartata e per questo sorprendente.

Ricordiamo Lunario (1994) dove accenna alla Macchina di Santa Rosa di Viterbo e ai Pugnaloni di Acquapendente, Bestiario Segreto (1995) nel cui racconto entra l’isola Bisentina sul Lago di Bolsena, Florario, (1996), Pianetario (1999). Breve storia dei giubilei (1999), Volario (2000) e Zoario (2001) con sei racconti dedicati a Viterbo. Favorì anche due edizioni del “Premio Tuscia” – consegnato a  personalità di varie discipline (fra cui Mario Luzi) - che si tenne a Bolsena nel 1993 e 1994. 

Il tutto andò ad arricchire il suo palmarès stellato, già impreziosito nei precedenti soggiorni di Torino, Milano e Roma. Quando nel capoluogo lombardo era responsabile della Rizzoli, ebbe l’intuito di far pubblicare l’edizione italiana de “Il Signore degli Anelli” di Ronald Reuel Tolkien che riscosse il successo che tutti conosciamo. 

Ogni volta che nei suoi scritti faceva riferimenti a Viterbo e dintorni mi sentivo sorpreso ed orgoglioso poiché nel tempo non sono stati molti i giornalisti e gli scrittori di rango che hanno raccontato ed esaltato le nostre zone. Di fronte ai suoi entusiasmi mi rendevo conto del grande potenziale che aveva la Tuscia Viterbese e quanta negligenza c’è sempre stata da parte di noi tutti nel non averla saputa comunicare. 

Negligenza nel proteggere tesori, usanze e valori che alla fine costrinse Cattabiani, demoralizzato da tanta sciatteria,  ad emigrare verso altri lidi. Lo fece nel 2001 trasferendosi a Santa Marinella dove morirà un paio di anni dopo.  Molti viterbesi non l’hanno neanche conosciuto e non sanno di quella lettera polemica sullo stato di degrado (soprattutto culturale) della nostra città che firmò dopo l’”abbandono” e che venne pubblicata e commentata in una testata  online. 

Quel “testamento intellettuale” non fece di certo onore a Viterbo e soprattutto all’amministrazione comunale del tempo. A bocce ferme e a distanza di anni, avendo conosciuto da vicino l’indole e la signorilità di Cattabiani, ho qualche dubbio che la lettera sia stata tutta farina del suo sacco. Era troppo mite per contrastare il “fuego” di una moglie che più volte l’avevo sentita polemica su Viterbo. 

 

Nella foto, Alfredo Cattabiani con la moglie Marina Cepeda Fuentes. La foto è stata pubblicata per la scomparsa di Cattabiani  nel maggio del 2003 a cura del Centro Studi “La Runa”, archivio di storia, tradizione, letteratura filosofia.

 

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