Stefano Aviani Barbacci

San Pietro in Montorio: luogo di sepoltura di Hugh O’Neill
C’è una chiesa a Roma che non tutti conoscono: S. Pietro in Montorio (Ecclesia Sancti Petri Montis Aurei), edificata tra il 1472 e il 1500 dai cappuccini in splendida posizione sul Gianicolo. Con le strutture conventuali connesse (che accolgono l’Accademia di Spagna e il celebre “tempietto” del Bramante) deve la propria attuale sistemazione all’interessamento e alla protezione dei sovrani di Spagna fin dall’epoca dei “re cattolici”: Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia.
Vale la pena di dare un’occhiata alle lapidi marmoree nel pavimento di fronte all’altare con le loro iscrizioni in latino. Lì sono sepolti quattro “ribelli” irlandesi: Hugh O'Neill (1550-1616), conte di Tyrone (Ulster); il di lui figlio Hugh (1586-1609), barone di Dungannon; Ruair O’Donnell (1575-1608), conte di Tyrconnell (Donegal); Cathbarr, fratello minore di quest’ultimo (1583-1608). Tutti morti in giovane età con l’eccezione dell’anziano leader, il conte di Tyrone, di 66 anni.
Manca all’appello Hugh “Roe” O’Donnell (1572-1602) del quale solo di recente sono stati riconosciuti i resti a Valladolid (Spagna), nella Capilla de las Maravillas del convento francescano della città. Vi era giunto per perorare la causa del suo Paese presso la corte di Filippo III d’Asburgo, dopo essere evaso dal Castello di Dublino (aveva riportato nella fuga una frattura che ne ha consentito l’identificazione). Morì il 10 Settembre 1602, avvelenato dalla spia inglese James Blake.
Hugh O’Neill: dettaglio del volto, da un ritratto dei primi del ‘600
Canzoni e poesie ricordano in Irlanda l’abbandono dell’isola da parte di quel che restava della nobiltà gaelica alla fine del XVI secolo. Nel linguaggio allegorico del tempo ci si riferì a questa partenza come al “volo delle anatre selvatiche” (the flight of the wild geese), una metafora che aveva evidentemente il significato della speranza di un ritorno in patria, di una conclusione favorevole che tuttavia si sarebbe rivelata presto impossibile.
Presso le loro corti si era parlato latino e gaelico, le loro case avevano accolto secondo le antiche consuetudini gli uomini d’arte e di lettere. Tra questi ultimi gli estensori degli Annali dei 4 Maestri, una cronaca delle vicende dell’isola fin dalle epoche più remote e la storia degli O’Neill affondava nella notte dei tempi: il patronimico proviene da un più antico Uî Néill a indicare la stirpe di Niall Noígíallach (Niall dei 9 ostaggi), Ard-Rí na hÉireann (re supremo d’Irlanda) mille anni prima.
La popolazione del’Ulster si riferiva comunemente a Hugh O’Neill come al “Grande O’Neill” (The Great O’Neill). Amici e nemici erano concordi nel crederlo l’unica figura con un carisma sufficiente (e sufficienti truppe addestrate) da poter condurre, con ragionevoli probabilità di successo, una guerra di vasta portata contro i Sasanach (sassoni), come erano ancora chiamati i colonizzatori inglesi nell’isola a cavallo dei secoli XVI e XVII.
Educato in Inghilterra, si tentò di fare di Hugh (benché cattolico) un alleato della Corona. Non incline alla guerra, fu garante di un complesso equilibrio finché la tracotanza del conte di Essex, luogotenente di Elisabetta I Tudor, non lo spinse ad un mutamento d’animo e di partito. Per quattro anni costrinse gli inglesi lontani dai suoi domini e, il 14 Agosto 1598, colse a Yellow Ford una vittoria schiacciante sull’esercito di sir Henry Bagenal, penetrato imprudentemente nell’Ulster.
A quei successi seguì il disastro di Kinsale (1601), porticciolo lungo la costa meridionale dell’isola dove era fortunosamente sbarcato un corpo di spedizione spagnolo. Gli uomini di Hugh O’Neill e di Hugh “Roe” O’Donnell percorsero l’isola da Nord a Sud senza riuscire a riunirsi a quelli di don Juan del Águila assediati dentro Kinsale. Non rimase ai principi altra scelta che affrontare in campo aperto l’esercito di Elisabetta, ora comandato dal temibile sir Charles Blount, barone di Mountjoy.
