
Giuseppe Bracchi Giornalista pubblicista – Avvocato TERU Umbria
La democrazia è un sistema politico che si affaccia alla ribalta con la Rivoluzione francese, sembra trionfare nel 1919 sulle ceneri della vecchie monarchie autoritarie, per poi ricadere nel punto più basso a cavallo della II Guerra mondiale e poi risorgere come l’Araba Fenice dal 1945 fino ai nostri giorni.
La Chiesa cattolica non è rimasta immune da tutti questi veri e propri rivolgimenti storici ed epocali, assumendo di volta in volta atteggiamenti di apertura o di chiusura in oltre duemila anni di esistenza, passando attraverso gli Stati più disparati e le più differenti forme di governo. Così come i cristiani, sempre sudditi e cittadini fedeli alle autorità che governano e nel rispetto delle leggi con le quali governano, secondo la raccomandazione dell’Apostolo Pietro. Ma sempre pronti ad obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, quando il volto del potere si volge contro il bene comune di tutti e di ciascuno, esigendo la corruzione dei costumi, della morale, dell’etica, della religione, secondo i principi della ragione di Stato. Lo testimonia il sangue dei martiri, ieri come oggi.
Ne dà testimonianza quella immortale e meravigliosa opera apologetica che ancora oggi per molti costituisce un paradosso: la Lettera a Diogneto. Il culto ed il comportamento dei cristiani svelano la vera natura di Cristo, il già e il non ancora, tensione ideale, spesso drammatica, non esemplificabile, testamento spirituale di chi non riconosce alla città, al mondo di dettare le regole del loro fine, e tuttavia non si staccano da essa e cercano di collaborare con tutti per costruire la città terrena. Non enfatizzano il loro essere nel mondo a scapito del “non essere”, per evitare di cadere nella trappola del secolarismo, al tempo stesso, non enfatizzano il non essere del mondo per non cadere nella trappola opposta: l’angelismo della fuga come diceva Lazzati.
Questa Lettera si dimostra di stringente attualità soprattutto oggi che viviamo in tempi di indifferentismo, scetticismo, di relativismo etico, morale e religioso, dove l’indicatore più evidente, per riprendere l’analisi fatta a suo tempo dal prof. Sergio Cotta, è proprio quella corruzione morale che si è andata diffondendo a tutti i livelli ed in tutte le sue componenti sociali, politiche ed economiche. L’idea dello stato nazione è in crisi, così come è in crisi l’idea stessa che dell’Europa avevano i suoi padri fondatori, dal momento che il Vecchio continente ha rinunciato alle radici cristiane, quale unico collante in grado di tenere insieme popoli diversi per cultura, costumi, lingua e tradizioni.
L’Europa e gli stati che la compongono soffrirebbero, insomma, di anomia: “Elaborata da Emile Durkeim alla fine del secolo scorso, essa designa la perdita (l’incertezza, lo smarrimento) dei punti di riferimento comuni – i c.d. valori, le norme, le regole, le credenze, le “evidenze etiche” - che danno luogo ad una entità culturale sovraindividuale, costitutiva del vincolo sociale. E’ una condizione sociologicamente oggettiva e sociale, ma anche soggettivamente psicologica e personale”. (Sergio Cotta). E’ una condizione che interpella l’uomo non soltanto sul piano della comprensione che ha di sé, ma anche su quello della conoscenza, sul piano dei rapporti interpersonali, ma anche su quello dei rapporti civici: Chi sono io e chi è l’altro? (Pensiamo per un istante al tema dell’alterità elaborato dal filosofo Levinas: il volto della persona che ho davanti mi pone delle domande alle quali io devo rispondere). Chi sono io in quanto cittadino, politico, lavoratore, magistrato e via discorrendo? Sono domande alle quali non possiamo non rispondere se vogliamo che le decisioni morali e le loro esplicitazioni pratiche siano comprensibili.
