
Don Angelo Favero
25 dicembre NATALE di Gesù Cristo
Ed ora desidererei portare la nostra comune riflessione sul Natale, quello di Gesù Cristo, non certo quello del grande pranzo, quello del cenone, quello per cui si brontola per le chiusure imposte in occasione del covid; desidero che ci intratteniamo un po’ sul senso vero del Natale, quello per cui la storia umana ha subito una svolta irreversibile.
Certamente vi è noto che ai tempi dell’Impero romano, con notevoli precedenti e con grandi imitazioni successive, i personaggi di notevole importanza assumevano le caratteristiche della divinità; specialmente i politici venivano divinizzati o semidivinizzati, ne sono esempio alcuni imperatori romani. La novità cristiana sia nel fatto non che un uomo diventi dio ma che Dio diventa uomo, anzi un bambino, e viene nella nostra casa come tutte le creature di questo mondo. E per iniziare domandiamoci: ma Gesù è nato proprio il 25 dicembre? Ed è nato proprio all’inizio della nostra era volgare? L’origine di questa data è ben diversa dalla nascita reale di Cristo a Betlemme di Giudea.
Sarà opportuno che ci riferiamo sempre e costantemente alla Parola evangelica prima di divagare sulle nostre possibili indicazioni che vengono da tradizioni, seppur nobilissime per notevole dimensione religiosa ma spesso non fondate storicamente. Innanzitutto teniamo presente che la narrazione della nascita e dell’infanzia di Gesù è offerta solo in due dei quattro Vangeli: Matteo e Luca. Riteniamo che Marco sia il Vangelo più antico dei quattro canonici; secondo gli esegeti è stato scritto nella primavera dell’anno 70 poco prima della distruzione di Gerusalemme, avvenuta in quell’anno per opera dell’esercito romano guidato da Tito, figlio dell’Imperatore Vespasiano.
Questo più antico Vangelo inizia la narrazione su Gesù presentandolo mentre si reca presso Giovanni Battista per il battesimo sul fiume Giordano in cui riceve l’investitura di Figlio di Dio, Salvatore dal peccato del mondo. Intorno agli anni 80 deve essere collocato il Vangelo di Matteo, e successivamente quello di Luca, e ambedue cominciano con la narrazione dell’annuncio a Maria da parte dell’Angelo e la nascita di Cristo. Infine collochiamo intorno alla fine del primo secolo il Vangelo più elaborato ed approfondito sotto il profilo teologico e filosofico attribuito all’apostolo Giovanni.
E allora per approfondire il tema del Natale torniamo a Matteo e Luca. I primi due capitoli, che ora troviamo collocati all’inizio di Matteo e Luca, di sicuro sono stati composti successivamente, anche se attualmente occupano la posizione iniziale. E’ evidente che si tratta di una elaborazione di alto livello, anche letterario; infatti sono stati composti da persone che già decisamente credevano nella divinità e nella salvezza universale operata da Cristo; sono pertanto una narrazione che rivive e ricorda la nascita di Gesù ripensata e rivista con gli occhi di coloro che già credevano fermamente nel Gesù morto e risorto; questi Autori hanno proiettato la loro visione di fede nel fanciullo nato da Maria di cui peraltro conoscevano ben poco. Ciascuno di questi due Vangeli, che narrano la nascita di Gesù, ha una propria tesi nel descrivere quella nascita.
Per Matteo il Cristo, che è nato, è il nuovo Mosè, anzi riprendendo l’opera mosaica non solo la rinnova ma anzi ne amplia immensamente l’orizzonte poiché il nuovo Venuto realizza una salvezza non di un popolo, come quello ebreo, ma di ogni creatura umana: Gesù è concepito dalla vergine ma fin dalla nascita è insidiato dal nuovo faraone che è Erode; fugge in Egitto e torna per formare il nuovo popolo; i Magi, pur disprezzati, rappresentano la sapienza umana che lo cerca e lo trova, ma non più a Gerusalemme bensì seguendo la luce della stella che illumina le loro coscienza di uomini che correttamente lo cercano. Luca, da parte sua, propone una visione molto più ampia di Matteo in quanto non è legato strettamente all’impostazione ebraica: la vergine riceve l’annuncio, alla nascita del Figlio cielo e terra sono coinvolti, lo cercano i pastori, gli ultimi della società, la grandezza divina del Signore si trova nel bimbo avvolto in fasce in una stalla perché nelle abitazioni normali non ha trovato posto.
