
“LE STAGIONI DELL’ANIMA” di DEBORA VEZZANI - LA CANTAUTRICE SI RIVELA SORPRENDENTE SCRITTRICE INCISIVA OSSIMORICA ANAFORICA ma SENZA RETORICA
Antonio Cignini
Questo secondo libro di Debora Vezzani (a seguire DV) – ed. Tau 2019 – presuppone un minimo di riepilogo del suo profilo biografico. Nessuno meglio di lei lo può delineare come ha fatto ampiamente con la sua pubblicazione precedente “Come un prodigio” – ed. Tau 2018 – e in varie altre testimonianze scritte o a braccio.
Una sua sintesi recente, doppiamente efficace, è il suo commento-didascalia a due foto – giustapposte in violento contrasto, una paradisiaca, l’altra al limite del demoniaco – inserito in un post pubblicato su Instagram a Natale 2020.
Autorizzate dall’autrice cantautrice, eccole entrambe, eloquenti, sia le due foto sia la didascalia-commento natalizio.
“… Quella a sinistra è la faccia che avevo a Natale 2010, dieci anni fa.
Qualche giorno prima volevo andare a schiantarmi contro un albero con la macchina.
Volevo morire.
Nel Dicembre 2010 ho toccato il fondo.
Mi sentivo sola, abbandonata, di nessuno.
Mi facevo schifo.
A Dicembre 2010 ho perso le due cose più importanti della mia vita: la musica e la famiglia.
Finì il mio contratto discografico e anche il mio matrimonio e questo fu la terza grande ferita dopo l'abbandono alla nascita da parte di mia madre e la separazione dei miei genitori adottivi.
Con quella faccia, qualche mese dopo, ho musicato il salmo 139 e Dio mi ha regalato "Come un Prodigio".
Quella che sembrava una fine si è rivelata in realtà l'inizio dell'opera di Dio e l'inizio della mia conversione.
Quella a destra è la faccia di oggi.
E oggi, dopo aver ottenuto la nullità di quel matrimonio e dopo tante altre canzoni, posso gridare che Dio mi ha ridato con gli interessi le due cose più importanti della mia vita che avevo perso: la musica e la famiglia.
Un tour e un apostolato di 6 anni che ha raccolto innumerevoli conversioni e guarigioni del cuore, un marito e tre bambini meravigliosi a cui dare la vita.
Ho riavuto tutto.
Dio mi ha salvata in tutti i modi in cui poteva salvarmi.
E ora, a Chi tutto mi ha dato, tutto voglio dare.
Quando sento dire che Dio non esiste perché non si vede mi scappa da ridere.
Questa foto esiste.
La mia storia esiste.
Questa foto testimonia che Dio esiste e che nulla è impossibile a Dio.
Questa foto testimonia che quando ho dato il peggio di me, Dio ha dato il meglio di sé.
Questa foto è il Natale, è la Pasqua.
Questa foto racconta che Dio nasce nella tua vita per squarciare con la sua luce le tenebre che ti paralizzano, per farti uscire dalla tomba, per farti risorgere.
Il Natale è la foto a sinistra che diventa la foto a destra.
È l'impossibile che diventa possibile.
Se la tua vita puzza di stalla, se ti sei dato da fare ma hai raccolto solo paglia e fieno, se sei nel buio, se senti il freddo dell'indifferenza, stappa lo champagne: è l'inizio della tua salvezza!
Buon Natale!DV “ –
Questo è lo stile di DV, che vi cattura mentre leggete “Le stagioni dell’anima”.
La provocazione che ho posto nel titolo “…SCRITTRICE INCISIVA OSSIMORICA ANAFORICA ma SENZA RETORICA” è evidente nella citazione dal post di Instagram appena riportato, in particolare l’anafora, a quattro riprese, «Questa foto…»:
“ Questa foto testimonia che Dio esiste e che nulla è impossibile a Dio.
Questa foto testimonia che quando ho dato il peggio di me, Dio ha dato il meglio di sé.
Questa foto è il Natale, è la Pasqua.
Questa foto racconta che Dio nasce nella tua vita per squarciare con la sua luce le tenebre che ti paralizzano, per farti uscire dalla tomba, per farti risorgere ”.