Un poema rievoca quella disfatta: “Tir-Eoghain: Terra di Owen, territorio degli O’Neill; spettrale il passo dei Gallowglass (l’élite militare dell’Irlanda gaelica ndr) scalzi degli O’Hagan, in marcia per riunire le forze a Dungannon. E poi avanti verso il Sud, fino a Kinsale! Ma il sonoro grido di guerra è reinghiottito in spirali di pioggia nera e nebbia. I nemici di Elisabetta, orgoglio dell’Ulster, affondano nella torba del Munster.” (J. Montague. Il Campo Abbandonato, 1999).

Un Gallowglass della fine del secolo XVI: élite militare dell’Irlanda gaelica
Kinsale segna il tramonto definitivo dell’Irlanda gaelica. Hugh O’Neill, trattato in un primo momento con prudente indulgenza dai vincitori, ricevette l’ordine di lasciare la sua residenza per presentarsi al cospetto del nuovo re, Giacomo I Stuart. Sapeva bene che se l’avesse fatto sarebbe stato arrestato con false accuse, imprigionato nella Torre di Londra e forse ucciso. Se non fosse andato, la sua sarebbe stata una prova evidente di slealtà nei confronti del sovrano.
Privo di alternative, ma speranzoso di poter rientrare in Irlanda alla testa di un’armata sostenuta dalle potenze cattoliche, finse di obbedire e, il 14 settembre del 1607, si imbarcò invece per la Francia. Non sarebbe mai più tornato. I sovrani di Spagna e Inghilterra avevano trovato un accordo e de facto la libertà d’Irlanda era stata sacrificata sull’altare della coesistenza tra le potenze. Il destino della verde isola era ormai nelle mani dei suoi nemici.
Accolti a Roma dal papa Paolo V, quegli esuli attesero invano che la Spagna riprendesse la guerra contro l’Inghilterra. Nel frattempo il loro Paese restava esposto al fanatismo rapace dei nuovi padroni. “Abbiamo ucciso, incendiato e saccheggiato tutto … non risparmiamo nessuno, quale che sia il rango, l’età o il sesso, e l’effetto è di terrore ancor maggiore per gente che da tempo non vedeva né tamburo né incendio”, così scriveva un capitano inglese in una lettera del 1607.
Le terre furono requisite e assegnate ad avventurieri e soldati che avevano servito sotto Elisabetta e Giacomo. La letteratura epica e le antiche cronache, le antiche leggi, gli arpisti ed i poeti, infine il cattolicesimo cui l’Irlanda era rimasta fedele malgrado la Riforma… tutto fu condannato al rogo o all’oblio come espressione di una cultura barbara e idolatra. I beni dei sopravvissuti furono espropriati e i segni della loro cultura cancellati.
Il paesaggio rurale irlandese è ancor oggi segnato dalle rovine di povere case abbandonate e di antiche abbazie e chiese rase al suolo dai soldati della Riforma. Testimonianza muta di una tragedia che si sarebbe prolungata per 200 anni e di molte generazioni di “figli di Erin” dispersi per il mondo. “Come cocci d’una cultura perduta, le capanne sparse sui declivi. Ricordo quando furono abbandonate…” (J. Montague. Il Campo Abbandonato, 1999).
Il 20 Luglio del 1616, si spegneva a Roma (nell’Ospedale di S. Spirito in Sassia) Hugh O’Neill, il primo di tanti esuli. Nella sua lingua natale il nome era stato: Aodh Mór Uî Néill. Colto e poliglotta, convivevano in lui due distinte figure: il capo della propria gente secondo le consuetudini ancestrali dell’Irlanda gaelica e l’umanista rinascimentale, protettore della cultura e delle arti secondo un modello che proprio in Italia, il paese che infine lo accolse, aveva visto la sua massima espressione.
La lapide che a Roma indica il luogo della sua sepoltura riporta la seguente iscrizione in latino: D.O.M. Hic Quiescunt Ugonis Principis O’Neill Ossa. Gli Annali dei 4 Maestri, in Irlanda, si concludono con le seguenti parole: “il principe morto lontano da Armagh era un signore potente, pio e caritatevole, tanto mite e gentile con i suoi amici quanto severo e fiero con i suoi nemici; la bontà di Dio gli fece dono di poter esalare l’ultimo respiro a Roma, metropoli della Cristianità”.






















