
Enrico Clementi – Educatore, Formatore, Consulente e trainer educativo
L’articolo precedente focalizzava sulle modalità di attuare un cambiamento professionale o di vita, suggerendo di valutando, non diversamente da un’analisi di progetto formale e muovendo a ritroso:
- risultati attesi,
- finalità del cambiamento,
- obiettivi,
- risorse disponibili (materiali e non),
- tempistiche,
- azioni,
- […]
Suggerendo pure che un cambiamento, nell’attuale temperie socio-economica, sia direzionato in termini di:
- sostenibilità,
- ecologia mentale (nella necessaria relazione all’ambiente),
- solidariatà, ovvero non autoreferenzialità.
In questa seconda parte ci spingiamo oltre e ci domandiamo: è sensato pensare di passare da un settore professionale ad un altro in un momento come quello che stiamo vivendo? Cambiare non solo contesto aziendale o stile di vita, ma settore di riferimento?
La risposata è sì. Non solo è sensato, ma è anche opportuno operare una valutazione in tal senso, visto che alcuni ruoli sono stati messi in discussione e interi settori sono destinati a riorganizzarsi e a cambiare le proprie vision e mission.
Alcuni ambienti lavorativi, in modo forse anacronistico, continuano ad enfatizzare il “senso di appartenenza” del lavoratore, ponendo tale appartenenza come sorta di prerequisito essenziale e non come obiettivo.
Di più, continuano ad enfatizzare l’appartenenza, in un contesto culturale aziendale dove a prevalere è il lavoro per progetti e la logica dello start-up; attraverso la quale logica si esplorano, si tentano possibili attività produttive, ma dove ad essere strutturale è il possibile fallimento delle idee stesse.
Anche il concetto di “fallimento”, quindi, è un concetto da rivedere e che non ha più lo spessore, il significato, che poteva avere per le generazioni scorse. Diversamente da esse, se oggi non siamo disposti a fallire e a fallire nuovamente nelle nostre progettualità, rischiamo l’immobilismo, se non l’inattività.
Ho letto ultimamente in LinkedIn un’intervista di Andrew Seaman a Jenny Blake, esperta delle tematiche in oggetto e autrice di “Pivot” (Penguis Books Ltd). Secondo la Blake sono tre i fattori da considerare quando si pensa al passaggio ad un nuovo settore professionale:
- il primo è la tolleranza al rischio e l’apertura verso l’incertezza - che sono fortemente connesse (aggiungo io) al grado di “apertura” o “chiusura cognitiva”, così come inteso da Kruglanski (1989).
- Il secondo è il nostro “cuscinetto finanziario” - che, se minimamente attenti alle oscillazioni del mercato lavorativo di questi anni e al trend recessivo, dovremmo avere provveduto a creare.
- Il terzo è se sentiamo il bisogno di spostarci in un nuovo settore o in un settore affine, indipendentemente dagli ostacoli che potremmo affrontare e indipendentemente dall’eventuale bisogno.
Una persona a cui non piace il cambiamento e che non ha risorse sufficienti per resistere ad una ricerca di lavoro, certamente potrà pensare con difficoltà ad una prospettiva del genere.
Come detto nel precedente articolo, il network è la chiave per qualsiasi ricerca di lavoro, indipendentemente dal settore che stiamo esplorando.
Fondamentale poi valorizzare le cosiddette "skills trasferibili".
Secondo Caroline Ceniza-Levine, autrice di un pezzo dedicato a questo argomento su “Forbes”, il cambiamento dovrebbe essere preso in considerazione se il proprio settore di riferimento o la propria industry, richiede troppo tempo per riprendersi e comunque più di quanto siamo disposti o possiamo aspettare. Cfr. link https://www.forbes.com/sites/carolinecenizalevine/2020/05/10/should-you-change-careers-because-of-the-pandemic/#522dc9492227
Enrico Clementi – Educatore, Formatore, Consulente e trainer educativo
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- pure: L’altra educazione – Perspectives in Educational Work https://educationaltutoring.wordpress.com/






