Sono altrettanto presenti ossimori e paradossi (“Questa foto è il Natale, è la Pasqua”), giochi di parole in felici contrapposizioni, uscite a sorpresa:
- “ … quando ho dato il peggio di me, Dio ha dato il meglio di sé.
- Quella che sembrava una fine si è rivelata in realtà l'inizio dell'opera di Dio e l'inizio della mia conversione.
- Dio nasce nella tua vita … per farti uscire dalla tomba, per farti risorgere.
- È l'impossibile che diventa possibile.
- Se la tua vita puzza di stalla, se ti sei dato da fare ma hai raccolto solo paglia e fieno… stappa lo champagne: è l'inizio della tua salvezza! ”
La vita che puzza di stalla mi richiama, a contrasto, la lirica delle violette. È una pagina da antologia, la pagina 21, che merita di essere riportata ampiamente. È tratta dalla prima delle quattro stagioni dell’anima, la Primavera. Le stagioni sono quattro come quelle naturali, come quelle di Vivaldi, i cui Allegro o Presto o gli Adagio o Largo, ben ne sarebbero la colonna sonora. La primavera è l’evento-simbolo per eccellenza della natura che ha portato molti filosofi, antichi e moderni – e persino non pochi contemporanei non, a priori, evoluzionisti atei teorici del caso, caso e necessità – a risalire dalle meravigliose ordinate leggi che regolano il cosmo al loro Creatore intelligente, sapiente e garante.
Nella prosa lirica delle violette, l’originale e controcorrente autrice riscopre un fenomeno ordinario, noto, ma ignorato, trascurato dai distratti frettolosi, oggi legione. Eccola la pagina 21 col titolo vistoso BELLEZZA QUOTIDIANA:
“Non ci fai nemmeno caso, le calpesti ogni giorno, ti dimentichi che esistono, troppo semplici, fin troppo banali.
Scontate, ovvie.
Un giorno però ti fermi, abbassi lo sguardo e rimani incantato con l’imbarazzo dell’adulto che si vergogna di farsi vedere con gli occhioni di un bambino.
Davanti a te si presentano delle bellissime violette. Il desiderio diventa irresistibile, potenzialmente compromettente, e dagli occhi che guardano stupiti passa alle mani che vogliono accarezzare quel sorriso di primavera. Quel viola umile ti accarezza le dita e si infila a tradimento nelle narici, potente e delicato, grande ma piccolo. Ormai sei suo. Quella violetta ti ha sedotto.
Tu appartieni a quella bellezza.
Quanta bellezza sprecata, calpestata, trascurata, ignorata, offesa, dimenticata.
E lei zitta, si fa calpestare, rimane in basso e ti sorride senza trattenere nulla per sé, né il colore né il profumo.
È tutto per te.
La bellezza esiste ma non è un gigante che ti stritola e ti schiaccia dall’alto con la pesantezza della sua potenza.
Ia bellezza la trovi sempre umile al tuo servizio, ai tuoi piedi”.
L’epigrafe introduttiva è: « La Creazione è il corredino di nascita
che Papà Dio ha preparato per te! ». “Papà Dio”: anche questa inedita espressione anticonvenzionale è tipica del suo stile. Uno stile ardito. Radicale.
Nel titolo ho adoperato anche i termini “sorprendente” e “ossimorica”.
In effetti la presenza di brillanti paradossi, ossimori, antifrasi, accostamenti a sorpresa di termini e concetti in forte (apparente) disaccordo, dissonanza, disarmonia – felicemente coccolati da una musicista così raffinata – è frequente nella sua narrazione accanto ad altre efficacissime figure retoriche (assolutamente prive di retorica nel senso di artefatte e insincere) e scelte stilistiche incisive di immediata forza comunicativa.
Il lettore si imbatte in continuazione in giochi e bisticci di parole e altre provocazioni espressive. Ricorrenti sono anche le frasi ellittiche, prive di verbi, eppure mai ermetiche / criptiche. Nel discorso è assoluta la predominanza della paratassi sull’ipotassi, ovverosia l’accostamento veloce di periodi brevi, brevissimi, lontani anni luce dal manzoniano “Quel ramo del lago di Como…”. Frasette corte, asciutte, essenziali, incisive come la pubblicità di immediata brillante potenza informativa e comunicativa. Stile, direi, tacitanio, nietzschiano, sartriano, ma per esporre un contenuto opposto: non ateo-nihilista, ma di fede cristiana convinta profonda ardente. C’è l’imbarazzo della scelta a volerne offrire un campionario antologico. Scelgo un pezzetto di pag. 24:
“ GIOVEDI' SANTO
Dov’è Dio?
