Francesco Mattioli, sociologo

L'articolo di Paolo D'Arpini a cui fa riferimento Mattioli
Destino o libero arbitrio?

Parto dall’incipit dell’ultimo articolo di Paolo D’Arpini: “Secondo Ramana Maharshi, tutto ciò che noi viviamo è stabilito dal momento della nascita, la nostra libertà sta solo nel sentirci o non sentirci coinvolti, reagendo con desideri o repulsioni nei confronti del vissuto”.

Confesso che ad un sociologo una visione del genere potrebbe anche stuzzicare. Come ogni scienziato, anche il sociologo è interessato a scoprire le “leggi” prestabilite del mondo, nel suo caso quelle che governano la società, cioè le regolarità immutabili che consentono di compiere  previsioni  e quindi, per certi versi, di controllare la realtà.   E’ stato – e per taluni è – il sogno delle scienze fisico-naturali dai tempi di Aristotele, un sogno che è sembrato raggiungibile a cavallo tra XiX e XX secolo soprattutto dalla scienza positivista e poi da quella più recente di impronta neopositivista.

Riuscire a scovare il “progetto generale” prestabilito, o almeno qualche sua parte, dei singoli individui e quindi, per sommatoria e per induzione, il progetto generale, il meccanismo di funzionamento stabilito per la società, sarebbe un bel colpo. Si pensi che neppure la visione escatologica del Cristianesimo arriva a tanto, lasciando alle opere dell’Uomo, alle sue fatiche secolari, agli alti e ai bassi, agli slanci e ai ripensamenti, il compito di realizzare quanto Cristo ha avviato, per la redenzione finale del genere umano. Alcuni sociologi e numerosi storici, soprattutto di cultura empirista anglosassone, hanno provato ad elaborare complesse equazioni per cercare di prevedere il comportamento umano; di estrazione economista e statistica, è gente brava con i numeri, con le equazioni, gente in grado di dare del filo da torcere ai fisici.

All’altro capo della tavola, ci sono invece i sociologi che si limitano a formulare “leggi tendenziali”, ad un grado più o meno alto di probabilità. Costoro partono da due presupposti: il primo, che le variabili che intervengono nel fenomeni umani sono talmente numerose – ambientali, psicologiche, decisionali, sociali, antropologico-culturali, casuali - da rendere precario il controllo delle loro interazioni, perfino applicando i meccanismi di calcolo dei big data; il secondo, che l’oggetto dei loro studi è l’individuo senziente, soggetto dotato di volontà propria, di libertà decisionale e quindi potenzialmente imprevedibile.

Questa loro posizione per qualche tempo li ha posti ai margini della scienza, relegandoli piuttosto al ruolo di filosofi e di saggi opinionisti, nel migliore dei casi ad esponenti di una scienza “di serie B”, niente a che vedere con la precisione predittiva dei fisici, dei matematici, dei biologi, dei geologi, ecc.   Individuando i meccanismi di funzionamento delle variabili fondamentali di un fenomeno fisico la scienza è stata in grado di “spiegare” le leggi della Natura e di utilizzarle per creare macchine, capaci di trasformare la vita e le possibilità dell’Uomo.

Assieme, scienza e tecnica realizzano il “progresso” materiale dell’Uomo. Sta poi alle ideologie, alle religioni, ai modelli valoriali e agli stili di vita cercare di realizzare nella Storia anche il progresso morale; che si può esprimere sia in termini politico-sociali (la realizzazione della giustizia sociale, la tutela della libertà politica, la democrazia, l’uguaglianza, ecc.)  sia in termini individuali come avviene nei modelli etici/religioni orientali.

Negletti nella loro possibilità di spiegare a pieno e di prevedere la società, i sociologi si sono presi una parziale rivincita quando anche le scienze naturali si sono accorte di possedere un sapere probabilistico, certo ad alto tasso di affidabilità ma non in grado di esprimere una volta per tutte delle certezze assolute: lo ha certificato il principio di indeterminazione di Heisenberg, che di fatto legava la conoscenza scientifica della realtà alle modalità con cui l’Uomo conosce questa realtà esterna e le attribuisce senso.

Un processo che non conduce a certezze per tanti motivi: innanzitutto, perché l’essere umano non apprende e conosce in modo standardizzato, ma a seconda dei sistemi socioculturali di appartenenza, che sono prodotti storici e  quindi mutevoli; inoltre perché i suoi sensi sono limitati; in terzo luogo perché il raggiungimento di eventuali certezze interiori non corrisponde poi alla possibilità di avere certezze nei sensi e nella elaborazione logica della conoscenza del mondo circostante; infine, perché l’essere umano è dotato di volizione.

La volizione umana, che possiamo anche definire come facoltà di decidere, è il tallone d’Achille dei sociologi; per quanto spesso influenzata da mode, da modelli culturali collettivi, l’individuo potrà sempre decidere di sottrarsi alle abitudini, alla prevedibilità di certi comportamenti, esprimendo una libertà, assoluta o limitata.

Ma non solo nell’aderire o meno al mondo, nel sentirsi coinvolto o meno, come sosterrebbe Ramana Maharshi, e in genere la filosofia orientale, bensì con l’intento di cambiare il mondo, le regole, persino in modo umorale e contraddittorio.  E siccome questa tendenza, individuale e per gruppi, è molto diffusa nella società, i sociologi sono costretti a spiegare e a prevedere i comportamenti umani con una buona dose di prudenza.  

La capacità di “reagire” al mondo, alle regole prestabilite che sembrano prevalere, non ha creato solo l’homo faber, con le sue qualità ingegneristiche (in senso lato); ma anche l’uomo responsabile che si assume il peso delle sue decisioni, che esprime la sua dote fondamentale, quella che lo rende diverso dal resto del mondo: che è la libertà decisionale. 

E’ Uomo prometeico della cultura occidentale, che si assume onori e  oneri della scelta, che plasma la storia, che non sia accontenta e si avventura nella sfida.  E, come ho spesso sostenuto, è l’Uomo che lotta politicamente, che si immola per la libertà, per la democrazia, per la giustizia sociale; ben diverso dal pensatore orientale che si astiene, che aderisce o meno con malcelata insofferenza per la realtà esteriore, preferendo coltivare nel suo io interiore un atteggiamento di atarassia sociale.  C’è una ragione perché la democrazia sia nata in occidente; che pur tra mille orrori e mille cadute, l’Uomo occidentale abbia trovato la sua dignità individuale espressa in termini  di reciprocità sociale.

Ha reso meno sicuro il sapere esplicativo e previsionale degli scienziati sociali ma ha reso un favore enorme a sé stesso. Lo ha fatto essere umano, soggetto e attore, esposto al rischio degli errori e degli orrori della storia, ma anche demiurgo del proprio destino, non spettatore introverso di un mondo scandito una volta per tutte.

 

Salva

Salva

Salva

Salva

Salva

Salva

Salva

Salva

Salva

chi è on line

Abbiamo 1152 visitatori online

 

 I libri

di Mauro Galeotti

 

Cartonato - pag. 246 - euro 25,00
in esaurimento, per l'acquisto
scrivere alla email spvit@tin.it

Cartonato - pag. 808, a colori
da euro 120,00 a euro 80,00
in esaurimento, per l'acquisto
scrivere alla email spvit@tin.it