Leone XIII, profondo conoscitore della filosofia tomista e convinto assertore della sua diffusione e del suo studio in tutte le università cattoliche e in tutti seminari in cui si preparavano i futuri sacerdoti (insegnamento ed ammonimenti oggi del tutto dimenticati, per lasciare il posto ai mostri sacri del modernismo e della nouvelle theologie cattoliche, da Ranher al suo allievo Kasper, passando per Kung), nonché padre e fautore dell’attuale Dottrina sociale della Chiesa (quella ovviamente ancorata alla fede e al dato rivelato, non quella che ne fa una sorta di Manifesto Progressista alla Ernesto Buonaiuti), Leone XIII fu colui che in mezzo alla tempesta in cui, a quei tempi, navigava la navicella di Pietro, si rese conto che i cattolici, di fronte alla marea montante del socialismo e alla democrazia nata sulle ceneri del giacobinismo, della Rivoluzione francese e dall’Illuminismo sostanzialmente massonico ed anticristiano, i cattolici avevano bisogno di essere spronati a tornare nell’agone, per dare il loro contributo originale alla costruzione della città terrena, senza rinunciare ai presupposti della fede, ma anzi vivificando attraverso l’azione dello Spirito ed il dono della Grazia, quanto di buono le nuove idee avevano rivendicato sul terreno dell’uguaglianza degli uomini, della pace e l’ordine sociale, dei diritti dei più deboli davanti all’arbitrio dei potenti.
Divide e fa ancora discutere gli storici della Chiesa, l’Enciclica che Leone XIII volle indirizzare proprio ai cattolici francesi chiusi in una sorta di Aventino dopo la caduta dell’Ancien Regime: Au milieu des Sollecitudes del 1891, quel ralliement (avvicinamento, accostamento) come tentativo di recuperare le nuove idee alla luce della dottrina cattolica e dei suoi principi sorretti dal diritto naturale (inteso non come primordiale, innocente stato di natura roussoniano, derivato dal giusnaturalismo di Altusio, Grozio e Pufendorf, uno stato di natura, peraltro, nella sua essenza mai chiarificato, mai conosciuto se non addirittura inesistente e contro il quale si sono scagliati perfino filosofi come Hobbes, in particolare nella parte prima della sua opera “De cive”, dedicata alla politica, dove il Nostro rifiutando in toto l’aristotelica visione dell’uomo animale naturalmente socievole, pensa invece l’uomo come essere in preda agli istinti, il bellum ominium contra omnes, perché sostanzialmente l’uomo è lupo verso i suoi simili: homo homini lupus. Sartre non dirà praticamente la stessa cosa secoli più tardi quando sosterrà che l’inferno sono gli altri? E siccome il sonno della ragione genera mostri, la mente politica di Hobbes partorì il Leviatano, il dio mortale in terra al quale i sudditi devono cieca obbedienza, perché solo attraverso lo Stato di Paura si può mantenere la pace e l’ordine sociale: paura della povertà, della guerra, della morte. Per dirla con Hegel, sintesi assolutistica, della tesi contrattualistica dello stato e delle sua antitesi, ovvero la pace concepita non come qualcosa, ma come assenza di qualcosa.
Devo confessare che, secondo la mia modesta opinione, oggi vedo affermarsi parecchie idee di Hobbes nell’agire politico, sociale ed economico di tante sedicenti democrazie, non esclusa la nostra. Le vicende legate all’attuale pandemia sono davvero rivelatrici di un agire democratico assai discutibile e contro il quale lanciarono, per esempio, i loro strali Oswald Spengler e il pur discusso e discutibile Carl Schmitt. Per il primo dei due, la democrazia è quel sistema politico che si istaura allorché la massa, manipolata dai mezzi di informazione, finisce per cedere quel che le si è voluto far credere e scambia tale manipolazione con l’esercizio della propria libertà. Una critica ed insieme una denuncia che nella loro radicalità ed estremizzazione investono l’essenza stessa della democrazia. Con Schmitt si arriva addirittura al paradosso che l’opposto della democrazia non sarebbe la dittatura, ma il parlamentarismo fondato sulla separazione dei poteri di matrice liberale. L’elemento fondamentale sono i partiti politici quali espressione dei gruppi di potere di natura economica, politica che non perseguono il bene comune, non hanno interesse a governare, ma indirizzerebbero le risorse dello stato nella direzione a loro più conveniente. Sarà per questo motivo che Schmitt non nascose poi tanto bene le sue simpatie verso il nazismo? Giro la domanda agli storici ed ai filosofi.
Credo che un nocciolo di verità ci sia sempre anche nelle critiche più radicali. Ma credo anche che l’aforisma di Churchill, secondo il quale la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre che ci hanno fino adesso governato, possa costituire ancora oggi un valido punto di riferimento ed uno stimolo per evitare di gettar via oltre all’acqua sporca anche il bambino e per elaborare e rielaborare invece, non in maniera perfetta, ma sempre perfettibile, il pensiero degli uomini che la storia ci ha consegnato, nel bene o nel male. (Continua)






















