C'erano una volta due paesini, uno sulla riva destra e l'altro sulla riva sinistra di un fiume. Il paese a destra si chiamava Riano Dilà, quello a sinistra Riano Diqua.

Il fiume che scorreva in mezzo ai due paesini, quasi sempre placido e tranquillo, si chiamava Orco. Il fiume non poteva essere attraversato.

In verità non sarebbe stato così difficile, ma non esistevano ponti e, soprattutto, nessuno ci provava. Questo accadeva perché quelli di Riano Dilà odiavano con tutte le loro forze gli abitanti di Riano Diqua. Quando qualche "dilaese" vedeva qualche "diquaino" sull'altra riva del fiume, come prima cosa lo investiva con coloriti insulti e poi, esaurite le parolacce, incominciava a tirare pietre.

Chi stava sull'altra riva faceva la medesima cosa. Le pietre non arrivavano mai da una riva all'altra, per fortuna. Facevano "pluf!" nell'acqua. Quel rumore era diventato abituale. Quando si sentiva qualche "pluf!", significava che qualcuno si era avvicinato troppo alla riva. Anche i bambini, quando d'estate si tuffavano nell'acqua chiara dell'Orco, non superavano mai la metà del fiume.

Le rare volte in cui questo succedeva, i piccoli "dilaesi" e i piccoli "diquaini" se le suonavano di santa ragione. Tutto andò così fino a un certo autunno. Quell'anno cominciò a piovere alla fine di settembre. In principio era caduta la solita pioggia autunnale, fresca e dolcemente malinconica. A metà ottobre, i cielo cominciò invece a rovesciare torrenti d'acqua e il buon vecchio Orco fu costretto a uscire dal suo letto.

L'acqua invase i campi vicini alle rive, poi, lentamente ma senza interruzioni, arrivò nei paesi. «Prima o poi smetterà di piovere», pensavano a destra e a sinistra dell'Orco, anche se, non essendoci più le rive del fiume, era difficile capire dove cominciassero e dove finissero la destra e a sinistra.

L'acqua che scendeva dai monti gonfiava il fiume, che allagò il pianterreno delle case. La gente si rifugiò ai piani superiori, poi nelle soffitte e sui tetti. Quando finalmente tornò il sereno, i due paesi si scoprirono uniti dall'abbraccio dell'acqua. La straordinaria alluvione, però, aveva determinato un fatto singolare.

I sindaci avevano organizzato squadre di salvataggio per portare all'asciutto i concittadini e i loro animali. Le squadre si muovevano con gommoni, barche, barchette e tutto ciò che rimaneva a galla. Siccome non era facile governare le imbarcazioni, ognuna salvava i primi che trovava. Così barche di "dilaesi" avevano caricato "diquaini" o viceversa.

Il fatto singolare è che nessuno ci aveva fatto caso. Ultimi, sul tetto dei rispettivi municipi, attaccati all'antenna della televisione, rimasero i due sindaci. Ognuno stringeva la fascia, simbolo del paese. A prendere i sindaci andò una barca sola. Riluttanti fino all'ultimo, con una smorfia significativa, i due sindaci si sistemarono uno vicino all'altro, senza smettere per questo di guardarsi rigorosamente in cagnesco.

Il fiume aveva formato gorghi e rapide. Sicché la barca ad un certo punto iniziò a inclinarsi paurosamente e gli augusti passeggeri comunali ruzzolarono poco dignitosamente uno sull'altro. Finalmente capirono. Ridendo si abbracciarono. I loro concittadini, che li guardavano da lontano, in qualche modo intuirono l'accaduto e tutti insieme gridarono: «Urrà!». La giornata si concluse con una bevuta colossale.

Oggi l'Orco scorre placido e tranquillo. Le sue rive sono unite da un bellissimo ponte. E per trovare il posto, basta cercare sulle carte geografiche il nome di Riano.

Semplicemente.

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