

Francesco Mattioli, sociologo
Lo stimolante intervento di D’Arpini su evoluzionismo e creazionismo mi induce ad un commento, ad un incrocio di fioretto intellettuale.
Mettiamo il caso che l’universo non abbia senso; cioè che il suo senso glielo affibbiamo noi.
Senza di noi, nell’universo non si coglierebbero relazioni di causa ed effetto, il prima e il dopo, i colori, i meccanismi di funzionamento. Insomma non sarebbe “fenomeno” perché non avrebbe a chi manifestarsi.
Mettiamo dunque che l’universo semplicemente è. Ma anche il suo “essere” è dubitabile: non è né discutibile, né pensabile in sé, se nessuno c’è a prenderne atto. Diciamo quindi che è ineffabile.
Poi c’è l’essere umano, che possiede una mente in grado di produrre idee astratte e dei sensi in grado di percepire l’universo. Anche qui, occorre intendersi: con “questi” sensi noi percepiamo, anzi costruiamo, una certa “immagine” dell’universo; ad esempio lo percepiamo come materia, colorato, apparentemente uguale a sé stesso ma sempre in evoluzione.
Con altri sensi, potremmo “vederlo”come un insieme di onde ma senza colori e forme o con altri colori e altre forme. L’essere umano poi vive in un mondo sostanzialmente a sua immagine, a cui attribuisce significati: la natura, ad esempio, quindi la “vita” o il susseguirsi di una “luce” e di una “notte” che danno l’idea del “tempo”, anzi di un tempo a misura nostra (non siamo in grado di concepire se non nebulosamente l’eternità), delle relazioni causali, ecc.
Quel che distingue in tutto questo scenario (ma anche il termine scenario è riduttivo, specie se avessero ragione i teorici del multiverso) l’essere umano, è il fatto che lui è autoscosciente, consapevole di sé, si pone interrogativi e obiettivi complessi, attribuisce senso ragionandoci su, non in termini meramente istintuali.
E’ certamente settoriale nelle sue conoscenze, perché è molto limitato rispetto all’universo, ma la sua fantasia creativa si spinge fino ai limiti dell’universo stesso, ovvero - come l’universo- non ha limiti, perché le idee non hanno necessariamente limiti.
Detto così, sembra che l’essere umano sia ad un livello superiore rispetto al mondo materiale, perché lo può concepire, mentre non accade il contrario. Solo che l’essere umano non c’è sempre stato, e come individuo dura anche un battito di ciglia. Non sono di quelli che pensano che esistano altre forme di vita intelligente nell’universo, semplicemente perché non credo che sia necessario pensarlo. La differenza è solo tra pensiero e materia: può darsi che abbiano ragione quegli studiosi che hanno trovato nei recessi materiali del cervello anche i sentimenti, come l’invidia, la generosità e magari lo spirito prometeico dell’homo sapiens, ma poi questi pensieri vivono di vita propria finché il supporto materiale glielo consente.
L’essere umano non è stato creato in un batter d’occhio come vogliono i creazionisti, tanto meno l’universo, che, per quel che vale, potremmo anche considerare increato. Né gli evoluzionisti la possono fare così semplice, riducendo tutto ad una lotta per la sopravvivenza, compresi i rapporti tra soli e galassie.
Insomma, sorgono l’interrogativi: in questo contesto che ci fa una Mente?
E’ una sommatoria di menti, o qualcosa che va oltre tale sommatoria?
C’è sempre stata o è emersa nel “tempo”?
Se c’è sempre stata dove era prima che la Natura biologica emergesse milioni di anni fa?
Se è emersa, che valore può avere?
Magari puramente transeunte oppure si determina fatalmente un prima e un dopo quella che noi chiamiamo vita e che io ritengo si debba legare soprattutto alla vita pensante?
E soprattutto, se ‘è una mente-pensiero, e se questa mente-pensiero – dal nostro punto di vista limitato - emerge in un certo momento, magari nella nostra coscienza, è possibile che ci sia un prima/dopo e quindi una teleologia?
