Mario Olimpieri

Buongiorno Mauro, oggi è il turno di un racconto reale nella sostanza e immaginario nell'insolita partecipazione di mia nipote Elisa.
Buona domenica a te e ai lettori. Mario

Vecchio scarpone
(Racconto dove immagino i sentimenti di mia nipote)

In un giorno autunnale e piuttosto piovoso mi recai a casa della nonna per trascorrere con lei un po’ di tempo, magari ascoltando qualche suo piacevole racconto.

La trovai piuttosto impegnata nei lavori domestici e allora decisi di frugare un po’ dappertutto in cerca di novità.

Ebbi l’idea di recarmi su in soffitta per scoprire qualcosa di interessante, dal momento che lì, oltre agli oggetti più inutili o non più idonei all’uso, sono stati depositati anche quelli che si usavano nel passato e non più attuali.

Guardai e riguardai un po’ dovunque, poi il mio sguardo fu attratto da un vecchio scarpone militare, piuttosto malandato, consumato e dall’aspetto alquanto bruttino.

Lo presi come un oggetto troppo vecchio e da gettare via.

Discesi con lo scarpone in mano e dissi alla nonna che quello scarpone era ormai inutile e poteva essere messo nel secchio della raccolta indifferenziata.

– Per carità – rispose la nonna – non lo farò mai perché questo scarpone ha una sua commovente storia ed è il ricordo di avvenimenti molto ma molto importanti!

– E che avrà mai d’importante! – le risposi – Ormai è vecchio e inutile e non serve più a niente.

– Tu devi sapere, cara Elisa, che questo scarpone è stato compagno e testimone di molti avvenimenti accaduti a mio padre Francesco durante la seconda guerra mondiale.

Egli fu chiamato in guerra all’età di diciannove anni, dovette abbandonare la numerosa famiglia, i cari genitori addolorati e piangenti, i suoi amici, la campagna dove lavorava e Cellere, il suo amato paesello, e dovette presentarsi al Distretto Militare di Viterbo;

qui gli fu assegnata la matricola n°14556 e inviato a Piacenza, dove per malasorte fu catturato dalle truppe tedesche e internato nel campo di concentramento di Landeck in Austria dall’8 settembre 1943 all’8 maggio 1945.

– Povero nonno, quanto avrà sofferto e desiderato di salvarsi e di ritornare al suo paesello, in famiglia!

– Hai detto proprio bene perché proprio lui raccontò poi le tante sofferenze, le paure e il desiderio di potersi salvare.

– Sì, nonna, ma con quello che mi hai detto che c’entra questo scarpone?

– C’entra e molto perché era proprio uno degli scarponi che gli furono assegnati al Distretto Militare.

– Ma l’altro non l’ho trovato in soffitta; che fine ha fatto?

– Purtroppo fu rosicchiato in più parti dai topi della soffitta e (lo dico con gran rimpianto) fu messo sul carretto della nettezza urbana e poi gettato con tutta l’altra immondizia.

– Sul carretto?

– Sì, perché nel passato la poca immondizia veniva raccolta e messa su un carretto trainato dal cavallo e poi portata al “monnezzaro”, così era chiamato in dialetto.

– Che peccato, nonna! Ma tu conservi gelosamente questo, e che cosa ti fa ricordare in particolare?

– I ricordi sono tanti e tutti tristi, tranne quell’ultimo che mi riporta al felice ritorno di mio padre a Cellere.

– Raccontami tutto, nonna!

– Quando egli ritornò, descrisse nei minimi particolari tutto quello che gli era accaduto.

Disse che fu portato nel campo di concentramento di Landeck e rinchiuso con altri in fredde baracche. Furono tutti vestiti allo stesso modo, ma ebbero la possibilità di calzare ancora i loro scarponi, quindi i suoi scarponi furono testimoni di tutte le varie tragedie, delle atrocità dei soldati tedeschi e dei lavori più faticosi, contraccambiati da miseri pasti.

