Paolo D'Arpini

Francesco Mattioli, sociologo

Non essendo né a libro paga di Elkann & C., né dei suoi avversari, mi limiterò a replicare a Paolo D’Arpini sulle sue considerazioni  a proposito di mascherine in tempo di Covid-19. 

Immagino che D’Arpini sia tra coloro che sin dall’inizio hanno demonizzato il lockdown e comunque tra coloro che hanno ritenuto eccessive le misure di contrasto al virus decise dal Governo, ritenendo che esse siano frutto di un losco disegno volto  a reprimere la libertà e a stipulare ricchi affari. Viste le dichiarazioni di novantacinque scienziati su cento e di una robusta letteratura scientifica sulle problematiche della prevenzione e della precauzione, resta difficile non rubricare le osservazioni di D’Arpini tra le tesi complottiste gratuite e immaginifiche di questi tempi. 

Mi permetterò allora due ordini di obiezioni.  

La prima relativa all’affievolirsi della pandemia.

I dati in nostro possesso, all’estero, in Europa e in Italia, non dicono che il virus è in regresso, semmai che i provvedimenti posti in atto gli stanno mettendo intorno delle barriere e comunque c’è qualcuno che in Spagna e in Francia pensa di reintrodurre fasi di lockdown, quanto meno territoriale.   

E’ bastato, soprattutto tra i giovani, che comportamenti di vicinanza fisica e di abbandono delle mascherine si siano diffusi, ed ecco che il contagio è tornato ad alti livelli. Le terapie intensive non sono vuote, semmai il sistema sanitario sta reagendo bene. Ma tra il dire che mi so difendere dal nemico, e il dire che il nemico sta abbandonando la lotta, o è addirittura in rotta, ce ne passa. 

Di conseguenza, l’adozione delle mascherine è tuttora una necessità preventiva e precauzionale; anzi, c’è da dire che se tutti nei casi dovuti indossassero le mascherine chirurgiche, quelle da 0,50 euro l’una, non  ci sarebbe necessità di acquistare le ffp2 a 5 euro l’una; ma finché c’è un irresponsabile che non adotta la mascherina a contatto con gli altri, o la indossa in modo sbagliato, io sono costretto ad usare la più costosa ffp2. 

Qualcuno obietterà che si coarta la libera scelta individuale. Ebbene no: in  periodi di emergenza (e l’emergenza la detta la scienza prima ancora di un governo) chi pensa di fare di testa propria è un individuo pericoloso e asociale, non un libero pensatore.

La seconda obiezione riguarda l’affidamento a FCA di un contratto di produzione di milioni di mascherine al giorno. 

Per una corretta difesa personale in tempo di pandemia, a seconda dei casi possono essere necessarie almeno un paio di mascherine al giorno per ogni individuo, che vada al lavoro, a fare spesa o ad abbeverarsi di cultura in biblioteca.  Quindi grosso modo, in Italia, al netto degli infanti, dell’anziano defedato costretto a vivere in casa e del libero pensatore immerso alla finestra nei suoi pensieri sull’infinito, ogni giorno potrebbero essere necessarie tra 40 e 50 di milioni di mascherine.

Numeri che solo grandi imprese industriali possono assicurare. E che in Italia ci siano industrie in grado di farlo - e ad alto livello tecnico-professionale - senza cedere a ricatti internazionali e dando lavoro alla gente, è un cosa buona e giusta.  D’altronde, la riconversione industriale è un processo tipico del cambiamento, che lo si intenda come progresso o meno.

Ma forse, per rendersi conto di tutto ciò, sarebbe necessario toccare con mano, non solo con la mente che spesso vola troppo in alto, certi problemi, interrogando coloro che la pandemia l’hanno guardata negli occhi.

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L'articolo di Paolo D'Arpini a cui si riferisce Francesco Mattioli

Mascherine ed affari

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