Una lettura esegetica attenta ci porta a pensare e scoprire che la descrizione di ambedue questi Vangeli vada letta con il “genere letterario” di chi deve presentare la nascita di un personaggio, che poi diverrà famoso, anzi sarà fondamentale per tutta la storia umana. Leggendo così i testi evangelici ci muoviamo sulle indicazioni che ci sono state date dalla Costituzione “Dei Verbum” del Concilio Vaticano II. Pertanto ci viene spontaneo pensare che ci siano dei criteri di interpretazione di quella nascita per cui sarebbe del tutto erroneo se prendessimo alla lettera quanto è scritto; dobbiamo invece pensare che questi racconti sono dei suggerimenti, che appartengono ad un genere letterario particolare per far capire al lettore il valore di quel personaggio che ha fatto irruzione nella nostra storia. In concreto sotto il profilo storico noi non sappiamo se Gesù sia nato veramente di notte come vuole la tradizione e la indicazione del Vangelo di Luca: “Ora mentre si trovavano in quel luogo (Nazareth di Giudea) si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo. C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge”. (Lc 2, 6-8).
Quel “primogenito” esprime la dimensione teologica di quel bimbo: l’Unigenito di Dio è nel mondo il primogenito della nuova umanità. E nasce di notte per significare la situazione difficile e oscura della condizione umana; infatti il Figlio di Dio è “vita” che dona “luce”, che viene ad illuminare noi che siamo nelle tenebre e nell’ombra di morte. Il tema di Cristo “luce” del mondo lo ritroviamo nel quarto Vangelo: “In lui (Cristo) era la vita e la vita era la luce degli uomini” (Gv 1, 4). Il poeta Luca, che in Col 4, 14 viene presentato da Paolo come iatréus (medico), con questi termini di luce, notte, pastori, mangiatoia, ci dipinge il quadro di una dimensione teologica profondissima. Sempre secondo Luca alla nascita di Cristo tutto il mondo esulta con il coinvolgimento di cielo e terra; gli Angeli in cielo cantano e i pastori accorrono.
E allora diciamo chiaramente che questi testi non devono assolutamente essere presi alla lettera ma interpretati come un particolare genere letterario che intende farci capire che quella nuova creatura è il rinnovamento del mondo con la sua Parola e la sua Persona. Ma come mai già “ab antiquo” è stata fissata la data del 25 dicembre per celebrare questa Nascita? La fortuna, e per i credenti la Provvidenza, per il Cristianesimo è stata quella che il mondo di allora era, o almeno sembrava, tutto unificato nell’Impero Romano e San Paolo vede in questo mondo unificato l’occasione che Dio ha preso per la sua opera di salvezza universale; l’Apostolo la chiamerà la “pienezza del tempo” (Gal 4, 4). In questo mondo Cristo, anche con l’utilizzo della filosofia neoplatonica del primo secolo a.C., appare come luce del mondo che illumina le nostre tenebre e le ombre di morte. Nel giorno 25 dicembre a Roma si faceva una grande festa, quella del sole nascente che secondo il calendario giuliano costituiva la gioia del ritorno della luce; quel giorno era chiamato il solstizio d’inverso. Vale la pena di ricordare che ancor oggi chiamiamo il 21 dicembre “solstizio”, cioè il sole si ferma per tornare ad illuminare le nostre giornate, anche se da oltre 400 anni Galileo ci ha insegnato che non è il sole che gira intorno a noi ma noi che giriamo attorno a lui. Il primo Cristianesimo ha onorato Cristo, luce del mondo, scalzando il sole idolatrico di Roma (cfr. Orazio, Carmen saeculare). Leggiamo sempre nel Vangelo di Luca (2, 1-4): “In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirino.
Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme”. E qui Luca appare non solo medico e poeta ma anche storico attento. Tuttavia questo testo pone notevoli problemi sotto il profilo storico, in particolare l’indicazione del censimento sembra risultare inesatta. Secondo gli storici più attenti in seguito ad un calcolo più esatto è necessario collocare la nascita di Gesù intorno al 4 a.C. mentre Erode era ancora in vita. Il calcolo degli anni risulta a seguito di un computo parzialmente errato del monaco Dionigi il Piccolo, nel VI secolo dopo Cristo, che ha collocato la fondazione di Roma nel 753 a. C. sulla base dei 142 Libri (a noi pervenuti solo 35) “Ab Urbe Condita” di Tito Livio, ovviamente di epoca augustea.
Questo monaco, chiamato Dionysius Exiguus (soprannominato “piccolo” forse per umiltà o forse perché era piccolo di statura ma grande di testa), è colui che ha trasportato il calendario da “Ab Urbe condita” alla Nascita di Cristo e ha fatto coincidere questa nascita con l’anno 1; purtroppo né Greci né Romani avevano i numeri come noi e non avevano lo zero e per la numerazione usavano le lettere dell’alfabeto. I numeri, compreso lo zero, ci sono stati insegnati dagli Arabi per cui alle elementari abbiamo imparato a chiamare i numeri col nome di arabici. Il censimento, voluto da Augusto per motivi fiscali (allora l’Impero contava circa 60 milioni di abitanti) è menzionato dallo storico di allora Giuseppe Flavio nelle “Antiquitates Iudaicae”, ma sembra non coincidere con quello citato da Luca. E tuttavia bisogna stare attenti a non rischiare di arzigogolare inutilmente intorno alla datazione della nascita di Cristo perché gli studi esegetici sono ben più interessati a ricavare il senso del testo biblico, come ho cercato sopra di indicare, che la data precisa della nascita di Gesù. (daf)
Per i 1600 anni di Venezia
Il Natale prende vita nel cuore di Venezia. E' stata inaugurata la scultura luminosa, che fino al 6 gennaio illuminerà Piazza San Marco con 80 flussi di luce dorata che si diramano dall'installazione a forma di albero posizionata tra le due colonne della piazza. L'opera è un omaggio a Venezia, ma anche un messaggio di speranza e di rinascita nel particolare momento di difficoltà che ha iniziato a colpire la città con l'Acqua Grande del novembre 2019 e poi con la crisi economica provocata dalla pandemia. L'itinerario all'insegna delle luci dorate si affaccia su un lato della piazza con le cascate d'oro che fino al 6 gennaio faranno brillare la facciata del Museo Correr. Le luci del Natale si sono ufficialmente accese anche sul ponte di Rialto.
Luci davvero particolari e suggestivi per illuminare il monumento veneziano più conosciuto nel mondo, vero e proprio simbolo della città, in una sorta di introduzione ai festeggiamenti per i 1600 anni dalla nascita di Venezia (25 marzo 421), che avranno il loro culmine il 25 marzo 2021. Grazie ad un gioco di proiezioni e dissolvenze, il ponte si trasforma, sino al 31 dicembre, per il “Natale di Luce 2020” in una sorta di “libro virtuale”, su cui scorrono alcune delle pagine più significative della storia di Venezia, che ricordano alcuni dei momenti e dei protagonisti della storia, dell’arte e dell’architettura veneziana: da Vittore Carpaccio a Jacopo de’ Barbari, da Antonio da Ponte a Vincenzo Scamozzi, ad Antonio Canal, meglio conosciuto come il Canaletto. (ViviVenezia n. 180)
La figura di Giovanni Battista
Il Battista ci ha orientati sul modo di preparare la via del Signore e ci viene presentato come modello di come si attende. Il fascino che suscitava quest’asceta del deserto doveva essere grande tanto che folle di persone si recavano ad ascoltare la sua parola di cui anche Erode era affascinato. Ci dice il Prologo del vangelo di Giovanni: “Venne come testimone per rendere. testimonianza alla luce”. Era un testimone della luce, quindi luminoso, quasi abbagliante da essere creduto lui stesso la luce. Invece la testimonianza che dà di sé nella prima parte è negativa, un vero esempio di cos’è l’abnegazione. Quando gli chiesero espressamente chi fosse rispose “Io non sono il Cristo”. Negare la propria importanza, negare se stesso è una disposizione indispensabile per lasciare tutto il posto disponibile al Signore. (Giuseppe Mani)