Questo scarpone, cara Elisa, ne ha visti di tutti i colori: donne alle quali furono strappati dalle braccia i figlioletti piangenti, uomini stanchi dei duri lavori cadere sfiniti a terra, morire dal freddo ed essere bruciati nei forni crematori, prigionieri disperati che si lanciavano contro i fili ad alta tensione per dar fine con la morte alle insopportabili sofferenze.

Tutte queste atrocità le ha vedute mio padre, e questo scarpone che lui indossava mi riporta alla memoria tutto quello che lui ha raccontato al suo ritorno.

– E tu piangevi quando raccontava tutto ciò?

– Non potevo piangere perché non ero ancora nata, ma mio padre, quando avevo la tua età, mi ha raccontato tutto, e allora qualche pianto sì che l’ho fatto.

– Nonna, io non sapevo niente di tutto quello che mi hai detto e, stai tranquilla, non getterò mai questo prezioso scarpone, e anch’io racconterò ai miei futuri figli le stesse cose che tu hai raccontato a me e che mi hanno fatto scendere più lacrime.

– Brava Elisa, ma adesso, dopo tanti avvenimenti tristi, ti voglio far conoscere la parte gioiosa di un finale meraviglioso, raccontatomi in seguito da mio padre.

Egli, dopo la tanto desiderata libertà, avvenuta per l’intervento delle Forze Alleate, percorse a piedi chilometri e chilometri, attraversò le varie regioni italiane e poi, con un fortunato passaggio, finalmente raggiunse su un camion Cellere.

Ti lascio immaginare, cara Elisa, la festosa accoglienza che ricevette da parte di tutti i familiari e soprattutto dai suoi cari genitori.

– Nonna, e dire che io volevo gettare questo vecchio ma prezioso scarpone, ricco di storia e di emozionanti ricordi! Sai, invece, che cosa farò? Lo metterò in una scatola e, se me lo permetti, lo conserverò per sempre, a ricordo di tutto quello che mi hai raccontato.

– Ma certamente, Elisa, te lo regalo con entusiasmo perché ho fiducia in te e sono sicura che lo conserverai gelosamente, anzi ti voglio regalare anche un altro oggetto prezioso che ho dentro il comò.

– Di che si tratta, nonna?

– È un astuccio che contiene la medaglia d’Onore concessa agli italiani deportati e internati nei lager nazisti 1943-1945, e in questa medaglia c’è scritto FRANCESCO MARIOTTI.

Quando ci fu consegnata, il nonno Mario declamò questa sua poesia a Viterbo, dinanzi al Prefetto, a un folto pubblico e al direttore del quotidiano online lacitta.eu Mauro Galeotti, riferendosi proprio alla dura prigionia di mio padre Francesco, non presente quel giorno perché in non buone condizioni di salute, ma quando gli facemmo vedere la medaglia fu enormemente felice.

 

Settanta e più anni fa…

 

Dai soldati tedeschi rapito

durante il quotidiano lavoro militare

e scagliato tra le fiamme

dell’umana follia:

essere informe tra smarrita gente,

tra il pianto di larve di donne

e di mesti bambini.

Pala e piccone

per inventare strade

lastricate di sassi, di terra,

di sudore, di lacrime, di sangue

e di disperazione,

in una landa, dove unico fiore

fu la giovinezza;

tutti avvizziti gli altri fiori

dal gelo dei cuori, dal vento dell’odio

e dallo spento sole della speranza.

Con me prigionieri,

sofferenti, umiliati e annientati

erano

il pensiero, la dignità, l’amore.

Finalmente,

insperata,

una luce abbagliante:

la caduta delle catene,

la libertà,

la fuga dall’inferno

e la riconquista della vita.

Poi lunghi anni di progetti, di lavoro

e di ricordi,

ed ora,

dopo settant’anni e più,

un vivo lampo

che lieto mi abbaglia:

una giusta e memore

MEDAGLIA!

 

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