
Pietro Angelone – Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Cenere
Cenere e penitenza, Quaresima costante quotidiana, cenere dei fasci di canne secche che illuminavano la processione del Venerdì Santo, cenere del sigaro toscano di un vecchio, al sole di autunno, la parte accesa nella bocca perché durasse di più e il gusto non si disperdesse, cenere del sacro fuoco nella catasta collettiva di ciocchi per Sant’Antonio Abate, cenere delle carbonaie, cenere bestemmiata pregata per qualche incendio estivo nei campi di grano, cenere del focherello acceso dal nonno per il freddo nella raccolta delle olive, quando le mani erano intirizzite da non riuscire ad afferrare, cenere del fuoco per il formaggio nella capanna maremmana, cenere del forno per le pagnotte di pane casalingo, cenere nella forgia del fabbro ferraio, quello che fa le scarpe al somaro, come mi disse il nonno ed io non afferrai, cenere del fuoco pellerossa di noi bambini impegnati in combattimenti giocosi che non conoscevano fine, mancandoci il tempo non la fantasia, cenere del focolare nella stanza aula scolastica alle elementari, cenere nei cimiteri frammista alla grassa terra con sopracroci ferrose e lapidi consunte, spesso soltanto un tumulo, spesso tumoli piccoli, cenere di quel fuoco da servire per il marchio ferroso alle bestie del latifondo o alle cose di legno del contadino, come nei bigonci o nella scala che il nonno segnava con A.B., cenere dell’incenso odoroso per le funzioni religiose, cenere della cenerata per lavare i panni sudati, cenere dello scaldaletto per le notti d’inverno, cenere del portacenere per le povere preziose Alfa, per le sigarette di trinciato per la pipa annerita dal fumo nel fornello spesso di terracotta, dai volti curiosi o animaleschi, spesso col cannello di cannuccia, cenere della vitalba fumata da noi bambini come sigaretta per imitare gli adulti, cenere della Cenerentola raccontata dalla mamma davanti al focolare, insieme alla cenere dei racconti delle streghe bruciate, cenere e panni sporchi nel modo di dire, cenere del focolare domestico inesauribile, cuore della casa, cenere giammai sprecata sparsa nella terra come povero concime, cenere con qualche tizzone carbone di un alberello, tagliato dall’ascia del nonno col respiro affannato e dalle mani callose e screpolate.
E dal legno, nel focolare, la fiamma traeva un po’ di calore per la stanza cucina, nella superficie segata fuoriusciva un liquido di bollicine da sembrare un pianto naturale per la violenza subìta; poi le scintille, le anime dei morti, diceva la nonna, cioè le faville, su dal camino verso il cielo insieme al fumo mulinato dal vento.
Cenere e scintille, patate abbrustolite, domestico spettacolo pirotecnico insieme… le storie, le favole/tramandate e mai scritte le paure delle streghe, emozioni, fantasie, la stanza cucina semicalda semifredda, le orazioni in quel latino barbaro impreziosito dal dialetto, un lessico ormai cenere senza più fuoco.
Così, parafrasando: cenere sei e cenere resterai.
Tale sei stata, ma tale più non sei.
Era già ieri.






















