Francesco Mattioli, sociologo
I sociologi dell’ottocento, che hanno contribuito a distinguere la filosofia sociale dalla sociologia, assegnando a quest’ultima il compito non di riflettere e meditare semplicemente sulla società, ma di studiarla con un approccio scientifico, hanno insistito molto sul concetto di organizzazione.
Si può dire che l’organizzazione è un segno distintivo della convivenza umana; si fonda sulla definizione di obiettivi comuni, sulla suddivisione dei compiti, sulla necessità di stabilire regole, introducendo criteri di razionalità al posto di scelte impulsive, soggettive e contingenti, unendo le forze a partire da valori di riferimento comuni. L’organizzazione ha molto in comune con la cultura, nel senso di costume, di sistema di modelli comportamentali e valoriali propri di una particolare comunità sociale.
Quindi, non c’è impresa umana di carattere collettivo che non presenti un forma organizzativa, per così dire ”mondana”. Nel corso della Storia, le forme organizzative cambiano il loro rapporto con gli obbiettivi comuni da cui discendono perché cambiano i soggetti, le risorse, cambiano le condizioni in cui si sviluppa l’azione umana; e, ovviamente, le organizzazioni cambiano anche nella loro struttura di funzionamento.
Esempi evidenti, quasi banali, sono l’organizzazione politica e l’organizzazione economica, peraltro strettamente connesse fra loro. La Storia ha dimostrato che nel tempo alle monarchie si sono sostituite le oligarchie, poi le democrazie, in vari declinazioni; che le risorse economiche disponibili, le attività produttive e tecnologiche hanno influenzato la stratificazione sociale, innescando conflitti di classe sociali e forti cambiamenti nella struttura sociale. Nel micro, non vi è azienda che non abbia una organizzazione, sia amministrativa che produttiva, fosse anche una piccola società di tre persone; non c’ è famiglia che non abbia una sua organizzazione; non vi è associazione, magari di carattere meramente culturale, che non abbia una organizzazione. Con regole, ruoli, gerarchie che materializzano i valori comuni, cioè quelli che “accomunano” persone che si sentono vicine nel perseguire assieme un obiettivo.
Ovviamente c’è organizzazione e organizzazione: più rigida, più fluida, più formale, più informale e spontaneistica; dipende dagli obiettivi, dalle urgenze, dalle dimensioni del gruppo comunitario, ancora una volta dalla Storia. Non solo: ci sono organizzazioni che esprimono a pieno i bisogni correnti, altre che si sono sclerotizzate, che non rispondono più agli effettivi bisogni individuali e collettivi, cercando di sopravvivere a sé stesse.
Le organizzazioni in genere non si creano a tavolino, o accade comunque di rado. Sovente nascono da movimenti spontanei di aggregazione intorno ad una idea, ad un bisogno, ad una circostanza che accomuna una collettività di individui. Il movimentismo tuttavia non dura; messo alla prova, resta schiacciato dall’individualismo, dall’anarchismo, dall’eterogeneità delle valutazioni, quindi dal soggettivismo, fino all’impotenza operativa. Deve darsi delle regole. Così ogni movimento diventa società, partito politico, associazione, azienda, ecc., perché deve seppur minimamente formalizzare i propri meccanismi. D’altronde il movimentismo puro non esiste; personalmente ho vissuto quello del sessantotto, e ho visto trasformarsi una spontanea adesione giovanile in un gruppo organizzato in gerarchie, che dettavano regole e definivano i meccanismi di partecipazione. Nel giro di pochi giorni. La contrapposizione tra movimento e organizzazione è fittizia, impropria, ideologica. Si verifica non contro l’organizzazione in quanto tale, semmai contro quelle organizzazioni che diventano autoreferenziali, che non rispondono alle effettive esigenze, che si sclerotizzano. Tuttavia anche i più spontanei movimenti, persino i flashmob, esigono una organizzazione, magari blanda all’inizio, abbastanza orizzontale, ma via via che il movimento prende piede si sente la necessità della razionalizzazione organizzativa. Tutti i partiti politici nascono così.
E così nascono le religioni. Più persone si raccolgono spontaneamente intorno ad un personaggio carismatico, messianico, condividendo misticamente o emotivamente quella esperienza comune; ma subito il gruppo si struttura, anche se in modo leggero e intermittente. Quando la fede comune e la frequentazione del messia si allargano a più persone, la divisione dei compiti diventa inevitabile. Nella religione cristiana primitiva, Gesù si circonda di dodici “fedelissimi” della prima ora, che costituiscono una sorta di “aristocrazia” rispetto alla massa di discepoli che cresce intorno a lui; le pie donne sostengono economicamente il movimento, qualche apostolo mette a disposizione le sue competenze, come il pescatore, l’amministratore, ecc. Poi tre apostoli vengono ammessi ad una esperienza straordinaria sul Tabor e successivamente Pietro viene insignito di un compito di guida. Nel frattempo sorge una tradizione orale che fa “regola”, e che sarà riscritta ben presto nei Vangeli.