Intorno alla Primavera araba
Si tratta di una parentesi ormai definitivamente chiusa o sussulto di un ciclo storico tutt’altro che esaurito? A dieci anni dal loro scoppio, il giudizio sulle Rivoluzioni arabe sembrerebbe senza appello: chiedevano la democrazia, hanno generato caos e violenza. Nell’immediato non c’è molto discutere. Più controverso è stabilire le cause di quest’esito e soprattutto i possibili effetti di lungo periodo degli eventi del 2011. Si tratta di una parentesi ormai definitivamente chiusa? O siamo invece di fronte al sussulto di un ciclo storico tutt’altro che esaurito? Sono domande che non riguardano soltanto il mondo arabo, ma chiamano direttamente in causa anche l’Occidente. La cronaca degli ultimi anni, con la crisi dei rifugiati e l’esplosione del jihadismo in Europa, dovrebbe bastare a provare la fondatezza della nostra preoccupazione. (Oasis n. 31)
Il compagno Francesco
Commentando la recente enciclica quasi tutti gli editorialisti iscritti al libro paga dei grandi quotidiani hanno contribuito, naturalmente su commissione, a diffondere l’immagine di un Papa Francesco socialista, forse anche comunista, comunque potenzialmente eversivo e pericolosamente incline a prendere per buona la necessità di un rivolgimento sociale. Un vecchio adagio ci ricorda che la madre dei cretini è costantemente gravida; così sul lato sinistro dello schieramento politico, abboccando all’amo lanciato dalla stampa imprenditoriale e da quella reazionaria, si sono formate quasi spontaneamente piccole schiere di sostenitori del pontefice, indicato quale punto di riferimento dell’opposizione al capitalismo contemporaneo, al trumpismo, al colonialismo, al populismo, al razzismo, a ogni genere di malanno che ci colpisce.
In realtà si tratta di un testo di grande interesse, che non nasconde l’intenzione di contribuire ad una sorta di rifondazione della dottrina politica e istituzionale della Chiesa di Roma nel mondo. La fraternità certamente rientra nell’ambito del filone di pensiero religioso aperto da Papa Leone XIII con la Rerum Novarum (1891); ma amicizia sociale è invece un termine originale, che travalica il concetto tradizionale di cooperazione utilizzato dal corporativismo interclassista di matrice cattolica. Un insigne studioso, il cappuccino Niklaus Kuster, ha rilevato che il termine latino fratres fu usato da San Francesco nella sesta ammonizione citata in apertura dal Pontefice con riferimento ai frati e non ai fratelli; va dunque inteso, in questo scritto, non come plurale di un sostantivo maschile, ma allargato a tutti gli esseri umani, senza gerarchie, a prescindere dal genere. (Giovanni Giovanelli, avvocato del lavoro)
Un’utile riflessione sulla Confessione
Tutti i sacramenti hanno la loro sorgente nell'Eucaristia ed allora risulta incomprensibile che qualcuno si permetta di impedire la celebrazione del Perdono proprio nella parte iniziale della Messa. Ho l'impressione che il Covid 19 si stia intrufolando anche in quello che riteniamo il normale modo di ragionare: comunicati, interpretazioni e correzioni di comunicati, interventi dei Vescovi e dei Vicari, informazioni attraverso la stampa. Ma in concreto questo Sacramento del Perdono è così difficile da amministrare? Impariamo da Gesù: Al figlio prodigo è stato sufficiente un abbraccio, a Zaccheo un invito a cena, a Pietro uno sguardo, alla prostituta una raccomandazione, al ladro una richiesta. A noi invece non è sufficiente il ritorno sincero del fratello all'Eucarestia, abbiamo bisogno, come diceva Martino Lutero, della carneficina della Confessione. (don Rinaldo Gusso)






















