Molti e molti anni fa, in una giornata calda e snervante, un soldato, di nome Achille, si fermò a una locanda che offriva caraffe di un vinello fresco e leggero, ma traditore.
Achille ne tracannò un bel po'. Così, brillo e malfermo sulle gambe, si lasciò trascinare in un duello con un nobile cavaliere di nome Ettore. II duello non durò a lungo perché il soldato Achille, anche se brillo, sapeva maneggiare con grande abilità la spada e alla fine il cavaliere Ettore giaceva a terra, ucciso. Col passare del tempo il rimorso per quell'omicidio perseguitava il soldato Achille che si ritirò dal mondo e si fece eremita sui fianchi di una montagna scoscesa.
Ma il suo tormento bruciava ancora. «Come potrò espiare la mia colpa?», si chiedeva. Ogni giorno, vedeva passare davanti alla sua capanna la lunga fila degli abitanti del villaggio vicino, carichi di pesanti fardelli, che dovevano arrampicarsi penosamente sulla montagna scoscesa per raggiungere l'altro versante della montagna. Un'idea generosa illuminò il suo cuore: «Scaverò una galleria nella montagna ed eviterò alla gente il lungo e faticoso tragitto!».
Si mise immediatamente all'opera. Ci mise tutte le forze e tutta l'energia, e metro dopo metro, mese dopo mese, anno dopo anno, la galleria avanzava lentamente. Ma intanto il figlio più giovane del nobile cavaliere Ettore, che Achille aveva assassinato tanti anni prima nella locanda, si era messo sulle sue tracce.
Così un giorno, il soldato Achille, diventato minatore per espiare la colpa, trovò un giovane robusto, con la spada sguainata, che lo attendeva all'uscita della galleria: «Sono qui per vendicare mio padre e trapassarti con la mia spada!». «E giusto, amico mio... Concedimi solo il tempo di terminare la mia opera: la gente del villaggio conta così tanto su questo tunnel!».
«D'accordo. Ma quando sbucherai sull'altro versante, troverai la mia spada ad aspettarti! Ti concedo un anno di tempo!» Achille si rimise al lavoro, raddoppiando gli sforzi. Il giovane vendicatore si era accampato nei paraggi per sorvegliarlo, ma non era abituato a rimanere inattivo, così un bel mattino impugnò anche lui un piccone e si mise a scavare nella galleria.
Sudarono e lavorarono, da quel momento in poi, uno accanto all'altro con gran gioia della gente del villaggio che vedeva la galleria avanzare ancora più velocemente nel ventre della montagna.
L'ultimo giorno del dodicesimo mese, i picconi di Achille e del giovane Ettore trapassarono l'ultimo diaframma di parete e i due scavatori uscirono sull'altro versante della montagna. Achille stanco, ma con una luce di soddisfazione negli occhi guardò i giovane. «Adesso puoi uccidermi», disse semplicemente. «Il mio compito è finito». «No!», esclamò il giovane abbracciando l'assassino di suo padre. «Adesso siamo fratelli!».






















