Francesco Mattioli, sociologo

Non si può ignorare che i Covid-19 colpisca duro il divertimento. 
I principali focolai sono la movida, le discoteche, i pub, la pausa caffè, i ristoranti, i teatri, i cinema, gli stadi, le palestre e le piscine, gli hotel e il turismo di massa e il tempo libero.

Sui luoghi di lavoro, nella scuola, dove vigono regole e controlli capillari e più rigidi, il pericolo appare minore. Insomma, a ben guardare è come se il Covid-19 punisse chi si diverte e tollerasse chi fa “il suo dovere”.

Sembra un richiamo rigorista, puritano, serioso ad un genere umano troppo distratto e godereccio, consumista e dissipatore. Già con la diffusione dell’Hiv sembrò di trovarsi di fronte ad un castigo nei confronti di chi usava il sesso in modo troppo disinvolto.

E perfino la guerra atomica è stata giudicata depravata e impossibile, perché si ritorceva contro chi l’avesse scatenata. Insomma, che si tratti di avvertimenti e punizioni di Dio? Di quelli che si leggono sulla Bibbia, del tipo di Sodoma e Gomorra?

Lasciamo questa supposizione a certi predicatori del profondo midwest americano o a qualche santone globalizzato e guardiamo alla realtà concreta. 

I giudizi di valore non nascono dal nulla. Sono idealizzazioni etiche che si formano nella mente collettiva di un gruppo, un clan, una società e servono a rafforzare l’efficacia di scelte di opportunità. Poco importa se essi provengono da un mondo ideale, da una volontà divina o da semplici meccanismi mentali e sociali di carattere strumentale, pattizio o vocato alla sopravvivenza del genere umano.

Fatto sta che i valori funzionano individualmente e collettivamente e giocano un ruolo ordinativo essenziale per mantenere gli equilibri della Società. Ne aveva parlato, ad esempio, Rousseau. 

Le regole se le danno gli uomini per convivere. Le regole discendono da valori e credenze, cioè da principi condivisi che servono a farle rispettare, e che devono essere interiorizzati, come se fossero innati o autoevidenti. 

Le scienze etnoantropologiche hanno evidenziato le origini razionali, strumentali, negoziali di certi valori e quindi dei giudizi positivi e negativi sui modelli di comportamento individuali e collettivi.

Nella sua lunghissima storia, l’Essere Umano ha imparato alcune cose essenziali, poi le ha fatte diventare delle “verità” affinché fossero seguite da tutti. Verità che in realtà non sono assolute, ma adeguate ai tempi, ai bisogni e alle circostanze.  

Prendiamo alcuni esempi, relativi agli equilibri familiari e sessuali.

C’è stata per un lunghissimo tempo la necessità di proteggere la riproduzione della specie. Molte nascite avevano esiti infausti per madre e figli, l’ambiente minacciava la prole (peraltro inetta, come è definita quella umana), quindi l’onanismo e l’omosessualità sono stati giudicati atti inutili e controproducenti, un sorta di “spreco di risorse”: di qui la loro demonizzazione etica.

Lo stesso vale per l’incesto, quando ci si avvide che portava due conseguenze negative: una, di carattere genetico, l’altra di carattere patrimoniale e nella divisione dei ruoli nella famiglia, che oltre tutto era una famiglia-clan, già allargata di per sé. Sorsero allora i tabù, le cose che “non dovevano essere fatte”. 

Ancora: l’ufficializzazione della costituzione della famiglia mediante il matrimonio aveva funzione di accordo, di alleanze, di unioni patrimoniali, e così anche per la “fedeltà matrimoniale” e per l’indissolubilità del matrimonio stesso, ambedue nate in una logica pattizia e di rispetto per i diritti legali della prole e prevalentemente a carico della donna, giacché era lei a “fornire” la prole stessa. 

Di qui, anche il giudizio etico ambivalente verso la prostituzione: sacrilega, se praticata a danno della sessualità ordinaria, sacra e santificata laddove le pulsioni maschili dovessero comunque essere soddisfatte, anche quando la “moglie” non era in grado di farlo.  E che dire del particolare onore da riservare agli anziani?

In una società illetterata i pochi anziani che giungevano ai settant'anni quando l'età media di sopravvivenza era di circa trenta-quarant'anni erano riserva e deposito di memorie, di esperienze e di conoscenze pregresse, che li rendevano “saggi”, vere biblioteche, veri manuali d’uso e di sopravvivenza in carne e ossa.

Ho preso solo alcuni esempi di “creazione funzionale di valori”, tra i più facili da comprendere. Ma sono numerosissime le scelte funzionali e opportunistiche che sono state rivestite di valori etici per poter essere accettate e condivise.  Così, anche il divertimento ha subito giudizi contrastanti: necessario e dovuto, se praticato con moderazione e con giudizio; sballato, eccessivo, colpevole se contrasta l’impegno lavorativo e l’interesse collettivo. Si capisce allora come presso taluni sorga il sospetto che il Covid-19 sia la punizione divina verso quegli eccessi che snaturano la “serietà”, il valore della responsabilità individuale e la capacità di autocontrollo. 

Niente di tutto questo.

Il Covid-19 “accade” semplicemente, perché è parte integrante dei meccanismi della Natura, che ora prendono, ora danno, ora modificano. Certo, l’Essere Umano può interferire: si veda come reagisce il clima di fronte ad una attività industriale serrata e inquinante. 

Ma non ci sono “punizioni”; semmai “conseguenze”.

L’Essere Umano è parte della natura ma diversamente da un insetto, un mammifero, un albero è responsabile dei suoi destini. E’ consapevole delle sue azioni e ha facoltà di scelta.

E’ questa la differenza fondamentale tra noi e il resto del mondo; quella che ci rende creativi, inventori, artisti, manipolatori della materia, produttori di pensiero, di giudizi, di valori appunto. Se un Dio creatore e demiurgo ci fece a sua immagine e somiglianza dobbiamo accettare il vantaggio dell’Homo faber sui e il costo di riconoscerci responsabili diretti delle nostre azioni.

Se esiste una realtà a sé stessa, poco importa: la realtà che noi conosciamo è quella che noi intendiamo e concepiamo, che costruiamo e ci costruisce, che esiste in relazione con noi. La fisica quantistica su questo sta gettando uno sguardo illuminante: gli oggetti non esistono se non in dipendenza “qui e ora” di altri oggetti.  Ma anche la filosofia (tra fenomenologia e realismo critico) e la sociologia (con il concetto di “costruzione sociale della realtà”) stanno ormai avallando questa prospettiva; così come talune filosofia orientali che hanno elaborato la concezione di uno stato di profonda interdipendenza tra pensiero, conoscenza e “realtà”, tra “sé” e “altro da sé”.   

Alle punizioni non c’è scampo, se non attraverso la richiesta di perdono.

Agli errori si rimedia. E agli eventi naturali che accadono nostro malgrado si risponde colpo su colpo, mediante l’azione, la prevenzione e la precauzione.  Tutto il resto è quaquaraquà.

 

 

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