
Mariella Zadro
La sua immagine è inconfondibile: lunga barba bianca, vestito da monaco, un bastone (simbolo del Tau) con la campanella ed accanto tanti animali, anche il più umile, il maiale.
Viene appellato in modi diversi, sempre riferiti alle sue peculiarità: sant'Antonio il Grande, sant'Antonio d'Egitto, sant'Antonio del Fuoco o sant’Antonio del Deserto.
Di origine egizia, nato a Coma, intorno al 251, da una famiglia di agricoltori.
Rimasto orfano, ben presto abbracciò l’esortazione evangelica “Se vuoi essere perfetto, va, vendi tutto quello che possiedi e dallo ai poveri”.
E, così fece: distribuì i beni ai poveri, affidò la sorella a una comunità femminile per abbracciare la vita solitaria, seguendo altri eremiti nelle terre desertiche limitrofi, vivendo in preghiera, in povertà e in castità.
La sua figura, viene sempre affiancata alla vita semplice delle campagne.
Anche il fuoco, fu un elemento di grande interesse per il santo.
Infatti, nella sua lunga vita (morì ultracentenario nel 356) studiò gli effetti devastanti (un forte bruciore) provocati da un fungo presente nella segale, che utilizzavano per il pane.
La tradizione popolare, prendendo spunto dalla vita dei santi, gli rende omaggio proprio in questi giorni, abbinando il ricordo, con l’inizio del Carnevale.
In particolare, la benedizione degli animali sui sacrati delle chiese, sanciscono quel rapporto unico che gli animali riescono a stabilire con il padrone. L’accensione dei fuochi ne ricordano le doti di taumaturgo; nel rispetto di una memoria storica che non deve essere dimenticata.
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