

Francesco Mattioli, Sociologo
Mi sono domandato spesso quale sia la vera differenza tra un credo, un’idea, un sistema di valori, e la loro applicazione pratica nel flusso storico dell’esistenza del genere umano.
Da sociologo avrei la risposta pronta: la differenza sta fra il dire e il fare, dove il fare incontra ostacoli, percorsi alternativi, pertugi, stimoli, condizionamenti che lo allontanano sempre più, negli effetti, dal disegno originario del dire.
Un po’ quello che passa tra fede e religione, essendo questa la ritraduzione storicizzata della prima. Così accade che nelle Tavole della Legge si legga “non uccidere”, poi però gli ebrei fanno piazza pulita dei popoli che occupavano da tempo la Terra promessa; che nel Vangelo si parli di una religione dell’amore e in nome di Cristo si siano perpetrati sanguinosi delitti; che Marx rivendichi i diritti di un proletariato ridotto a servitù e in suo nome si realizzi uno dei peggiori sistemi dittatoriali della Storia recente; che la Destra storica rivendichi una purezza etica, comportamentale, fatta di ideali e di valori alti, e in nome di questa si passi tranquillamente alla Shoah.
Poi ci sono quelle dottrine orientali che perseguono la purezza interiore dell’individuo, ma non muovono un dito su quel che accade loro intorno, semmai mostrando tanta immobile compassione. Infine c’è un Islam che, raccogliendo qua e là alcuni principi delle religioni mediorientali, ma preoccupato soprattutto di esprimere i criteri di ordine sociale e culturale di un popolo nomade, esprime pietà per la vedova e allo stesso tempo la avvolge in un burqa affinché nulla di lei abbia più valore.
In tali casi, verrebbe voglia di assumere un atteggiamento “laico”, in tutti i sensi, scevro dal coinvolgimento ideologico o religioso, lontano dal rischio di predicare bene e razzolare male. Laico però ha significati diversi.
Laico è chi rifugge le religioni e le ideologie, senza tuttavia liberarsi da altri credo di natura ideale, che ne determinano fatalmente pensiero e condotta.
Laico è chi sposa il razionalismo supponendo di trovare una risposta logica e quindi incontrovertibile ai quesiti del mondo, dimenticando che neppure la scienza riesce ad essere oggettiva.
Laico è chi si affida ai meccanismi della natura ritenendo che le sue leggi siano le uniche funzionali alla sopravvivenza, ma così mortificando il pensiero umano, che è creativo e possiede il libero arbitrio della scelta.
Laico è chi si apre senza vincoli a tutte le suggestioni del mondo, senza prenozioni e prelazioni, ma finisce per essere farfalla che vola di fiore in fiore senza trovare un filo conduttore della vita e quindi una identità. Così, alla fine, chi sposa religioni e ideologie, ma anche chi si professa laico e allergico ad ogni vincolo, nel tentativo di non farsi inquadrare nel pensiero unico, finisce per cadere nell’equivoco di un approccio sincretico, quasi volesse trarre il meglio, di volta in volta, da ogni sistema di valori.
I sincretismi sono degli ottimi strumenti di ordine sociale; nell’Impero Romano hanno tenuto insieme uno stato gigantesco composto da popoli e culture diverse per almeno quattro secoli. Ma dal punto di vista dei valori, dello sviluppo del pensiero umano, della conoscenza, i sincretismi sono un compromesso, un rallentamento filosofico, conducono inevitabilmente alla notte gnoseologica ed epistemologica in cui tutte le vacche sono nere.
E allora?
Facendo la tara su quegli aspetti che sono “storici”, che sono destinati a mutare e che noi stessi con la nostra partecipazione attiva, “politica”, possiamo contribuire a mutare, una scelta può essere fatta tra i vari sistemi etici, definiti religiosi o meno che siano.
Personalmente sono stato educato a considerare l’essere umano come una risorsa e come l’espressione più alta del creato (o del mondo manifesto). Perché ha autocoscienza, capacità di decidere e quindi di esprimere un pensiero libero, di assumersi responsabilità e di costruire un sistema etico che può sottrarsi alle mere leggi della natura.
Il fatto di essere capace di creare dal nulla, con l’invenzione o la fantasia, o di trasformare le cose in altre, con la tecnologia, piegando la natura alla propria volontà, non so se lo rende un Dio, o gli fa condividere parte di una natura divina. Di certo, è destinatario di un particolare rispetto, ed quindi soggetto di azioni reciprocamente positive tra i suoi simili.
La Dichiarazione dei Diritti Universali dell’Uomo mi sembra che si avvicini molto a questa idea di un soggetto attivo, libero, autocosciente e degno di rispetto. Ma nessuna religione e nessun sistema ideologico, in linea di principio, mi dà la garanzia che l’essere umano come tale sia rispettato e sia soggetto di relazioni “amorose”, cioè reciprocamente positive con i propri simili.
Beninteso: non sto parlando delle derive storiche di una religione o di una ideologia, sto parlando dei loro principi fondamentali. E allora, nella tutela della dignità, della libertà e dell’uguaglianza tra esseri umani non mi convince la religione ebraica, che sussume l’idea di un popolo eletto; non quella islamica, che si fonda sulla discriminazione; non il marxismo che scambia l’uguaglianza per la mortificazione del pensiero libero; non le ideologie nazionaliste e suprematiste, che fanno scempio della diversità; neppure il liberalismo, che lascia sfrenata la competizione; né il buddismo che spinge l’individuo a compiacersi di sé stesso; e neanche il naturalismo che immerge l’Uomo nella natura e lo fa scomparire in essa.
Tutti hanno dei meriti e taluni, o molti, demeriti. Il Cristianesimo, al contrario, è la religione che si fonda su due concetti fondamentali: “amatevi gli uni con gli altri” e “agite per fare del bene agli altri”.
Il primo garantisce il rispetto e la valorizzazione dell’essere umano come spirito libero, creativo e titolare di una inalienabile dignità; il secondo spinge a farsi parte attiva nella società per garantire ad ogni individui il rispetto che merita.
Penso che la “religione” cristiana non sia ancora giunta a realizzare questi obiettivi; troppo maschilismo, troppa gerarchia autoreferenziale, troppi compromessi, troppi ritualismi. Sui quali spesso i “laici” insistono per dimostrare la fatuità e l’opportunismo del Cristianesimo e più in generale di ogni religione, senza rendersi conto delle intrinseche debolezze, delle aporie e delle malcelate contraddizioni che albergano anche nei loro sistemi di pensiero..
In ogni caso, il Cristianesimo è l’unico sistema di valori che può aspirare “in linea di principio” a realizzare, o ad ispirare, la pienezza dell’Uomo storico. Per questo motivo, riprendendo all’inverso il titolo di un libro di un inveterato ateo come Piergiorgio Odifreddi, e ispirandomi invece alla battuta di un grande agnostico come Benedetto Croce, asserisco che se vogliamo tutelare l’essere umano e noi individui, “non possiamo non professarci cristiani”. Possibilmente impegnandoci di più a cambiare ciò che ancora non va nel Cristianesimo.






