La giornata di oggi, Giovedì Santo, ci dice dov’è Dio.
Dio è ai tuoi piedi.
Dio ti lava i piedi.
E a lavare la parte più sporca del tuo corpo, la parte più sporca della tua anima, della tua vita.
A lavare il tuo fango, il tuo passato sassoso, il tuo cammino stanco.
I tuoi punti più brutti.
I tuoi lati più oscuri.
Ecco dov’è Dio…”.
Ben si addice alle due foto, quella prima della cura e quella dopo la cura, la cura miracolosa della morte o meglio di una morta.
E arriviamo a VASCO ROSSI ovvero a come la nostra geniale cantautrice – a prescindere da Vasco che è solo un esempio per spiegare il concetto – considera e valuta il divismo. Il frammento che propongo contiene una lunga anafora di dissonanze ideologiche. Fa parte della terza stagione: l’autunno dell’anima, pp. 95-96. Eccolo:
“ Se vuoi essere grande devi diventare piccolo.
L’UOMO SENZA DIO
Ai concerti di Vasco troviamo ambulanze, bodyguard, polizia, una folla oceanica di gente che si sgola da trattenere con le transenne, gente che affronta chilometri, che non dorme la notte, che cerca la felicità.
E poi in tutti i tabernacoli di tutte le chiese di tutto il mondo abbiamo il Creatore del Cielo e della terra, il Creatore di Vasco, e non vedo i bodyguard, non vedo l’ambulanza, non vedo le transenne, non vedo la polizia, non vedo la folla oceanica.
L’uomo senza Dio fa grandi le cose piccole e piccole le cose grandi.
L’uomo senza Dio si perde in un bicchiere d’acqua.
L’uomo senza Dio fa facili le cose difficili e difficili le cose facili.
L’uomo senza Dio va a caso.
L’uomo senza Dio cerca le cose giuste nei posti sbagliati.
L’uomo senza Dio è la caricatura di se stesso.
L’uomo senza Dio è lo zimbello della Creazione.
L’uomo senza Dio è una scheggia impazzita. ”
Analoga è la frecciatina al “ci vuole un fisico bestiale” di Luca Carboni, che in Vasco Rossi diventa “ho un fisico bestiale e una salute di ferro”. Nelle “Stagioni dell’anima” è alle pp. 97-98: Debora vi contrappone una “fede mostruosa…assurda, pazzesca”:
“NON CI VUOLE UN FISICO BESTIALE MA UNA FEDE PAZZESCA
È un mondo di estrema follia.
Ci vuole una fede pazzesca per vivere.
Una fede direi assurda per tenere la testa fuori dalle sabbie mobili, per non farsi risucchiare dal vortice della rabbia, delle rispostacce, dell’orgoglio…
Solo la fede, e una fede mostruosa, ci può salvare la vita. Perché è davvero una questione di vita o morte.
Di essere padroni di noi stessi o no.
Di frenare e tenere a bada il nostro “io”.
Perché il mio “io”, quando non lo riesco frenare, mi frega sempre.
E oggi, per essere padroni di noi stessi e non farsi fregare dalle trappole delle provocazioni, ci vuole una fede pazzesca.
Sì, oggi per vivere non ci vuole un fisico bestiale ma una fede pazzesca.”
E una frecciatona è diretta anche al “Vai dove ti porta il cuore”, a prescindere dal romanzo di Susanna Tamaro, che non è nominata. DV mira invece a colpire lo stravolgimento della sessuolatria che ne è derivata. La sezione è quella della seconda stagione dell’anima, l’Estate. Siamo alla pag. 61 e seguenti:
“VAI DOVE TI PORTA IL CUORE”? NO, GRAZIE…
La libertà sessuale ti aveva promesso la felicità.
Bene. Che bello.
Guardiamo il risultato. Guardiamo i frutti.
Libertà sessuale. Sesso di ogni tipo.
… Sesso senza impegni, sesso occasionale, sesso oggi con una e domani con un’altra, sesso da computer, sesso da soli. Risultato? Frutto?