Se il pensiero è nato, e se il pensiero travalica e supera la realtà, è possibile credere che sia nato per caso, come effetto collaterale della legge del caos? O non sia piuttosto il frutto di un “disegno” nel caos, cioè di un “ordine”, quale che esso sia?
Non sarà che tale disegno sia la naturale evoluzione della realtà, che riproduce sé stessa ai più alti livelli di funzionamento?
Non sarà allora che la Mente, intesa come espansione che va al di là dell’idea di tempo e riflette su sé stessa come coscienza individuale e collettiva è proprio ciò che noi chiamiamo Dio, Creatore, proprio Ciò da cui noi “discendiamo”, anche in senso diacronico?
Se fosse così, se D’Arpini immaginasse questo, quando parla di biospiritualità immanente, di indissolubilità tra spirito e materia, di etica delle relazioni, sarebbe in possesso di una fede bella e buona in Dio, altro che storie… magari di un Dio declinato diversamente; e concepirebbe quindi una religione, un legante tra le menti che si riflettono nella Mente.
Solo che poi, proprio per mantenere questo legante nella vita quotidiana, nella “storia”, la religione deve esprimere delle regole, deve “sporcarsi” con esse e con le sue piccolezze umane. Cioè deve farsi prodotto storico con tutte le conseguenze, anche negative, che ne vengono.
Non creda, D’Arpini, che l’era gilanica – almeno quella descritta da Marija Gimbutas - fosse l’età dell’oro e di una religione spontanea. Semmai era un periodo in cui la divinità maschile e quella femminile avevano un potere paritario, un periodo che dava maggiore importanza alla donna, come creatrice di vita e come elemento fondante della continuità fisica del gruppo-clan, dove al patriarcato si affiancava (non credo si sostituisse) il matriarcato, soprattutto sul piano dell’organizzazione intrafamiliare e della continuità patrimoniale. Ma la conflittualità c’era: quella solidarietà, quell’impegno civile e quel rispetto dell’ambiente di cui vagheggia D’Arpini erano altro: la solidarietà era autodifesa clanica; l’impegno civile, per quanto se ne possa parlare in un contesto tribale, era assicurato da una ferrea distribuzione dei compiti e da regole magiche fatte valere più che altro con il terrore dell’”altro da sé”; il rispetto dell’ambiente derivava dall’impotenza a spiegarlo e a governarlo. Tutto ciò è stato studiato non solo dagli archeologi, ma dagli etnoantropologi cha hanno avuto la fortuna di imbattersi in microsocietà matriarcali arcaiche, potendo quindi osservare dal vivo certi meccanismi tribali.
In realtà, qualsiasi movimento di idee, di senso, di sentimenti, finisce per immergersi nella storia, facendosi condizionare e limitare da essa, dal pluralismo delle menti e dalla complessità delle situazioni umane. E la religione non è che una fede, una opzione etica e filosofico-valoriale che a partire da un Credo viene a determinarsi storicamente.
D’Arpini narra di quando andò dal notaio a fondare la sua associazione vegetariana, espressione di una “spiritualità laica”, per di più “ribelle”. E perché formalizzarla da un notaio? Non bastava la comunanza di idee e di sensi tra chi aderiva?
A cosa serviva la formalizzazione notarile?
A stabilire uno statuto?
A definire i criteri di appartenenza, la proprietà di beni e di simboli?
A fissare un organigramma?
Ad essere rappresentabili in un bando per finanziare iniziative?
E perché “ribelle”?
Contro chi? Contro cosa? Insomma, una associazione libera, naturalistica, idealistica, filosofica, forse persino teosofica, che si doveva “confrontare” con la realtà intorno a lei, non limitarsi ad “essere” ma era costretta ad “esserci”. Cioè a confrontarsi con la storia e a farsi inevitabilmente condizionare dalla storia. Ohibò, proprio come le religioni…






















