Francesco Mattioli, sociologo
Qualche anno fa ospitammo una classe di prima media all’università, per illustrare ai ragazzi cosa fosse la sociologia.
Di discorso in discorso si arrivò a parlare di democrazia e la maggior parte di quei ragazzini, chiamati a definirla, sostenne che era lo stato in cui ognuno era libero di fare quel che gli pare.
Pare che questa nomea la democrazia se la porti appresso anche fra molti degli adulti. Specie adesso che combattiamo una guerra contro il virus Sars-Cov-2. Da più parti, infatti, si sostiene che in democrazia uno debba essere libero di portare o meno la mascherina, di rispettare o meno il lockdown, di vaccinarsi o no.
Strano che qualcuno non abbia sostenuto che in democrazia uno debba essere libero di pagare le tasse o meno, di rapinare i negozi, insomma di rispettare la legge o no. Anzi, sì, qualcuno lo ha proposto, tra gli anarco-insurrezionalisti bombaroli, e si legge anche in alcuni comunicati delle BR e dei NAR.
La democrazia è più difficile da praticare che la dittatura.
Nella dittatura l’individuo non deve pensare, c’è chi pensa per lui; non deve scegliere, c’è chi sceglie per lui; non deve sapere, c’è chi sa per lui; soprattutto, non deve preoccuparsi degli altri, c’è chi lo fa per lui.
Insomma, puoi fare l’uomo bue.
In democrazia invece non solo devi pensare, scegliere, sapere, ma soprattutto devi assumerti delle responsabilità, devi negoziare accordi che mantengano il rispetto reciproco tra i cittadini.
Faticosissimo, perché ti viene dato un dono, ma poi devi saperne fare un uso responsabile.
E’ soprattutto in democrazia, sostiene Rousseau, che tu devi saper rinunciare a certi tuoi bisogni, pur di mantenere una ordinata convivenza tra individui.
E’ la democrazia che bilancia diritti e doveri, che ti dà quella “libertà di fare”, come dice Eric Fromm, che ti costringe innanzitutto al rispetto della collettività, altrimenti potresti trasformarti in un nemico della società e magari per un sostenitore del pensiero unico, del “tuo” pensiero, e quindi infine in un dittatore.
Purtroppo l’individuo egoista e personalista trasforma facilmente la libertà in licenza, cioè in voglia di fare quel che gli pare, un po’ come sostenevano gli studenti medi dell’incontro che ho descritto in precedenza.
La mala interpretazione libertaria in cui la licenza prevale sulla libertà, si evidenzia facilmente in questa epoca di pandemia.
In politica i partiti di opposizione fanno giustamente il loro mestiere, ma è singolare che certi personaggi celoduristi, quando sono al governo, siano pronti per ogni supposta necessità a ridurre le libertà individuali, e quando sono all’opposizione invochino le libertà costituzionali offese e ferite dai provvedimenti d’emergenza (peraltro previsti dalla stessa Costituzione, che non è solo Costituzione di diritti, ma – e forse soprattutto, se vuole essere democratica – di civili doveri).
Nel comportamento individuale, ci sono coloro che non vogliono indossare la mascherina e coloro che non si vogliono vaccinare, impedendo l’immunità collettiva e mettendo a repentaglio la salute altrui.
“Devo essere libero di fare come voglio” sostengono; eh, no, caro signore, se il tuo lavoro è quello in ospedale, in rsa, nella scuola, in fabbrica, in ufficio, in uno sportello aperto al pubblico, se vuoi frequentare mezzi pubblici, cinema, teatri, ristoranti e caffè, non puoi fare come ti pare, non puoi imporre la tua pericolosità agli altri.
Perché in tal caso sei soltanto uno spregevole egoista, un asociale, forse persino un terrorista; ma soprattutto sei un ignorante, anzi – come disse uno di quei ragazzi quando capì di avere un’idea errata di democrazia – sei un somaro. Perché la democrazia, da Aristotele a Rousseau, da Voltaire a Popper, da Luther King a Bobbio, esige che la tua libertà abbia termine dove comincia la mia.
E se insisti troppo sui tuoi diritti, senza considerare la responsabilità che hai nei confronti degli altri concittadini, non hai proprio capito nulla di democrazia e sei solo un solipsista autoreferenziale voglioso di vezzeggiare il tuo io, di sentirti aristocraticamente diverso, contrabbandando il tutto con un diritto alla autodeterminazione che è altro, molto, molto altro.
Ho avuto la fortuna di intrattenermi abbastanza a lungo con Zygmund Bauman. Reinterpretando con un sorriso di complicità alcuni passi di Fromm, concordava con me nel ritenere che l’uomo veramente libero è, paradossalmente, quello che si dà dei limiti, lui stesso, per poter rispettare gli altri.
Quando seppe che ero di fede cristiana, lui agnostico mi disse: “Lucky you! you have one more reason to feel free to love and respect others!” (Beato lei, ha un motivo in più per sentirsi libero di amare e rispettare i suoi simili”). Mi colpì quel “to feel free to” applicato al rispetto altrui; mi è tornato in mente oggi, a proposito di comportamento responsabile in tempi di pandemia.
La realtà non è né bianca, né nera; dobbiamo esperirla, mettendo alla prova le nostre percezioni, conoscenze, esperienze. Anche i simboli, non sono tutti uguali, non hanno tutti lo stesso valore, non sono meri etichettamenti, perché comunicano, richiamano a significati storicamente ed eticamente differenti. Per me la primula non è né una svastica, né un segno di riconoscimento per suggerire divisioni.
Per me la primula, che è segno di primavera, resterà per sempre simbolo di speranza, della capacità dell’Uomo di crescere, migliorarsi, difendersi, di accrescere la propria conoscenza. E simbolo di difesa da una pandemia largamente mortale. Quella primula è un fiore in onore di settantamila morti.
Non certo il simbolo dell’opprimente conculcazione di una irresponsabile libertà di fare come si vuole, anche a costo di rendersi pericolosi ai propri simili.






