Una massa di infelici.
Il mondo ipersessualizzato, il mondo pornizzato …
“Fai quello che ti pare”, “se ti piace un’altra vai con lei”! E ti salta la famiglia.
E i tuoi figli hanno i genitori separati e saranno segnati a vita.
“Sei troppo giovane per avere un bambino”, “hai un futuro lavorativo che non può essere compromesso”, “il corpo è tuo, decidi tu”.
E non fai figli.
Oppure rimani incinta e magari vai ad abortire. E una vita viene uccisa.
E a te vengono i rimorsi, le depressioni.
E la clinica se la ride e si arricchisce alle tue spalle, alla tua infelicità.…
E la farmacia ha fatto i soldi sulla tua infelicità, sui preservativi e su tutto il resto che ti ha venduto.
Ecco il grande frutto della libertà sessuale: milioni di bambini abortiti, bambini abbandonati, famiglie sfasciate, famiglie formate dai ritagli della disperazione …
“Vai dove ti porta il cuore” è la più grande stupidata e bugia che sia mai stata detta, la più grande fregatura della nostra società.
Se vuoi essere felice và dove ti porta Dio!
Disobbedisci alla società e obbedisci a Dio!
Se vuoi essere felice, sessualmente libero e davvero trasgressivo, fai la Volontà di Dio!
Obbedire è amare.”
Lo stile brillante, il linguaggio che non ti aspetti, espressioni e parole forti a sorpresa mi hanno indotto a chiedermi se in DV non ci sia per caso una sorta di Barocco di ritorno. Un ripescamento della poetica della meraviglia di GB. Marino, che scriveva spregiudicatamente:
“ È del poeta il fin la meraviglia
…chi non sa far stupir, vada alla striglia! ”
No. La risposta è ben diversa. Opposta. Debora non mira a meravigliare, a strabiliare con trovate espressive-espressionistiche, ma semmai a “stupire” nel senso profondo del termine, quello della sapienza (anzi della Sapienza), quello della pura e semplice verità (anzi La Verità) che generano e non possono non generare che un Santo Stupore, quello che fa venire le lacrime agli occhi, ma lacrime di gioia, quelle della evangelica scoperta della “Perla preziosa”, per la quale si è diposti a vendere tutto. Per inciso è questo il titolo del 1° brano del Nuovo album di DV “Come in cielo così in Terra” uscito a ferragosto 2020 e che, nei giorni della festa dell’Assuna, ha scalato la vetta delle classifiche della musica pop. Ne ho parlato nell’articolo all’indirizzo: https://tinyurl.com/y6fgqpae .
All’origine dello stupore – uno stupore senza mezzi termini “paradisiaco” – che Debora intende comunicare, forse c’è un inconsapevole recupero del mito platonico della caverna riletto in chiave cristiana. Chi, liberatosi dalle catene e dal buio mefitico della caverna – dove i prigionieri da una vita, davanti a sé non vedono altro che le ombre di cose e persone che sono o passano davanti all’entrata – risalito e uscito fuori, alla prima visione del sole, resterebbe abbagliato, accecato. Ma poi, assuefacendosi, vedrebbe non più ombre, ma la realtà reale, non più bi, ma tridimensionale, le piante, gli uccelli variopinti, i cavalli e altri animali, iridi di fiori, sinfonie di profumi, l’esplosione coinvolgente e avvolgente della primavera in stupefacenti luci, colori, armonie di echi e canti.
Non trova né prova di certo la superficiale meraviglia barocca.
Scopre invece il divino stupore per l’offerta di tanta bellezza, davanti alla quale non si può che piangere lacrime di gioia. E allora ridiscende giù dai fratelli rimasti al buio fetido della spelonca oscura, inchiodati alle catene e credenti nella sola realtà delle ombre. Inevitabilmente si improvvisa apostolo e maestro. Ovviamente non lo crederanno e lo derideranno e, se potessero, lo crocifiggerebbero come un pazzo criminale.
Nella sua seconda vita di liberata, rinata, risuscitata, Debora Vezzani concepisce il suo talento – di autrice di testi musicali, di offerte narrative autobiografiche, di riflessioni di Vita e Verità – come un’arma d’istruzione di massa. Prodigioso questo giochino di parole creato tramite un minuscolo apostrofino! Che poi non è affatto un giochino, ma l’introduzione a un succoso, paradigmatico, straordinario riepilogo del suo sistema di pensiero e di vita.