Da qui alla creazione di una Chiesa il passo sarà breve: già nel II secolo è ben strutturata, gerarchizzata, regolata, certamente diversa da quella nata in Galilea, ma direi inevitabilmente diversa, se voleva trasformarsi da un sodalizio di pochi in una impresa ecumenica, se voleva sopravvivere nella Storia e farsi “ecclesia”. Perché una ecclesia ampia, cosmopolita, eterogenea nei suoi membri non sarebbe mai potuta restare semplicemente e puramente “fede”. Nessuna religione sfugge all’organizzazione, alla gerarchia, al rito, alla delimitazione dei valori identificativi della comunità di “fedeli” e tutte finiscono per differenziarsi in rapporto alle loro funzioni e al contesto in cui concrescono. Anzi, la religione è da sempre la “forma” della fede. Chi pensa nostalgicamente al Cristianesimo primitivo è come se rimpiangesse il tempo in cui andava a scuola: bei tempi, per carità, ma poi se ha voluto crescere, applicare le proprie basi cognitive fondamentali, gli insegnamenti ricevuti e dispiegare la sua personalità nel mondo, ha dovuto fare di più. Quando Gesù manda gli apostoli in giro per il mondo, lì nasce una organizzazione, una Chiesa, una religione, un passo storico, un salto di qualità dell’agire umano.
In genere le filosofie orientali di stampo etico vengono anche definite religioni, ma la loro diffusione come movimenti sembrano raggiungere un minor grado organizzativo e per questo taluni si rifiutano di definirle religioni. A parte che alcune di esse producono sistemi organizzativi, con le loro gerarchie (sennò il Dalai Lama non esisterebbe e non esisterebbero le comunità monastiche tibetane, che hanno bisogno di organizzazione per sopravvivere), la labilità organizzativa di questi sistemi etici deriva dal fatto che restano consigli, esortazioni, raccomandazioni personalizzate di tipo interiore e spiritualista, che si declinano in modo diverso a seconda degli individui, senza che costoro si riuniscano in comunità. Tant’è che non incidono sulle dinamiche storiche, anzi finiscono per far ritirare le persone da un impegno concreto nella Storia e lasciano che la Storia la scrivano altri. A meno che queste filosofie e questi sistemi etici non generino dei gruppi, delle comunità. In tal caso i gruppi comunitari che si riuniscono intorno ad un santone, a un personaggio carismatico, un saggio, un maestro si danno inevitabilmente delle regole e dei meccanismi organizzativi, e diventano “chiese”, “religioni”, certamente associazioni organizzate, magari “leggere”, ma con tanto di leadership, divisioni di ruoli, regole.
La differenza organizzativa tra uno stato, un partito, un’azienda, una associazione, una religione, un movimento insomma può essere quantitativa, non qualitativa. I latini dicevano che “tres faciunt collegium”: se tre persone si riuniscono per fare qualcosa insieme, svilupperanno un senso organizzativo.
Posto che dalla logica organizzativa non si esce, si può obiettare su dove vada a parare l’organizzazione, se sia efficiente, se sia congrua, se sia coerente con i suoi principi ispiratori, se faccia qualcosa per migliorarsi, se si adatti o meno alla storia, se esprima valori condivisibili o meno. Tutto ciò ci sta ed è parte integrante del vivere umano. I giudizi su una organizzazione possono divergere. Troppa forma e poca sostanza, che snatura i fini; oppure troppa sostanza ma poca forma, che genera indeterminatezza e insicurezza. Ma nessuno può seriamente pensare che un partito, una religione, una comunità, piccola o grande che sia, possa spogliarsi di una sua organizzazione e vivere spontaneamente senza di essa. E come pretendere che un corpo umano viva senza polmoni. Un po’ troppo persino per chi batte le strade della spiritualità.
Chi critica il principio dell’organizzazione sociale, come forma costrittiva della spontaneità umana, sputa nel piatto in cui mangia, perché senza organizzazione non solo non sopravviverebbe, ma di certo non potrebbe divulgare le sue più o meno bizzarre idee.
Chi critica le “religioni” perché pensano più ai bisogni materiali che a quelli spirituali può avere ragione; succede, nel corso della Storia, visto che è roba per esseri umani. Ma chi ritiene che le religioni, o le fedi, dovrebbero sopravvivere senza organizzazione, gerarchie, riti e altri formalismi non conosce come funziona la società e sta immaginando un mondo che non esiste, anzi non può esistere, da nessuna parte.






















