
La copertina della rivista Tuscia n° 49/1990 con la “Signora di Canepina” Maddalena Ercoli. Una cantina di Canepina
Vincenzo Ceniti Console Touring
Ad onor del vero, Canepina non è stata mai un granché. L’adagio irriverente “passa e cammina” l’ha per molti anni condannata a posizioni di retrovia nello scenario della Tuscia con scarso appeal su avventori e forestieri.
Un grumo di vecchie case addossate ai resti di un maniero d’impianto medioevale e un paio di chiese come ce ne sono tante in Italia.
Questo fino alla metà degli anni Ottanta, quando un sindaco di allora, Rosato Palozzi, mise mano ad un’operazione di marketing senza precedenti con il recupero delle antiche cantine fuori uso che da secoli bucano il masso tufaceo su cui poggia il centro storico.

L’anno della svolta fu il 1985 quando quel sindaco sostenne l’idea della coop. “Primavera ‘85” (allora presieduta da Wando Ferri) di mettere in campo le specialità della casa (“maccaroni” e “ceciliani”) in estemporanee tavolate in piazza ad uso di paesani e forestieri. Il successo, incoraggiante perché imprevisto, consigliò un sistematico trasferimento della performance gastronomica, negli anni successivi, dalla piazza alle cantine che nel frattempo si andavano attrezzando a partire da quella matriarca di Santa Corona. Ne parlarono alcune testate nazionali fra cui Repubblica con risultati sorprendenti sul fronte degli arrivi.
Non solo. Il sindaco Palozzi avviò in quegli anni Ottanta anche la creazione del museo delle Tradizioni Popolari – in collaborazione con il “Gruppo interdisciplinare per lo studio della cultura tradizionale dell’Alto Lazio” - che venne inaugurato nel vecchio convento dei Carmelitani nel 1988 dopo provvidenziali restauri. Dal 1990 il suo direttore scientifico Rino Galli ha favorito studi, ricerche ed acquisizioni che lo rendono oggi tra i più apprezzati del Lazio.
Ad Enrico Panunzi, sindaco dopo Palozzi, va il merito, in virtuosa continuità, del recupero degli affreschi seicenteschi nel chiostro e del completamento nel 1992 delle ristrutturazioni interne del convento. Dunque da allora mai più “Canepina passa e cammina”, semmai “Canepina, passa e resta in cantina”.
Dagli inizi degli anni Novanta il paese ha poi consolidato il suo brand e il diritto di competere a testa alta con gli altri centri più gettonati del Viterbese. Su questa scia provvidenziale si sono affermate negli anni le pittoresche “Giornate delle castagna”, oggi (Covid a parte) un vero e proprio festival delle cantine e dei prodotti locali (castagne, funghi, marmellate, dolciumi ed altro) assurto a manifestazione di rango regionale. Vanno ricordati i nomi di queste alcove della buona tavola (in dialetto canepinese s’intende): A Ceppa e Bestatoo, A Magnatoa Bassa (Cantina ASD Canepinese), A Mescala, A Spianatoa, A Tiella, Cantina del Donatore, Cantina Pro-Loco, Eggovo de Brigandi, E Radiccio, E Zappori d’a nonna Speranza.
L’ente del turismo di Viterbo di allora, che aveva già sostenuto la bontà dei due piatti di Canepina inserendoli nel ricettario ufficiale delle specialità della Tuscia divenuto poi un libro di cucina a cura di Italo Arieti, promosse il 20 gennaio 1989 con l’Accademia Italiana della Cucina la loro prima uscita presso l’hotel Jolly di Roma dove confluirono per una storica serata gastronomica le “Signore di Canepina” guidate da Maddalena Ercoli (nella foto) con la pasta, l’acqua del posto (ingrediente essenziale), i panni di canapa (su cui si stende la pasta appena scolata), il ragù, il pecorino e numerosi ospiti (oltre un centinaio tra accademici, esperti e giornalisti). Fu un battesimo extra moenia che consacrò il successo dei due tipi di pasta, oggi patrimonio materiale e immateriale della Tuscia.






