Ed ecco, del medesimo, il proclama provocatorio e ancora ossimorico della necessità di munirsi di paraocchi.
Sì, perché sono indispensabili per difendersi dagli strombazzamenti di menzogne pubblicitarie uscite dai pensatoi di ciniche ideologie dei materialismi dell’effimero. Le pagine 80-82 ci offrono una splendida – decisamente esemplare e paradigmatica – antologia di paradossali enunciazioni, ancora nella tipica, tagliente, stringata sintassi paratattica di DV, dove le anafore sono quasi sempre e genialmente incrociate e intrecciate anziché allineate verticalmente:
“ I PARAOCCHI DELL’AMORE
Sì, ho i paraocchi, i paraocchi dell’amore.
Ho deciso di scegliere.
Perché no, non mi va bene tutto.
Non va bene tutto.
Ho deciso di seguire l’amore.
L’amore che no, non gli va bene tutto.
Perché non tutto è amore.
L’amore mi ha insegnato a scegliere, a selezionare.
L’amore ha acceso una luce e ha scoperto le carte.
Ha fatto emergere ciò che è luce e ciò che è tenebra.
L’amore ha svelato gli inganni, le trappole, le false stelle, le situazioni di infelicità.
Sì, ho i paraocchi, i paraocchi dell’amore…
Una linea ben definita e ferma fra bene e male.
Uno spartiacque fra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
Un paravita, un paracolpi, un parafulmini.
Perché mettersi il casco in moto non vuol dire essere stupidi ma prudenti, vuoi dire volersi bene…”.
A questa pars destruens o istruzioni sul cosa non fare, segue, con la stessa tonalità stilistica ancora più determinata, la pars construens o del cosa vedere pensare fare volere. Il filo del discorso richiama il trinomio evangelico “Via Verità Vita”:
“ …I paraocchi che mi mostrano la via, per evitare che mi perda e che non faccia centro nella vita.
I paraocchi che mi mostrano la verità, per evitare che mi faccia intrappolare dalle menzogne del male travestite da bene.
I paraocchi della vita, perché è l’unica cosa da difendere a qualunque costo, a costo anche di farmi dire che ho i paraocchi…
Ho scelto la luce, che esclude le tenebre.
Ho scelto la verità, che esclude la menzogna.
Ho scelto la vita, che esclude la morte.
Sì, ho i paraocchi e sono irremovibili.
Perché irremovibile è il mio desiderio di gioia piena.
E la gioia piena non fa compromessi.
O di qua o di là…
Il mestiere dei paraocchi, i paraocchi dell’amore, è quello di saziare il tuo desiderio di gioia, insegnandoti a prendere delle decisioni.
A tenere e a scartare.
Ad avere la fermezza della coerenza.
È questo ostinato e irremovibile desiderio di amore e gioia piena che mi fa tenere ben saldi i paraocchi dell’amore.
Ed è proprio questo amore che voglio cercare, vivere e testimoniare.
L’Amore.
Che è Dio.”
Non credo al caso. Non credo di essermi imbattuto per caso in una persona umana di questo calibro. Per una volta tanto divento smithiano, un eterodosso seguace di Adam Smith. È vero, c’è una mano invisibile che guida la storia umana, o meglio la sua economia (in Smith quella della domanda e dell’offerta).
La Mano Invisibile del Cristianesimo si scrive con la P maiuscola. È la Provvidenza. Un autore citato spesso da DV è un rinato come lei, Matteo Marzotto, il quale ha chiamato le casualità o coincidenze “Dio-incidenze”.
Ritengo importante lo stile di Debora, sul quale – ma solo apparentemente – ho posto maggiormente l’accento più che sul contenuto. Mi è parso da subito – mentre leggevo voracemente pagina dopo pagina “Le stagioni dell’anima” – uno strumento che veicola bene e comunica meglio e anche ottimamente Vie e Verità, al fine di orientarsi con sicurezza evitando di sbandare nel mezzo all’inizio e alla fine del “cammin di nostra vita”.






















